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Cronaca

Scandalo Atc, le manovre di Santoro
per salvare i suoi beni

Nonostante la loro estromissione dai conti che l'ex direttore dell'Atc Pierino Santoro sta facendo con la giustizia astigiana, le amministrazioni, le associazioni, il sindacato e i cittadini

Nonostante la loro estromissione dai conti che l'ex direttore dell'Atc Pierino Santoro sta facendo con la giustizia astigiana, le amministrazioni, le associazioni, il sindacato e i cittadini indignati per il maxi ammanco di 10 milioni di euro dalle casse dell'Ente non mollano la presa e non vogliono far cadere nell'oblio il patteggiamento a 4 anni che il 20 novembre sarà sottoposto alla ratifica del Gip Giannone. Ferve infatti il lavoro per creare una rete a sostegno di una serata divulgativa sullo stato degli atti e in programma vi è anche l'organizzazione di una grande manifestazione a sostegno della richiesta di un pubblico dibattimento al posto del patteggiamento che si tiene a porte chiuse.

Tutti concordi nel ritenere che il patteggiamento non sarebbe commisurato alla gravità del fatto tenuto conto anche del doppio comportamento tenuto dall'indagato secondo quanto emerge dalle corpose e meticolose indagini della Guardia di Finanza di Asti. Da un lato quell'atteggiamento pubblico seguito alla scoperta dei primi ammanchi da parte dei revisori dei conti. Resosi conto che quel prelievo non giustificato di 15 mila euro saltato all'occhio dei contabili di controllo dell'ente sarebbe stato solo il primo di una lunga serie, nel giro di 24 ore si è dichiarato reo confesso, ha dato le dimissioni e promesso un cospicuo risarcimento che, in effetti, è arrivato pochi giorni dopo attraverso un assegno da 800 mila euro intestato all'ente.

A ruota il crollo psicologico e dunque il ricovero in una clinica dell'albese per una terapia ad hoc. Dunque ammissione, pentimento, promessa di massima collaborazione e fragilità emotiva. Ma dalle intercettazioni telefoniche e dai controlli fatti dai finanzieri nei giorni subito seguenti emergono azioni e comportamenti che vanno in una direzione opposta. A partire dalle continue telefonate per cercare di "salvare" il salvabile dal sequestro disposto dal gip Morando, in termini di denaro, conti, beni mobili ed immobili. Fanno parte di questo intenso lavoro di protezione dei beni, il tentativo di Santoro di spostare un investimento di circa 1 milione e mezzo che aveva sul conto di un istituto bancario su attività che non fossero aggredibili dal sequestro; stessi tentativi vengono fatti su un conto corrente postale presso il quale era depositato un altro milione e mezzo di euro (con numerosi contatti con le impiegate dell'ufficio competente una delle quali si è anche resa disponibile a recarsi presso la clinica braidese in cui era ricoverato Santoro per le firme del caso prima che intervenisse il sequestro) che verrà poi bloccato dai finanzieri quando moglie e figlia dello stesso Santoro sono in coda allo sportello per il prelievo.

Fra le prime azioni tentate quella del passaggio al regime della separazione dei beni con la moglie, anche qui per sottrarre altri beni alla sequestrabilità. In casa Santoro giravano anche somme da capogiro in contanti. Quando era in clinica l'ex direttore chiese alla figlia di portargli una busta con su scritto 420 mila euro. Sempre con l'ufficio postale e sempre al telefono dal suo luogo di ricovero concorda un cambio in contanti di un vaglia circolare in suo possesso. Così tanti contanti da buttarne una busta contenente 500 mila euro in Tanaro, insieme alla carta di credito dell'Atc, come ha raccontato al telefono alla madre e poi ad un'amica avvocato di Asti. Da questo episodio è nata anche l'iniziativa della scorsa settimana di un gruppo di cittadini che ha organizzato la "caccia al tesoro" lungo il fiume per vedere se, caso mai, quella busta fosse riaffiorata…

Santoro, dalla clinica in cui era ricoverato, (ammettendo per telefono dell'inutilità delle terapie ma dell'assoluta necessità di rimanere lì per evitare la carcerazione), si preoccupava anche di salvare dal sequestro le sue amatissime moto e auto di grossa cilindrata, rivolgendosi più volte ai vari concessionari presso i quali doveva ritirare a giorni i mezzi per "aggiustare" le cose in modo da non far sapere ai finanzieri che stava aspettando un'auto del valore di circa 40 mila euro. Chiedendo anche di intestare un Range Rover alla madre, in modo da non farla risultare sua.

Daniela Peira

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