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Gad Lerner: “Un nazionalismo di matrice vittimista attraversa la storia”

Il noto giornalista ha inaugurato il festival Passepartout, in programma fino a domenica 11 ottobre, intitolato "1920 - 2020: Proibito"

Gad Lerner ospite al festival Passepartout

Si è aperta sabato scorso, con il benvenuto della presidente Roberta Bellesini Faletti, la diciassettesima edizione del Festival Passepartout, organizzato dalla Biblioteca Astense Giorgio Faletti, che quest’anno ha sede al Palco 19.
In programma fino a domenica 11 ottobre, si avvale della direzione scientifica di Alberto Sinigaglia, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Piemonte. Quest’anno è incentrato sul tema “1920-2020: Proibito”. Nel titolo, un anno specchio, il 1920, in cui è possibile ritrovare somiglianze con questo 2020.
Il noto giornalista Gad Lerner ha inaugurato il festival Passepartout e l’ha fatto con una lectio da tutto esaurito con al centro le analogie storiche tra 1920 e 2020, intitolata “La brutta Epoque”.
Un terreno impervio su cui non è difficile scivolare. Occorre fare buon uso delle legittime analogie storiche che ci portano a rilevare gli argomenti in gioco, «bisogna scavarle, approfondirle e sapere riconoscere in esse anche le differenze più nette». Quello che può sembrare un gioco di parole, merita tutta la serietà del caso, ci sono delle differenze nelle analogie 1920-2020 che Gad Lerner ha offerto alla platea, invitando i presenti a evitare le semplificazioni.
E’ sempre difficile confrontare epoche storiche. Le differenze di contesto sono molte e Lerner intende sfuggire alla polemica continua sul Fascismo. «Meglio sarebbe – ha affermato – ragionare oggi sui fascismi che minacciano la libertà».
Nel 1920 il contesto era quello di un Paese in ginocchio dopo la Prima guerra mondiale e la Spagnola. Negli anni del biennio rosso (1919-1920), accanto alle lotte proletarie e contadine, si iniziò ad affermare lo squadrismo fascista. Tra i suoi scopi c’era quello di impedire in Italia una rivoluzione analoga a quella bolscevica verso la quale c’era una sorta di fascinazione.

Il nazionalismo di matrice vittimista

Gad Lerner, con un passo indietro al 1911, ha fatto notare un linguaggio particolare in Giovanni Pascoli, nel celebre discorso “La grande proletaria si è mossa”, in cui il poeta prende posizione a favore della guerra in Libia. Un nazionalismo che in Pascoli si esprime descrivendo la Libia, “vasta regione bagnata dal nostro mare, verso la quale guardano piccole isole nostre…fu verdeggiaste d’alberi e giardini…ora per l’inerzia di popolazioni nomadi e neghittose è per gran parte un deserto”.
Lerner ha posto l’accento su un tratto comune: esiste un nazionalismo di matrice vittimista che attraversa la storia e si esprime con linguaggi analoghi. In Pascoli: “Italia grande martire delle nazioni” (1911), in D’Annunzio con “Vittoria mutilata” (1918) che denunciava la mancanza dei compensi territoriali che riteneva spettassero all’Italia dopo la Prima guerra mondiale.
Oggi, 2020 assistiamo spesso a una analoga autovittimizzazione: “Staremmo bene se…” accompagnata da lamenti di ogni genere che trovano espressione particolare nel web, «da alcuni considerato benefico perché “sfogatoio” delle frustrazioni», ricorda il giornalista. Una sorta di sublimazione della violenza attraverso il linguaggio che individua presunti colpevoli e vi si scaglia con furia disumana.
Il lavoro fatto dal giornalista per il suo ultimo libro intitolato “Noi partigiani. Memoriale della resistenza italiana” scritto con Laura Gnocchi ed edito da Feltrinelli, gli fa dire che «esiste un “sesto senso partigiano” nel descrivere le cose che sono nell’aria. Non è così scontato che questa violenza verbale non possa tradursi in manifestazioni altre di odio. Ci sono valori civili fondamentali che dobbiamo difendere».
Conclude Gad Lerner, la Pandemia ci ha probabilmente insegnato che per quanti muri possiamo fingere di alzare, ci sono cose che non possiamo arginare.

Alessia Conti

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