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Andrea Bosca: “Come attore sento di essere in viaggio costante”

In Spagna per girare la serie "3 caminos", oggi festeggia 40 anni: "Magari troverò uno spumante di Canelli per brindare"

Parla l’attore Andrea Bosca

«Come attore sento di essere in viaggio, in viaggio costante. Piano piano ho cominciato ad avere più attenzione, e sicuramente l’aver preso parte a questo progetto internazionale è molto importante. Vediamo di crescere».
A pronunciare queste parole è l’attore canellese Andrea Bosca, volto noto al cinema, in televisione e in teatro, che in questo periodo si trova in Spagna a girare la serie “3 caminos” per Amazon. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente nei giorni scorsi per una chiacchierata sui suoi progetti futuri e su quanto fatto finora in occasione di una data molto significativa. Sì, perché proprio oggi (martedì) compie 40 anni.
In questo periodo è impegnato a girare la serie “3 caminos” per Amazon in Spagna. In quale località si trova?
«Sono arrivato adesso a Santiago de Compostela. Proprio in questo momento sono davanti alla piazza principale della città. Devo dire che è un posto bellissimo. Ero già stato lo scorso inverno e un po’ mi mancava, perché è veramente speciale».
Come è nata questa esperienza?
«E’ nata da un provino. La selezione è cominciata con un self tape (video provino), poi, dopo una prima cernita dei candidati, è proseguita con due provini di persona, in seguito ai quali sono stato scelto. E’ stato fantastico poter partecipare a questo progetto perché la bellezza dei posti e il Cammino stesso ti parlano. E’ un po’ come se il Cammino ci avesse scelti così diversi e provenienti da Paesi differenti».
Di cosa parla la serie?
«E’ la storia di alcuni amici che vanno a percorrere il Cammino francese, di cui io sono uno dei protagonisti. Parla di una grande amicizia, intrecciata negli anni al destino. La trovo una storia molto umana e mi sono sentito onorato di poter collaborare con gli Spagnoli che stanno lavorando molto bene ultimamente. La serie uscirà nel 2021, in occasione dell’anno santo compostelano».
Fra pochi giorni (oggi per chi legge, ndr) compirà 40 anni. Come festeggerà?
«Lo trascorrerò qui in Spagna, lavorando perché quel giorno sono previste riprese. Non ho idea di come festeggerò. Ma sono felice di poterlo fare con questi amici e colleghi, che sono bravissime persone, tanto che con la troupe sto vivendo una esperienza molto profonda, quasi spirituale».
«Certo, mi mancano molto la mia famiglia, Canelli e i miei amici, anche quelli di Roma. Però sono certo che siamo in dirittura d’arrivo e che poi ci sarà un momento anche con loro. Non so, però, se qui troveremo una bottiglia di spumante delle mie parti per brindare. Magari sì. Vediamo».

