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“Le mafie esistono perché si nutrono del consenso popolare”

Molteplici gli spunti di riflessione offerti dal magistrato Nicola Gratteri, ospite dell’ultimo incontro del festival Passepartout

E’ stato accolto e congedato con un lungo e convinto applauso da parte del pubblico, in piedi in segno di rispetto, Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro.
Ospite dell’ultimo appuntamento del festival Passepartout – terminato domenica sera al Palco 19 dopo nove giorni di eventi – il magistrato è stato protagonista di un incontro molto interessante, intitolato “Contro tutte le mafie”, da cui sono emerse la preparazione e la dedizione alla professione da parte del magistrato.
Gratteri è infatti in prima linea nella lotta alle mafie dal 1986. Ha coordinato importanti indagini sulla criminalità organizzata e sulle rotte del narcotraffico, tanto che dal 1989 è sotto scorta.
Accanto lui, sul palco, i giornalisti Beppe Rovera (Rai TG3) e Beppe Gandolfo (corrispondente reti Mediaset dal Piemonte). E proprio Gandolfo ha cominciato la conversazione facendo riferimento alla recente notizia che ha suscitato un acceso dibattito pubblico: la scarcerazione del mafioso Giovanni Brusca.

I collaboratori di giustizia

«Intanto – ha affermato Gratteri – dobbiamo osservare in modo ortodosso le leggi, piaccia o no. Dopodiché va sottolineato che la legge sui collaboratori di giustizia non richiede il pentimento. Richiede che chi collabora con lo Stato debba dire tutto ciò di cui è a conoscenza che è di rilevanza penale. Qualcuno, nel caso di Brusca, ha evidenziato che non ha parlato dei mandanti a livello superiore. Ma questa non è una affermazione che si può fare dopo 25 anni. Andava fatta allora».
«Insomma – ha continuato – l’approccio non va fatto su quello che ha combinato. Il problema morale non riguarda la legge. Dopo 25 anni di carcere e dopo aver collaborato Brusca ha diritto ad uscire dal carcere. Altrimenti non c’era motivo che diventasse collaboratore».
Per quanto riguarda la reazione politica sui collaboratori di giustizia, poi, secondo Gratteri la legge non va cambiata. «Anzi – ha sottolineato – bisognerebbe dare più soldi per far funzionare meglio l’ufficio che gestisce i collaboratori di giustizia, fondamentali per disarticolare le mafie».

Le mafie nel mondo

Il magistrato ha quindi spiegato che «le mafie esistono perché le facciamo esistere, si nutrono del consenso popolare e mutano col mutare sociale. E in questi anni stanno uccidendo di meno rispetto al passato perché siamo più facilmente corruttibili, considerato che nel mondo occidentale c’è stato un forte abbattimento della morale e dell’etica. Tanto che i collaboratori di giustizia, poi, raccontano di come hanno comprato un sindaco o un parlamentare».
Notevole la difficoltà nel contrastare le mafie, un fenomeno ormai mondiale che poggia anche sui paradisi fiscali e sulla possibilità di operare dall’estero tramite le banche che in quegli Stati hanno sede.
«Senza contare la facilità di operare in Europa da quando c’è l’unione economica. Appunto, economica ma non politica. Basti pensare che in Europa non si vuole vedere quanta n’drangheta sia presente in certi Paesi, in primis in Germania, dove peraltro non esiste il reato di associazione mafiosa. Come si fa, allora, a contrastare le mafie in queste condizioni? Serve una visione comune. In Italia abbiamo la migliore legislazione antimafia, ma non abbiamo la forza per imporla in Europa, perché il nostro Paese è poco credibile all’interno dell’Unione. Così, mentre un mafioso in un pomeriggio delinque tra Germania, Belgio e Olanda, io per analizzare i suoi traffici devo dialogare con tre sistemi giudiziari diversi».

Il lavoro

L’incontro ha poi toccato molti altri temi – dalle correnti presenti nella magistratura al forte rischio delle infiltrazioni mafiose nell’economia post pandemia – ma anche aspetti più personali della vita del magistrato. «In Calabria – ha raccontato – sono competente per i reati di mafia e n’drangheta su tutte le province, escluse Reggio Calabria. Mi interfaccio con una Polizia giudiziaria di altissimo livello, magistrati meravigliosi, Prefetture con cui ho un ottimo rapporto. Inoltre la gente ha molta fiducia in me e nei miei collaboratori. Ho organizzato un pomeriggio di ricevimento a settimana, durante cui le persone vengono a raccontarmi i loro drammi, a mettere la loro vita nelle mie mani, e così facendo raccolgo notizie di reato. Vuol dire che siamo credibili. Certo, vivendo sotto scorta mi rendo conto di rischiare la vita. Ma vado avanti lo stesso. Penso alla morte, parlo con la morte, cerco di addomesticarla. Ma essendo convinto di essere nel giusto, se mi fermassi sarei un vigliacco».

L’ultimo libro

I giornalisti hanno quindi ricordato il libro appena uscito, che il magistrato ha scritto con Antonio Nicaso, esperto di ‘ndrangheta e docente universitario, dal titolo “Non chiamateli eroi” in cui ripercorre le storie di alcune vittime di mafia, come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. «Non vanno mitizzati – ha spiegato – ma considerati modelli di vita, persone che hanno dato il massimo per svolgere bene il loro lavoro. La gente deve sentirle vicine, deve percepirne il fattore umano per poterle imitare nel quotidiano».

Le parole di Roberta Bellesini

L’incontro è poi terminato con l’intervento di Roberta Bellesini, presidente della Biblioteca Astense Giorgio Faletti, per salutare l’edizione 2021 del festival, intitolato “Inferni & Paradisi” e organizzato appunto dalla biblioteca con l’appoggio del Comune di Asti e della Regione Piemonte (la direzione scientifica è di Alberto Sinigaglia).
Facendo riferimento agli ideali di Dante Alighieri, al centro della rassegna, ha sottolineato come il sommo poeta, pur collocandosi pienamente nella mentalità e nella cultura medievale, era sicuramente proiettato verso l’umanesimo che si sarebbe espresso da lì a breve.
«Anche noi nel nostro viaggio – ha affermato – abbiamo evocato un rinascimento come base sociale dell’Europa, come progetto culturale nel quale l’attenzione al passato è complementare alla riflessione sul futuro. Punto chiave è sicuramente la scuola, che più volte è stata considerata dai nostri ospiti, attraverso la necessità di diventare un nucleo di pensiero-azione per dare vita a una rinascita sulla base dell’istruzione e della cultura».

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