Ha destato interesse, sabato scorso alla Casa del Popolo, la presentazione del libro “Mediterraneo – Stesso sangue, stesso fango” (Santelli) di Antonio Evangelista, che ha dialogato con il professor Edoardo Angelino.
Durante l’incontro, e con il supporto di slide, Evangelista – dirigente di Polizia in pensione con alle spalle una carriera che lo ha portato a diventare esperto di terrorismo internazionale e membro della Polizia internazionale Onu – ha analizzato le strategie dei Paesi occidentali che, in nome della democrazia, invadono altri Stati per appropriarsi delle loro risorse. Esperienze personali, riflessioni, storia, temi complessi che l’autore ha reso più comprensibili andando alla ricerca delle radici dei conflitti. «La sua attività è stata molto varia – ha affermato Edoardo Angelino riferendosi alle missioni all’estero dell’autore – dal conflitto libanese nel 1982 alla Bosnia, dal Kosovo alla Giordania dove, ad Amman, è stato dirigente della stazione di Interpol».
Grazie anche a testimonianze raccolte negli anni, e utilizzando una serie di documenti ufficiali, in parte declassificati, l’autore propone una lettura differente dalle narrazioni dei conflitti del passato, selezionando quelli accomunati dal fatto di riguardare Paesi dell’area del Mediterraneo.
Il filo conduttore
«Come riporta il titolo – ha spiegato – i fatti citati hanno in comune il Mar Mediterraneo. Accanto, il titolo riporta l’espressione “stesso sangue” perché, in tutti questi macro fenomeni, il sangue è sempre lo stesso, quello di civili, vecchi, donne, bambini. Quindi “stesso fango”, perché c’è una macchina del fango che si attiva nel proporre i fatti secondo l’obiettivo che si vuole raggiungere. Questo – ha continuato – è il libro che tenevo nel cassetto e con cui ho voluto spiegare tante vicende a partire dalla guerra in Bosnia».
I casi analizzati
L’autore ha poi mostrato diverse fotografie, «frammenti di fango alla luce dei documenti che sono emersi successivamente», ha sottolineato.
Una delle diapositive mostrate, relativa ai Balcani nel 1992, evocava profughi bosniaci in un campo di concentramento. «Foto autentica ma ingannevole, utilizzata ancora oggi per portare avanti una vecchia narrativa: ossia i bosniaci sterminati dai serbi, i quali vengono paragonati ai nazisti. In realtà non si tratta di un campo di concentramento – ha affermato – ma di profughi collocati al di fuori di un recinto: è il fotografo che si trova al suo interno. Ecco, quindi, uno dei modi in cui può essere gestita l’informazione per manipolarla».
Così come la falsa testimonianza di Nayrah Al-Sabah che il 10 ottobre 1990 raccontava al Congresso americano dell’ingresso di soldati iracheni in un ospedale di Kuwait e la conseguente morte di neonati. «Ma la ragazza, in realtà, era Saud Nasir, figlia dell’ambasciatore del Kuwait a New York, ed era stata preparata a questa recita per creare un certo tipo di informazione». O, ancora, la foto di Colin Powell, Capo dello stato maggiore congiunto delle forze armate statunitensi dal 1989 al 1993, che tiene in mano una provetta di finta antrace, unico modo per giustificare l’intervento in Iraq. «Bugie per rendere accettabile l’inaccettabile», ha commentato Evangelista, scuse per compiere stragi, massacri, guerre, caos programmato per fare conquiste economiche.
Foto di cadaveri «che “non tornano” perché prive di macchie di sangue». Foto potenti che colpiscono l’immaginario ma, in realtà, mera propaganda. Un libro che pone interrogativi e che aiuta a comprendere.