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Tribunale di Asti, sulla sentenza prima dell’arringa durissimo intervento dell’Unione Camere Penali

Non si placa nemmeno a Natale il clamore nel mondo giudiziario per l'errore dei tre giudici

Non ancora note le decisioni del Presidente del Tribunale

Non sono ancora note le decisioni del presidente del Tribunale di Asti, Giancarlo Girolami sul caso che ha letteralmente travolto tre dei giudici in servizio al Palazzo di Giustizia di via Govone che sono usciti con una sentenza di condanna prima che il difensore dell’imputato avesse fatto la sua arringa.

In questo periodo l’attività giudiziaria è ridimensionata per via del periodo natalizio e riprenderà a pieno regime dal 7 gennaio. Per quella data dovrebbe già conoscersi l’esito dell’”istruttoria” interna avviata dal dottor Girolami che, finora, non ha voluto rilasciare dichiarazioni limitandosi a dire di aver avviato la raccolta di testimonianze e la verifica documentale di quanto accaduto in aula.
Bisognerà capire se lo “scivolone” dei tre giudici prenderà esclusivamente la via disciplinare di fronte al Csm o se esistano presupposti di violazione della legge che impongono una denuncia penale alla Procura della Repubblica di Milano, competente per i reati che coinvolgano giudici astigiani.
Meno di tre minuti che sono costati una bufera al collegio presieduto dal dottor Roberto Amerio, giudice di esperienza noto per il suo rigore e la sua imperturbabilità nell’affrontare casi anche complessi (tanto per citarne due, è stato il giudice che ha condannato Michele Buoninconti a 30 anni per l’omicidio della moglie e  ha preso il posto della collega Chinaglia, di fresca elezione al Csm, a capo del collegio di giudici per il processo Barbarossa sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste fra Asti e Costigliole). Accanto a lui i giudici Beconi e Bertolino, tutti chiamati a decidere su un bruttissimo caso di violenza sessuale di un padre sulla figlia. Gli abusi sarebbe avvenuti, secondo la denuncia della ragazza, durante i permessi premio dal carcere che il padre trascorreva a casa.

Con l’uomo era imputata anche la moglie cui la figlia si era rivolta, inutilmente, per raccontare le stesse cose poi contenute in denuncia.
Un processo che aveva visto la ragazza ripetere in aula le accuse rivolte al padre ma anche la testimonianza del fratello che viveva nel piccolo alloggio della famiglia e non si era mai accorto di nulla.
Alla precedente udienza il pm Masia aveva iniziato la discussione concludendo la sua requisitoria con una richiesta di condanna sia del padre che della madre della ragazza costituitasi parte civile. Anche l’avvocato della ragazza aveva già parlato così come il difensore della madre. Poi il rinvio all’udienza del 18 dicembre per la quale era prevista l’arringa del difensore del padre e poi eventuali repliche e sentenza.
Grande l’incredulità, dunque, quando i tre giudici del collegio sono entrati in aula e invece di dare la parola al difensore che si apprestava a presentare tutti i suoi elementi a discolpa dell’assistito, sono rimasti in piedi e il presidente ha dato lettura della sentenza: condanna a 11 anni per il padre e 5 anni per la madre.
Al termine della lettura della sentenza il difensore ha ricordato al collegio di non aver ancora discusso il processo e sicuramente di non voler “rimediare” visto che era già manifestamente chiaro l’orientamento colpevolista di quei giudici.
Il foglio letto dal giudice è stato strappato e poi è arrivata la decisione del collegio di astenersi dal giudizio, sospendendo l’udienza e andando a riferire al presidente del Tribunale.
Il processo si rifarà. Ovviamente con tre nuovi giudici che non si siano mai occupati di questa vicenda. La sentenza, pubblicata attraverso la lettura in aula   verrà appellata dal difensore e la Corte d’Appello di Torino rimanderà in primo grado il giudizio.

Ma non basta la ripetizione del processo a placare il poverone sollevato da questo incredibile “scivolone” procedurale di tre giudici.

Sull’episodio è già intervenuta duramente la Camera Penale del Piemonte cui si è aggiunta, il giorno dopo Natale, una nota dell’Unione delle Camere Penali Italiane.

«Dobbiamo ammettere che non c’è limite al peggio: ci eravamo già imbattuti in ordinanze di custodia cautelare emesse dal giudice suggerendo al pubblico ministero la motivazione della richiesta ed addirittura in sentenze già pronte con tanto di motivazione prima del giudizio di appello (e ne ricordiamo gli illustri autori), ma ora siamo di fronte al giudizio senza la difesa» si legge in un passaggio della durissima presa di posizione firmata dalla giunta dell’UCPI.

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