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Paolo Crepet: «I figli non vanno sempre aiutati»

Tutto esaurito nei giorni scorsi al Teatro Alfieri per la “Lezione di sogni” del noto psichiatra e sociologo: «Attraverso le frustrazioni si alimenta il sistema immunitario psicologico»

«Non guardate al futuro con preoccupazione, ma come ad un orizzonte. E siate cacciatori di quell’orizzonte, insegnandolo ai vostri figli. Andate oltre e prendetevi la vita».
E’ l’invito con cui lo psichiatra e sociologo Paolo Crepet, nei giorni scorsi, ha chiuso la serata “Lezione di sogni” che l’ha visto protagonista al Teatro Alfieri. Serata da tutto esaurito in cui ha parlato per quasi due ore consecutive, mantenendo sempre alta l’attenzione del pubblico. Al centro una riflessione sui principali errori del modo di vivere attuale, dalle abitudini sbagliate che si sono diffuse all’educazione dei figli, tra preoccupazioni e consigli.

La campagna contro la meritocrazia

«Da anni – ha sottolineato – è in corso una campagna di odio contro la meritocrazia. Mi domando per quale motivo. Chi ha bisogno di un medico preferisce affidarsi a qualcuno che si è laureato con un media bassa o ad un professionista in grado di curarlo correttamente? E chi va ad un concerto, preferisce pagare un biglietto per ascoltare uno strimpellatore mediocre o un artista che incanta?».
Il riferimento si è allargato al tema dell’educazione dei figli, argomento molto atteso in quanto Crepet è noto al grande pubblico come educatore.
«Siamo tutti uniti nella lotta a non far crescere i figli», ha sottolineato. «La nota pedagogista Maria Montessori – ha spiegato – aveva messo a punto un metodo scientifico volto ad educare bambini, che, maturando, avessero tre caratteristiche: autonomia, autostima e creatività. Tre parole che ripeto da trent’anni e che, peraltro, sono i cardini della vita». Proponendo poi un esempio pratico: «Trent’anni fa ho visitato una scuola elementare in Danimarca. Era bella. E quando uso questo aggettivo non mi riferisco ad una struttura di lusso, ma al fatto che chi vi lavora sorride. Esattamente come una buona scuola è quella in cui un bambino entra pulito ed esce sporco, perché vuol dire che ha giocato e svolto attività. Se entra pulito ed esce candido, è una lavatrice, un’altra cosa».
«Tornando alla Danimarca, ho visitato la scuola, compresa la cucina, bellissima e in ordine, in cui però non c’era nessuno. Stupito, ho domandato il motivo. Mi hanno risposto che erano i bambini a cucinare. Provate a farlo in Italia. Non avete idea delle denunce che partirebbero».

Il rapporto con i figli

Ha quindi incalzato il pubblico presente. «Mi domando: perché dobbiamo aiutare i figli in tutto? Al contrario, dobbiamo conferire loro ruoli progressivamente più complessi, ruoli che si chiamano responsabilità. Naturalmente queste esperienze portano con sé benefici e frustrazioni. Queste ultime sono più importanti dei successi, perché attraverso di esse si alimenta il sistema immunitario psicologico.
Come sapete, il sistema biologico si allerta con porzioni di batteri e virus. Quello psicologico, invece, tramite le esperienze negative: prima le cadute mentre si gioca, poi i litigi con gli amici e le difficoltà scolastiche che a volte non si riescono a superare. Concetti ovvi all’epoca dei nostri nonni, ma che oggi sono talmente trascurati che poi i figli arrivano alla piena adolescenza, età difficile per definizione, che non hanno la capacità di fronteggiare qualcosa di imprevisto, ovvero non codificato, non necessariamente negativo. Per esempio la nascita o la fine di un amore, l’autogol durante una partita a calcio».

La vicenda del liceo milanese

Lo psichiatra ha poi ricordato una vicenda che ha interessato recentemente un noto liceo classico milanese. «In quella scuola – ha raccontato – una sessantina di ragazzi hanno alzato la mano e, sostanzialmente, si sono ammutinati. La ragione è che non ne possono più: sono stressati. Ma di che? Il 99% dei ragazzi, oggigiorno, è promosso alla Maturità, per cui l’incubo che ha agitato generazioni di studenti non esiste più. Tanto che i ragazzi bravi, capito questo, sono tentati di adeguarsi alla media, che attinge alla mediocrità».
«Il fatto è – ha continuato – che gli “ammutinati” non stanno scherzando, lo pensano davvero, con genitori e insegnanti che danno loro ragione.
Che poi, cosa sarà successo in quel liceo? Magari da Natale ad oggi sono stati interrogati due volte. E guai se per caso hanno dovuto affrontare anche il tema di italiano: in questo caso si può parlare di vero e proprio accanimento (ride, ndr). Ma in tale situazione cosa fanno i genitori? Li prendono e li portano in un istituto dove si ottiene il diploma facilmente. E poi ci si domanda perché le aziende falliscono. Se i ragazzi a 17 anni non ce le fanno e vengono condonati, secondo voi a 28 anni andranno a lavorare ogni giorno alle 7 in azienda? No, non accadrà».
Per poi concludere. «Questo accade non perché questa generazione di giovani sia fiaccata da chissà quali maledizioni mondiali. Pandemia e guerra in Ucraina, ormai, sono scuse per non fare niente. E’ ovvio, basta ammetterlo. Questi ragazzi pensano di stare bene così, vivendo dell’eredità dei nonni che hanno lavorato invece che mirare a fare meglio di chi li ha preceduti. Ma un mondo così squilibrato, dove i più giovani devono sperare di raccattare qualcosa dai più vecchi, non so come potrà andare avanti».

Le proposte educative

Crepet ha quindi fornito qualche indicazione per crescere i figli in modo diverso. Un modo che vada «contro l’educazione che toglie emozioni quali frustrazioni e umiliazioni (le molle che spingono la volta successiva a dimostrare quanto si vale) e il senso comune, che non è necessariamente buon senso. Come quello in base a cui si crede di fare bene quando non si fa mancare nulla ai propri figli. Invece è sbagliato, perché così non si alimenta il desiderio, da cui nasce la passione per qualcosa».
Per poi ricordare un altro errore. «Prendiamo – ha chiarito – la mentalità comune di considerare un bambino come un amministratore delegato, stretto tra scuola e attività pomeridiane di vario tipo. La realtà è che il sogno di un bambino è non fare niente. Ed è l’unico momento della vita in cui può farlo. Noi facciamo il contrario e a 40 anni sogniamo di non fare nulla».
Diretto il rimando al concetto di fatica. «Stiamo eliminando tutte le fatiche – ha annotato – da quelle pratiche quotidiane (con dispositivi che spengono la luce al nostro posto) a quelle relazionali (con la diminuzione di discorsi e confronti, tanto che la democrazia è diventata “una tisana”). La conseguenza? Il nostro cervello non è più allenato».

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