luigi di gianni angelica preasnau
Cronaca
La storia

Omicidio Di Gianni, parla la vedova: «Finiti 10 anni di “non vita”»

La condanna a 18 anni dei cugini Catarisano-Commisso è definitiva. Angelica, che ha raccolto gli ultimi respiri del suo compagno di vita, racconta come ha vissuto dalla notte dell’omicidio ad ora

Dieci anni. Dieci anni di “sospensione” in attesa che qualcuno pagasse per quella tragica sera in cui il suo compagno di vita le è morto fra le braccia, colpito da uno sparo di fucile letale.
La parola fine è arrivata, nei giorni scorsi, dalla Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso presentato dai cugini Ferdinando Catarisano e Ivan Commisso, condannati entrambi a 18 anni per l’omicidio di Luigi Di Gianni, meglio conosciuto come “Gino di Foggia”. Sono loro i colpevoli, non ci sono più appelli, la sentenza è definitiva.
Ma per lei, Angelica, la compagna di Di Gianni, unica testimone oculare dell’omicidio avvenuto di sera, nel gennaio del 2013 nel cortile della loro casa di Isola, il tempo si è fermato a quando è scesa di corsa dopo aver sentito gli spari e ha raccolto gli ultimi respiri di Gino.
«Una persona normale neppure riesce ad immaginarsi cosa siano stati questi 10 anni – dice – Se non li vivi non puoi capire in che meccanismo vieni buttato. Una situazione che ti stritola, ti svuota, ti rovina la vita. Senza che tu abbia fatto nulla di male, anzi. Tu sei quella che ha subito la perdita e devi combattere contro il dolore che provoca la morte violenta dell’uomo con cui vivevi da 16 anni e che ti ha cresciuto la figlia».
Angelica è una donna combattiva, che fin da subito si è messa a disposizione degli investigatori per aiutarli a scoprire gli assassini.
«E’ stata durissima, tutti i giorni ero in Procura. O per dire qualcosa che mi era tornato in mente, o per sapere come procedevano le indagini. Non mi dicevano mai nulla e io, lo ammetto, spesso mi sono arrabbiata. Ora capisco che non potevano dirmi nulla e li ringrazio per il gran lavoro che hanno fatto. E la pazienza e l’umanità che mi hanno riservato ma se non sei di quell’ambiente è davvero difficile capire le dinamiche di un’indagine e poi, peggio, di un processo lungo e complicato come quello che ne è seguito».
Fino a che il Covid lo ha permesso, Angelica ha sempre partecipato alle udienze a porte chiuse contro i due cugini.
«Li ho sempre guardati negli occhi – confida ora – ma ancora non capisco come due così giovani possano aver avuto già una mentalità tale da premeditare e compiere un omicidio così violento e brutto. Sono più giovani di mia figlia».
Li ha perdonati? «No, come si fa a perdonare un gesto del genere? Come si fa a cancellare l’omicidio di una persona che ha avuto l’unico torto di non volersi far mettere i piedi in testa da due ragazzini? E poi, se è per questo, non ho mai ricevuto una sola parola di pentimento nè da parte loro, nè da parte delle loro famiglie. E, sinceramente, neppure me la aspetto, ormai. A distanza di così tanto tempo».
Fin dal giorno dopo la vita della donna è cambiata.
«Ho lasciato quella casa, mi sono trasferita in città in un alloggio piccolo, ho smesso di curarmi, non sono più uscita, ho pianto per giorni interi, andavo due volte al giorno al cimitero sulla tomba di mio marito, sono caduta in depressione, ho avuto attacchi di panico. Solo il lavoro e un gruppo ristretto di persone care mi hanno aiutato a risollevare la testa».
Tanta solitudine, tanto dolore, tanta rabbia quando le indagini erano ancora segrete, tanta tensione quando è cominciato il processo.
Ma quale è stato il momento più brutto?
«Quello in cui, dopo una lunga battaglia legale per l’arresto dei cugini, furono scarcerati quasi subito perchè una perizia sembrava far crollare tutte le accuse contro di loro. E’ stato un momento terribile, ho pensato che nessuno avrebbe pagato per la morte di Gino. Per fortuna, poi, le cose hanno preso un’altra piega e sono stati riconosciuti colpevoli».
La sentenza definitiva però non restituisce serenità alla donna nè, seppur sia stato previsto, ha portato al pagamento di un solo centesimo di risarcimento.
«Certo sono contenta che il processo sia finito, ma per me non cambia nulla. Sto ancora lavorando sul mio dolore e sull’accettazione di quello che sono diventata dopo quella terribile sera: sono più dura, ho alzato una barriera contro il mondo, devo accettare anche tante cose spiacevoli di cui io non ero a conoscenza e che sono venute fuori durante il processo».
Se potesse rivolgersi a Catarisano e Commisso cosa direbbe loro?
«Nulla, per loro parlano le loro azioni e la condanna. Sono loro, piuttosto, che devono fare pace con la loro coscienza».

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