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Omicidio Bacco, un imputato confessa di aver partecipato alla rapina

Un colpo di scena dopo l'altro all'udienza di ieri nelle dichiarazioni spontanee di tre imputati

Colpo di scena all’udienza di ieri

Il processo che si sta tenendo in rito abbreviato e quindi a porte chiuse al tribunale di Asti sulla morte di Manuel Bacco, sta riservando un colpo di scena dopo l’altro proprio nella sua parte finale.

Potrebbe essere stata la pesantissima richiesta di pena formulata dal pm Deodato di ergastolo per tutti e cinque gli imputati a smuovere qualcuno di loro a fare delle ammissioni parziali e, in un caso, una piena confessione.

«Ammetto la mia responsabilità nel ruolo che mi è stato attribuito»

E’ stato Giuseppe Piccolo, ieri, che visibilmente agitato e provato dal processo e dalla richiesta, ha fatto la dichiarazione spontanea più interessante. Ha detto di volersi assumere la responsabilità della partecipazione alla rapina finita nel sangue nella tabaccheria di corso Alba alla vigilia del Natale del 2014 «nel ruolo che mi è stato attribuito dal pm». Ruolo che, ricordiamo, è stato quello di “palo”. Piccolo, dunque, per sua ammissione era il secondo rapinatore che si è fermato sulla porta della tabaccheria e controllava sia il complice che ha di fatto chiesto i soldi, ha puntato la pistola contro i due titolari e poi ha sparato il colpo mortale, sia la strada e il marciapiede per scongiurare eventuali “intromissioni” esterne. Sempre Piccolo ha poi chiesto scusa alla vedova, presente in aula con il suo avvocato Vitello dello studio Mirate, costituitasi parte civile, sottolineando che la morte di Manuel non è stata un “atto voluto”.

Nella breve dichiarazione attentamente seguita da tutti, ha anche specificato che dopo la rapina finita male è stato ospite di un certo Luigi di cui non conosce il cognome, che non aveva chiuso occhio per tutta la notte e che il giorno dopo, presto, è stato portato in auto a Milano dove ha preso un treno per tornare a casa sua, in Calabria.

«Quella sera io ero al lavoro»

Stessa agitazione per Jacopo Chiesi, il più giovane del gruppo di imputati e quello con l’accusa più pesante, ovvero quella di aver materialmente esploso il colpo che ha raggiunto il tabaccaio ferendolo a morte.

Chiesi, difeso dagli avvocati Caranzano e Brignolo, ha confermato per intero quanto sempre affermato nei precedenti interrogatori, ovvero di essere totalmente estraneo alla rapina e dunque all’omicidio, ribadendo che quella sera lì lui era al lavoro in pizzeria. Ma ha anche aggiunto di aver saputo, in modo generico, che con quella vicenda c’entravano due persone e ha riferito i nomi di Piccolo e Fernicola.

I difensori di questi due coimputati, avvocati Rotundo e Gambino non hanno ancora preso la parola: le loro arringhe sono programmate per la prossima udienza il 17 dicembre.

«In carcere ci sono due innocenti»

E poi è arrivata la terza dichiarazione spontanea, quella di Antonio Guastalegname, imputato con il figlio Antonio.

Lui già si era genericamente assunto le sue responsabilità in un precedente intervento e ieri lo ha ribadito. Respingendo il ruolo di “burattinaio” di tutta questa triste vicenda che gli è stato attribuito dalla pubblica accusa. «Io sono un truffatore – il senso di quello ha dichiarato in aula – non faccio queste cose qui. Sapevo di questa rapina ma sapevo anche che era poi andato tutto a monte». La sua presenza in tabaccheria il pomeriggio stesso della rapina è stata da lui giustificata come un caso in quanto aveva un appuntamento con una persona in un bar vicino.

Chiudendo con una frase molto ad effetto: «In galera devono andare i veri colpevoli di questo omicidio. Oggi, invece, sicuramente in carcere ci sono due innocenti» facendo il nome del figlio Antonio e di Jacopo Chiesi.

Con una “coda” al termine dell’udienza in cui ha chiesto a tutti i coimputati di fare come lui e di dire quello che sanno assumendosi ognuno le proprie responsabilità.

L’udienza di ieri è stata seguita anche dal Procuratore della Repubblica Alberto Perduca, seduto accanto al pm Deodato che aveva “ereditato” l’indagine da un precedente pm.

In aula il “super-reperto”

Altro colpo di scena inusuale alle battute finali di un processo in rito abbreviato. Il gip Belli, infatti, su richiesta dell’avvocato Caranzano, ha ammesso la visione di uno dei reperti clou del processo, ovvero il famoso berretto indossato dal rapinatore abbandonato sul marciapiede subito dopo il colpo e recuperato dalla moglie che lo ha consegnato ai carabinieri. Lo stesso berretto sul quale sono state trovate le tracce di Dna di tre dei cinque imputati.

Lo scatolone sigillato contenente il reperto è arrivato in aula scortato da un carabiniere ma visto che non si poteva aprire per i fortissimi rischi di contaminazione e la busta in cui era sigillato non era trasparente, l’osservazione de visu non è avvenuta. L’intento, per la difesa Caranzano, era quello di compararlo con uno identico acquistato durante le indagini difensive per dimostrare che non era possibile, per il rapinatore, abbassarlo fino al mento e vedere “attraverso” come sostenuto dalla pubblica accusa.

Il processo  stato aggiornato al 17 dicembre quando si chiuderà il giro di arringhe.

 

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