Gli obiettivi futuri

Il 40esimo compleanno è anche un’occasione per riflettere su quanto si è fatto. In quante produzioni – televisive e teatrali – ha preso parte finora?
«Con questo progetto una cinquantina. Mi sento comunque pieno di gioia di poter fare ancora tante cose belle e di voglia di raccontare ancora tantissime storie alle persone. Abbiamo capito, durante la quarantena, quanto sia importante raccontare storie. E come sia fondamentale per la nostra crescita che siano raccontate bene, siano profonde, fantasiose magari negli svolgimenti, ma poi molto vere nelle emozioni. Ecco ciò che mi auguro di fare ancora a teatro, al cinema e in televisione, dovunque il mio corpo e la mia voce siano richiesti».
Quale serie tv continuerebbe subito con un’altra stagione?
«Sicuramente dobbiamo dare qualche risposta e chiudere il cerchio di una operazione molto bella che è “La porta rossa”, lavoro che ho amato molto e condiviso con squadra di amici, a livello di troupe, regia e produzione. Anche “Romanzo familiare” è stato un momento veramente unico del mio percorso, insieme ad altri. Ci sono poi film che ho interpretato e che potevano diventare serie. Vediamo cosa succederà nel futuro, perché spero che sia anche un momento di bel cambiamento».
A questo proposito, è vero che alla fine di quest’anno cominceranno le riprese della terza stagione de “La porta rossa”?
«Non so niente de “La porta rossa” ad ora, perché a causa del lockdown è cambiato un po’ il piano di lavorazione in tutta Italia. Mi auguro però che tutte le persone che lavorano nel campo dello spettacolo mantengano il loro impiego, siano riconosciute come lavoratori e che tutto il comparto dimostri di essere unito. E, soprattutto, che gli spettatori comincino a capire che, per far andare in scena uno come me, sono impegnate tante altre persone che hanno bisogno di essere tutelate. Spero quindi, soprattutto per loro, che si possa ripartire a lavorare in sicurezza».
Quali progetti ha per il futuro? Magari il cinema? O passare dietro la macchina da presa?
«In questo momento mi piacerebbe, una volta finita l’esperienza di “3 caminos”, tornare a casa, tra le colline, e rivedere i miei genitori, la famiglia e gli amici. Vorrei trascorrere un mese a riassaporare tutto quello che ho vissuto in questo periodo e riprendere contatto con l’Italia, che mi manca da morire, che ho sognato e aspettato durante la quarantena, quando ero lontano in Lussemburgo e non sono potuto tornare. E poi da lì si vedrà. Ma non starò comunque fermo perché avrò di nuovo le prove e la ripresa de “La luna e i falò”, lo spettacolo che ha debuttato lo scorso gennaio al Teatro Alfieri di Asti, prodotto da Bam Teatro con la regia di Paolo Briguglia. Insomma, non avrò tempo da perdere perché devo riprendere quel monologo, una storia molto importante nel 70esimo anno della scomparsa di Cesare Pavese».
A questo riguardo, dove era ancora riuscito ad esibirsi prima della pandemia? Quando riprenderà lo spettacolo?
«Lo spettacolo riprenderà a settembre. Prima del lockdown sono stato ancora in Sardegna, a Carbonia, ma poi purtroppo abbiamo dovuto interrompere».
C’è qualche obiettivo che si era prefissato e che non ha realizzato?
«Sono ancora in corsa per personaggi molto belli, con una storia importante. Sento, come attore, che sono in viaggio, in viaggio costante e che piano piano ho cominciato ad avere più attenzione, tanto che questa serie internazionale rappresenta un tassello molto importante. Vediamo di crescere».
«Dal punto di vista personale, invece, c’è ancora un po’ da costruire. Però sono anche molto grato delle esperienze vissute e delle persone che ho incontrato nella mia vita».

La quarantena e i progetti astigiani

Come ha vissuto la quarantena?
«Come ho accennato, l’ho trascorsa in Lussemburgo. Quindici giorni in un hotel per cercare di capire se andasse tutto bene e poi ospite a casa di mia sorella, che vive lì con la sua famiglia, tanto che sono potuto stare con la mia nipotina. E’ stato un momento molto prezioso per me e la nostra famiglia. Certo, ci mancavano Canelli e i genitori, ma ci siamo sentiti molto tramite computer e telefono. E’ stato anche un momento creativo, in cui ho cercato di imparare tante cose. Ho avuto un contatto assiduo con le persone tramite i miei canali social. Mi è piaciuto molto e mi ha fatto sentire la temperatura di quello che stava succedendo. Sono quindi grato a coloro che hanno voluto condividere con me quei momenti, anche quelli di solitudine».
Negli ultimi anni ha preso parte a due progetti – i cortometraggi “Quasi immobili” e “La ricetta della mamma”, tratto dall’omonimo racconto di Giorgio Faletti – realizzati ad Asti. Ce ne sono altri all’orizzonte nella nostra città?
«Me lo auguro. Credo che ad Asti, città che sento molto anche mia, abbiamo la possibilità di raccontare molto, dato che abbiamo una letteratura forte da esplorare e, a livello di scrittura, possiamo provare a far parlare il territorio sia con i grandi scrittori del passato sia osando un racconto, qualcosa di più. Ci stiamo provando, ci sono diverse realtà in città che lo stanno facendo. Ad esempio c’è il mio amico Riccardo Costa che sta creando una bellissima realtà cinematografica. Insomma, c’è attenzione e c’è il piacere di condividere».
«In questo momento, tuttavia, le sale cinematografiche stanno soffrendo molto. Io, insieme a molti altri attori, sto cercando di schierarmi a favore di tutti gli addetti dello spettacolo perché so bene che, se loro non riescono a lavorare, tutto il nostro sistema si ferma. Secondo me bisogna quindi sia ricordare la loro situazione in questo momento sia cercare di difenderli il più possibile. Tornando al “punto” della domanda, posso concludere dicendo che è stato importante per me, e lo sarà anche in futuro, raccontare il nostro territorio proprio con l’apporto di lavoratori del luogo che hanno quelle professionalità».

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