«Non pretendo di aver scoperto la verità su Anita né sul contesto che l’ha circondata. Spero, comunque, che il mio romanzo possa suscitare la curiosità del lettore e soprattutto una cosa rara in questo nostro tempo: il pensiero critico».
Sono le parole della scrittrice astigiana Laura Calosso riportate nei ringraziamenti del suo ultimo libro. Intitolato “Anita”, è uscito nei giorni scorsi, pubblicato da Sem Libri, casa editrice interna all’universo Feltrinelli. Un romanzo che segue titoli di successo, dall’esordio nel 2011 con “A ogni costo, l’amore” (Mondadori) a “La stoffa delle donne” e “Bordighera Grand Hotel”, entrambi pubblicati da Sem, che si accompagnano ad altri libri a sua firma, lavori di traduzione e volumi scritti nel ruolo di ghost writer.
Laura, come è nato questo ultimo romanzo?
E’ nato da una passione, che è anche parte del mio lavoro.
Nella mia attività di ghost writing mi occupo di temi geopolitici, accompagnata dalla convinzione che il tempo che stiamo vivendo è talmente complesso che, se vissuto nel presente, non è comprensibile.
Quindi da anni ho cominciato a pormi domande per capire cosa “non torna” in ciò che mi circonda. Nell’ottica di questa apertura, mi è capitato alcuni anni fa di fare due sogni molto strani, in cui entravo nell’hall del relitto del Titanic in fondo al mare, ancora in parte conservato. Mi sono quindi domandata da dove provenissero quelle immagini, tanto più che si tratta di un tema lontano dai miei interessi, e mi sono resa conto che le avevo vissute. A 13 anni, infatti, ero entrata nell’hotel Angst di Bordighera. L’ingresso di quel grande albergo somigliava in modo impressionante all’interno del Titanic, dato che obbediva al gusto dell’epoca. Ho iniziato così ad entrare in contatto, in modo strano, con il tema dell’Ottocento, in particolare della colonia inglese di Bordighera, protagonista appunto di “Bordighera Grand Hotel”. Un libro che ha incontrato successo, tanto che l’11 febbraio scorso è stato ripubblicato nella collana Tascabili di Feltrinelli.
Di conseguenza, siccome questo impegno è stato apprezzato, due anni fa l’editore mi ha chiesto di scrivere nuovamente su quel periodo, l’Ottocento, sempre col taglio di andare a cercare ciò che “non torna”. Così è emerso il personaggio di Anita (la moglie di Giuseppe Garibaldi, ndr), di cui si parla molto ma che, in realtà, ha una storia molto diversa da quella che è sempre stata raccontata.
L’analisi
Cosa ha scoperto?
La premessa è che nei confronti di Giuseppe Garibaldi e sua moglie Anita ci troviamo di fronte ad una costruzione letteraria. Siamo nel Risorgimento, cominciano a diffondersi i giornali e, automaticamente, si passa all’utilizzo della propaganda per costruire la storia.
Mi preme precisare, però, che non sto dicendo che ciò che abbiamo studiato a livello di avvenimenti storici è falso, tutt’altro. E, al contempo, che questo atteggiamento non ha nulla a che vedere con la mentalità complottista. Parimenti, va detto che il mito di Garibaldi e Anita è legato al fatto che le memorie di Garibaldi sono state scritte insieme ad Alexandre Dumas, il grande scrittore, oltre che oggetto di numerose altre biografie. In tale contesto il personaggio di Anita, e il racconto del grande amore che la legava al marito, serviva ad esaltare l’eroe.
Io, invece, ho ricostruito il personaggio di Anita nella vita quotidiana. Ho analizzato il personaggio nel realismo del “giorno per giorno”, non in quello dei libri di storia. Una scelta per evitare di andare appresso ad una costruzione storico-lettararia funzionale al mito dell’eroe, a sua volta funzionale al Risorgimento, trascinando un intero Paese intorno al processo di unificazione, in cui peraltro sono entrati gli interessi di potenze straniere. E qui apro una parentesi. Vedendo al giorno d’oggi cosa succede in merito alle manovre di interferenze straniere, si nota che non si tratta di una novità e che ci sono Stati che hanno questo modo di interagire con il resto del mondo.
Il personaggio
Cosa è emerso riguardo ad Anita?
Anita appartaneva ad una famiglia povera, era analfabeta e viveva in un luogo sperso nel mondo. A 14 anni era stata chiamata a sposare un calzolaio di 35 anni, che poi scomparve (non si sa se fosse fuggito o fosse stato ammazzato), anche perché per costruire il mito dell’eroe e dell’eroina non si poteva ammettere una situazione in cui la donna aveva due mariti. Poi l’incontro con Garibaldi, con cui visse fino alla morte, avvenuta a 28 anni. Una vita di cui, in realtà, si sa poco, se non che la sua grande preoccupazione era quella di non essere lasciata da Garibaldi, di cui era molto gelosa.
Sono ipotesi suffragate da documenti e saggi, in particolare dal volume della ricercatrice Silvia Cavicchioli intitolato “Anita. Storia e mito di Anita Garibaldi”.
Ho quindi ricostruito un personaggio che risulta molto diverso dalla narrazione fino ad ora fornita, sulla base di dettagli che trovano riscontro in fonti anche indirette. Non c’è nulla di ciò che riporto dal punto di vista storico che sia una forzatura di mia invenzione.
Come ha costruito la storia?
Se per scrivere il romanzo avessi dovuto interrogare in “presa diretta” Anita quando aveva 18 anni, dubito che avrei ricavato grandi pensieri, considerando la sua situazione.
Così ho scelto di cominciare il libro con il ritrovamento di un cadavere che emerge dalla sabbia del Delta del Po nell’agosto 1849, con il relativo enigma su chi potesse essere. Da qui Anita comincia a raccontare la sua storia dopo la morte, con quella consapevolezza che si acquisisce solo se sono passati secoli dalla scomparsa, come se avesse letto tutti i libri di storia che la riguardano.
Perché ha scelto di raccontare questa storia attraverso un romanzo? Qual è la sua potenza?
Il romanzo consente di “unire i puntini” distanti e cercare tutto ciò che manca per rendere una figura la più realistica possibile.