Un caffé con... Francesco Ravinale
Cultura e Spettacoli

Un caffé con… Francesco Ravinale

“Quando sfoglio le pagine de ‘La Nuova Provincia’ vedo sempre la rubrica ‘Un caffè con’ e immaginavo che prima o poi saresti arrivato anche qui ad intervistarmi. Ed infatti per

“Quando sfoglio le pagine de ‘La Nuova Provincia’ vedo sempre la rubrica ‘Un caffè con’ e immaginavo che prima o poi saresti arrivato anche qui ad intervistarmi. Ed infatti per l’occasione ho fatto preparare un buon caffè”. Padre Francesco Ravinale mi accoglie con una simpatica battuta e il suo immancabile sorriso nel palazzo Vescovile di via Carducci. Entrati in uno spazioso salone, ci accomodiamo ad lungo tavolo rettangolare e, dopo pochi minuti di conversazione, come promesso arriva suor Rosalia con i nostri caffè. “Sono vescovo ad Asti dal 2000 e ricordo che l’ingresso era previsto per il primo aprile ma ho preferito farlo il giorno successivo affinché non sembrasse uno scherzo” mi dice con brillante autoironia, un tratto del carattere che mi confida aver ereditato dal papà Giovenale.

“Ebbi un’ottima impressione sia della città che dei suoi abitanti come pure dell’intera Diocesi. Mi colpirono l’autenticità e la bontà delle persone. Qui non c’è mai nulla di particolarmente luccicante ma è tutto molto vero. Con gli astigiani c’è stato fin da subito un rapporto di grande affetto e stima che si è consolidato nel tempo. Anche con i rappresentanti delle istituzioni che nel corso degli anni si sono succeduti ho stretto sempre buoni legami. Finora ho vissuto con molta gioia questi tredici anni a capo della Diocesi e mi auguro di continuare così”. Nato a Biella nell’aprile del 1943, il nostro Vescovo visse l’infanzia tra le macerie di una città dilaniata dalla guerra e successivamente impegnata nella difficile ricostruzione.

“Da piccolo mi piaceva giocare con gli amici anche se in realtà ero parecchio timido e abbastanza capriccioso. A Biella abitavamo vicino allo stabilimento di motociclette della Piaggio che venne requisito dai militari per farne un campo base. I miei primissimi ricordi sono proprio legati alla spiacevole sensazione di guerra con il suo carico di preoccupazione costante, come l’angoscioso richiamo delle sirene che ci segnalavano l’arrivo dei bombardamenti. Anche l’alimentazione non era certo abbondante e varia anche se fortunatamente, grazie al lavoro dei miei genitori, in casa non è mai mancato il pane”. Già nel nucleo famigliare il piccolo Francesco ha modo di respirare un clima di fede grazie ai genitori, Maria e Giovenale, che gli insegnano le preghiere e gli iniziano a parlare di Gesù. “Inoltre ogni domenica andavamo alla messa ma devo confidarti che in casa c’erano due tendenze contrapposte che in fondo un po’ finivano per bilanciarsi: la volontà di continuare la fede contrastava con la paura di essere bigotti”.

In seguito avviene un fatto che, a ripensarci dopo tanti anni, può sembrare provvidenziale poiché servì a propiziare un incontro che si rivelò decisivo per il futuro di Francesco. Agli inizi degli anni ’50, infatti, la famiglia Ravinale dovette affrontare un improvviso quanto inaspettato trasloco visto che il Comune procedette all’espropriazione di una parte della proprietà di famiglia per costruire una nuova grande strada in vista della realizzazione di un nuovo quartiere cittadino. “Avevo nove anni e ci trasferimmo a qualche chilometro di distanza da Biella nel piccolo paese di Ponderano e là incontrai un prete che è stato molto importante per la mia formazione spirituale. Si chiamava don Matteo Zanetto ed è mancato cinque anni fa, ultranovantenne. Aveva un modo di fare accattivante e, oltre a frequentare le lezioni di catechismo e le attività dell’oratorio, ogni mattina alle 6 servivo messa come chierichetto e mi piaceva molto tutto ciò.

Ricordo lunghe ed appassionanti chiacchierate con don Matteo che fu il primo a sapere della mia nascente volontà di farmi prete. Proprio una mattina tornai a casa e andai a svegliare i miei genitori che ancora dormivano dicendo che avrei voluto entrare in seminario in quinta elementare. Mio padre disse risolutamente ‘non se parla nemmeno’ anche se poi successivamente mi presero sul serio consentendomi di entrare in seminario per frequentare le scuole medie”. Nel seminario di Biella il giovane Francesco rimane tredici anni concludendo le medie, conseguendo la maturità classica e poi laureandosi in teologia. In questo lungo periodo ha dunque modo di maturare e di superare dubbi e tentennamenti che ovviamente non mancarono. Ad esempio, in seconda media, la voglia di giocare in cortile sembrava prevalere prepotentemente su quella di fare i compiti nelle aule del seminario riservate allo studio.

“Non volevo più studiare e infatti andavo dicendo che avrei fatto il camionista! Poi nel periodo del liceo ripresi ad impegnarmi seriamente e nel corso del terzo anno vissi una crisi un po’ più seria che certamente, credo, servì ad irrobustire la mia decisione di diventare prete. Lo studio di alcuni filosofi, unito all’osservazione del mondo circostante, mi fecero comprendere che nella vita il problema della sofferenza è inevitabile e tocca ogni essere umano. Questa constatazione mi portò sulle prime ad un vero e proprio rifiuto esistenziale poiché sembrava non esserci situazione garantita dalla sofferenza ma fu allora che, come una scintilla, compresi che valeva la pena vivere proprio per aiutare le persone con le quali camminiamo a soffrire possibilmente meno o a soffrire meglio. Questo per me è il senso dell’esistenza. Maturata quella convinzione potevo scegliere tra due strade: diventare medico oppure prete. Scelsi la seconda opzione perché le sofferenze dell’anima sono quelle più profonde, più vere. E posso dire che, quarantasei anni dopo, rifarei con convinzione questa scelta”.

Al centro del messaggio cristiano, mi spiega il Vescovo, c’è la croce che testimonia come Gesù abbia visto la sofferenza del mondo e se ne sia fatto carico. “Il pensiero del figlio di Dio che si è fatto uomo ed è passato in mezzo agli uomini facendo del bene credo sia grandioso e sia un potente messaggio di salvezza. Penso che se ci aiutassimo tutti vicendevolmente davvero ci sarebbe un mondo salvato”. Un mondo che attualmente si scontra con la realtà della crisi economica con cui anche Asti si trova a dover fare i conti. “Di fronte alle situazioni difficili bisogna rimboccarsi le maniche perché le soluzioni non piovono dal cielo. Sicuramente da momenti come quello che stiamo vivendo si possono trarre delle lezioni come quella di attrezzarci a vivere secondo le proprie possibilità cercando cos’è essenziale e lasciando da parte le cose superflue ed aumentando i nostri sforzi di solidarietà verso chi ci cammina vicino e sta peggio di noi”. Nei pochi momenti liberi Francesco coltiva l’hobby della lettura e segue le vicissitudini sportive della sua squadra del cuore, l’Inter.

Bartolo Gabbio

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