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Nella Asti degli anni ’70 si consuma un brutale omicidio: l’esordio in giallo di Gianpiero Giordano

Il romanzo racconta di una città che non c'è più e che l'autore evoca non senza rimpianti - L'ispettore Caracciolo indaga sulla morte di una prostituta cui è stata tagliata la gola

Mai come negli ultimi anni Asti ha fatto da sfondo a una serie di romanzi gialli nei quali la città, le sue peculiarità, la sua storia e i suoi cittadini sono stati raccontati da autori desiderosi di cimentarsi nel genere letterario più amato di sempre. L’ultimo libro giallo astigiano, ma solo in ordine di pubblicazione, è stato scritto da Gianpiero Giordano, classe 1954, ex vice direttore di banca che, una volta in pensione, ha deciso di mettere insieme la passione per i gialli, la storia e il grande affetto che ha per la sua città, specie quella di quando lui stesso era un ragazzo. Il risultato è il suo debutto letterario con il romanzo “In fondo non era poi così cattiva” (Writers Editor, 15 euro).

Il libro è ambientato nel 1970. Siamo a maggio, la città è molto diversa da come appare oggi, ma un mistero sta per scombussolare l’apparente tranquillità nel quale vivono alcuni amici, tutti giovanissimi, che diventano i principali testimoni delle ultime ore di vita di una prostituta trovata barbaramente assassinata in un alloggio di via Astesano. Un delitto atroce, ma il caso si complica ulteriormente quando, dopo gli accertamenti di rito, vengono a galla le relazioni che la vittima aveva con alcuni uomini, compreso un militare della Caserma Colli di Felizzano.

Ad indagare tocca all’ispettore di polizia Benito Caracciolo “dal fascino siculo”, ma perfettamente integrato in una città, quella degli anni ’70, dove i meridionali sono visti come stranieri, un po’ com’era visto in Inghilterra l’Hercule Poirot di Agatha Christie. E certo Caracciolo avrà bisogno di tutte le sue cellule grigie, esattamente come Poirot, per riuscire a risolvere un delitto apparentemente nato nel giro della prostituzione, seguito ad un’altra aggressione che lascia intendere quanto l’assassino sia davvero pronto a tutto. Ma chi è il vero colpevole? Ai lettori lasciamo il compito di svelare il mistero tuffandosi, con un po’ di nostalgia, in una città che i meno giovani rivivranno ancora grazie alle descrizioni molto accurate fatte da Giordano.

Perché ha scelto di ambientare il romanzo proprio nella Asti del 1970?

«Asti è il luogo in cui ho passato la maggior parte della mia vita e gli anni ’70 corrispondono al periodo della gioventù che, allorché i capelli diventano bianchi, si rimpiange sempre. Sono sempre stato molto legato alla mia città e, anche quando ho dovuto trasferirmi per circa un decennio a Milano per motivi di lavoro, non ho mai mancato di ritornare nei fine settimana. Nel libro mi sono divertito a ricreare i luoghi in cui ho vissuto in quegli anni cercando di essere il più preciso possibile nel descriverli, dalla viabilità ai negozi e alle abitudini di quel tempo».

È chiaro che uno dei giovani “testimoni” che collaborano con l’ispettore Caracciolo è un personaggio autobiografico, ma gli altri? Quanto c’è di vero e quanto di inventato?

«È vero, in quei tre giovani c’è molto di me. Nella realtà la compagnia era formata anche da altri amici, ma nel libro ho preferito concentrare le caratteristiche in soli tre personaggi che quindi riassumono le qualità, i difetti e le peculiarità dei giovani del tempo. Chiaramente il tutto è condito dalla fantasia ma, devo ammettere, molti dei fatti e dei personaggi di cui ho scritto sono reali».

Asti è la coprotagonista della storia e spesso, dalle descrizioni che ne fa, emerge un certo senso di nostalgia per quella città che non c’è più. Cosa le manca della città degli anni ’70?

«Negli anni Asti è, inevitabilmente, cambiata tantissimo e, in tante cose, non in meglio. Faccio parte di quella generazione che ha vissuto il periodo della rinascita del dopoguerra: il cosiddetto “boom economico”. Avevamo molte meno possibilità e occasioni: non avevamo internet e gli smartphone e c’erano solo due canali televisivi, ma ci siamo divertiti lo stesso. Potevamo stare fino alle due di notte sotto casa di Gianpaolo (come i miei amici del libro) senza nessuna paura e timore. Non dico che non ci fosse la criminalità però, era la nostra impressione, riguardava più le grandi metropoli che le piccole città di provincia come la nostra. Se poi si pensa che avevamo cinquant’anni di meno, come si fa a non provare nostalgia».

A quando il seguito del romanzo?

«La situazione che stiamo vivendo, che ci costringe in casa, ha favorito la voglia di scrivere. La seconda inchiesta dell’ispettore Caracciolo si svolge nel quinquennio successivo ma la storia si intreccia con eventi accaduti negli anni Venti. Sempre nella nostra città, ovviamente. È il frutto di ricerche storiche molto accurate perché adoro frugare nel nostro passato e ci tengo molto che quello che scrivo e descrivo sia il più aderente possibile alla realtà. Il tutto è poi condito da un po’ di esoterismo. Devo ammettere che i consensi ricevuti per questo mio primo giallo mi spronano a stringere i tempi».

Riccardo Santagati

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