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“Drigo”, l’anima introspettiva dei Negrita, si racconta

Questa sera la band toscana si esibirà in piazza cattedrale alle 21. L'arte del famoso chitarrista sfocia non solo in musica, ma anche nel disegno e nella scrittura

“Drigo”, l’anima introspettiva dei Negrita, si racconta

«Tutti i bambini sono degli artisti nati; il difficile sta nel restarlo da grandi». Un aforisma che calza a pennello quando parliamo di Enrico “Drigo” Salvi, chitarrista e anima pulsante assieme a Paolo “Pau” Bruni dei Negrita, rock-band toscana nata a inizio anni Novanta. E’ l’anima introspettiva, un pizzico tormentata e decisamente riflessiva di un gruppo, nato tra i banchi di scuola, che ha progressivamente spiccato il volo verso l’elite della musica italiana.
Due partecipazioni a Sanremo, colonna sonora dei film di Aldo, Giovanni e Giacomo, diversi dischi di Platino e hit conosciute da “nord a sud” come Gioia Infinita, Ho imparato a sognare, Rotolando verso Sud e Mama Maè. Questa sera i Negrita, che prendono il nome da un brano degli Stones, faranno ballare la nostra città in concerto alle 21 in piazza Cattedrale, ripercorrendo il loro vasto repertorio. E pensare che, a un tratto, la band pareva sul punto di sciogliersi… «Il nostro sodalizio è partito da una grande amicizia, una passione comune – racconta Drigo – E’ normale che dopo tanti anni a stretto contatto ci siano stati anche momenti di tensione. Il dovere e la voglia di rivolgerci ancora “ai nostri figli”, al pubblico, ha dato stimoli nuovi». Nell’evoluzione dei Negrita rivestono particolare importanza le collaborazioni con Ligabue e Aldo, Giovanni e Giacomo… «Luciano è stato fondamentale. La nostra amicizia risale a prima che i Negrita stessi esistessero. Ligabue aveva iniziato da poco il suo percorso di successo, gli facemmo ascoltare una nostra cassetta e ci chiamò a un suo concerto, dandoci indicazioni su cosa potesse funzionare meglio e cosa meno. Che dire invece di Aldo, Giovanni e Giacomo? Beh, intanto è stato un onore aver fatto da colonna sonora a due dei film più visti del periodo. Abbiamo vissuto momenti di aggregazione importanti. Ricordo bene come a una cena il trio iniziò a fare una “jam session”, improvvisando situazioni e battute. L’arte fondamentalmente ha un unico comun denominatore».
Il vostro repertorio è frutto di scoperte e riflessioni attraverso i vostri viaggi. Arezzo resta casa vostra o vi sentite più cittadini del mondo?
«Arezzo è una città a misura d’uomo. Lì abbiamo famiglie, figli, ma è anche un posto che può star stretto. E’ la rampa di lancio ideale per raggiungere nuove mete. I viaggi hanno dato ispirazione alla nostra musica, grazie anche a quelli è poi bello ritrovare la nostra Toscana e la bellezza artistica dell’Italia».
Stasera che cosa proporrete al pubblico astigiano?
«Abbiamo dato nuove vesti alle nostre canzoni. Il concerto partirà con suoni acustici per progressivamente accogliere sonorità elettriche. Sarà un bel viaggio attraverso il nostro repertorio».
Tra i pezzi più toccanti dell’ultimo album c’è Non torneranno più, composta per un amico che vi ha lasciato…
«La canzone parte dalla sofferenza per la perdita di una persona molto vicina a tutti noi, Pau in particolare, ma è giusto che poi ognuno la faccia sua. E’ sofferenza, malinconia ma anche positività, per come si conclude».
Nei vostri testi si parla di “Gioia infinita”, “Rumore della felicità” ma anche di “Dannato vivere”. E’ così difficile per un artista trovare serenità?
«Questa domanda – aggiunge “Drigo” – mi fa tornare alla mente una puntata di “Saranno Famosi” in cui un attore disse che “gli artisti hanno emozioni decuplicate, se gioiscono lo fanno molto più intensamente, se soffrono, soffrono molto di più”. In questo mi ci ritrovo, in fondo è la nostra sensibilità che ci spinge ad essere artisti. Siamo su un’altalena che spesso ci porta in alto sino al cielo, ma per forza poi ci fa anche tornare giù».
L’arte di Drigo sfocia anche nel disegno…
«Più che una forma d’arte è una necessità. La nostra vita è speciale e sento il bisogno di appuntare, raccontare le sensazioni, con un disegno, una frase. Sono cose che faccio per me, ma ho avuto la gioia di vedere le mie opere esposte assieme ad artisti come Picasso. Ho una chitarra in ogni angolo della casa, quando sono fuori, invece, non mi faccio mai mancare una matita e un foglio».
Una biro, un pennello, delle “corde”: a muovere i fili dell’arte griffata Enrico Salvi sono sempre le stesse dita. Suoni, disegni, parole non sono altro che la fotografia della sua anima. Variopinta, a tratti malinconica, spesso gioiosa, straordinariamente coinvolgente nella sua imprevedibilità.

Articolo completo sull’edizione de La Nuova Provincia del 5 luglio 2019

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