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Roby Facchinetti, la storia dei Pooh e la riscoperta delle parole che contano

Il frontman della mitica band è stato ad Asti per ricordare l'amico e paroliere Valerio Negrini: noi l'abbiamo incontrato per discutere con lui di "parole"

Asti: a tu per tu con il tastierista dei Pooh

Mozart diceva che tre cose sono necessarie per un buon pianista: la testa, il cuore e le dita. Roby Facchinetti, tastierista e frontman dei Pooh, rientra senza dubbio nell’idea che il compositore austriaco aveva del musicista e lo ha dimostrato, ancora una volta, intervenendo nella sede della casa editrice Letteratura Alternativa di Asti per ricordare il suo grande amico, poeta e paroliere Valerio Negrini.

Quando incontriamo Facchinetti manca poco più di mezz’ora all’inizio dell’evento che gli editori Pablo Toussaint e Romina Tondo hanno voluto regalare ai sostenitori di Letteratura Alternativa e gli appassionati dei Pooh. Un’intervista informale per una chiacchierata spontanea, dove le domande seguono il corso della conversazione incentrata sulla figura di Valerio, il Pooh “che non si vedeva sul palco”, ma che metteva tutta se stesso, la sua sensibilità e la sua cultura, enorme, nei testi della canzoni scritte per la band.

Ma qual è il ricordo che Facchinetti ha dell’amico a sette anni dall’improvvisa scomparsa?

«I ricordi sono tantissimi perché abbiamo lavorato insieme 50 anni, un rapporto veramente molto speciale, direi anche simbiotico, di conoscenza profonda e vera. Ho sempre avuto per lui un rispetto e una grande considerazione non solo come artista, ma anche come uomo. Valerio era una persona molto particolare ed è difficile definire la sua personalità: non era un credente, ma parlava sempre di Dio (in 8 brani su 10 usava la parola Dio ndr) e sono arrivato alla conclusione che non c’è un non credente come lui alla fine così credente. Spesso era incoerente perché diceva una cosa e ne faceva un’altra, ma con una sensibilità poetica veramente straordinaria».

Un precursore dei tempi

Sensibilità. E’ questa una delle parole chiave per capire i testi di Valerio Negrini cantati dai Pooh. Il poeta, per sua stessa natura, è una persona che mostra una sensibilità maggiore dei suoi contemporanei. Una sensibilità che lo porta a farsi delle domande sugli aspetti più celati dell’esistenza, nel bene e nel male, a raccontarli tentando di scardinare quel muro che li tiene separati dalle masse. Non è semplice perché il grande poeta, quasi sempre, è malinconico, vive lontano dai clamori, soffre il suo essere precursore dei tempi, spesso fa fatica a essere totalmente compreso. Ma si rivolge a tutti, come Valerio Negrini che, ricorda Facchinetti, «non ha parlato solo d’amore, ma anche di amicizia, di emarginazione, di omosessualità, di violenza sulle donne e l’ha fatto 30 anni fa. Ha anticipato i tempi ed è stato un uomo di una cultura infinita anche grazie al fatto di aver girato il mondo in lungo e in largo almeno tre volte. Nel 1971 ha abbandonato i Pooh per dedicarsi esclusivamente alla stesura dei testi, alla poesia e alla conoscenza».

Parole. Lo strumento che il poeta usa per raccontare l’esistenza. Quelle parole che Valerio sapeva inserire nel momento opportuno, con il tono giusto, per veicolare emozioni che riescono a sollecitare la mente e il cuore. Ma oggi, nell’era della comunicazione globale, sempre più spesso le parole vengono usate impropriamente, fuori contesto, spesso per offendere, amplificate da un uso scellerato dei social network. Non diamo valore alle parole. Oggi Valerio Negrini non apprezzerebbe l’uso che si fa di loro con una violenza senza precedenti.

Il suo rapporto con le parole

Chiediamo a Facchinetti che tipo di rapporto abbia con le parole. Immediata e onesta la sua risposta: «Appartengo a quella generazione che, fortunatamente, dà ancora un peso alle parole perché, una volta dette, possono ferire, emozionare, fare tanto. Cerco di pesarle, al di là delle mode e dei cambiamenti, anche quelli che non mi piacciono come l’impoverimento continuo nel loro uso che vediamo in tv, sui giornali, sui social e che fa davvero dei danni. Sono un romantico: grazie alla mia professione siamo passati attraverso a tanti modi e mode e non ci siamo mai lasciati coinvolgere andando avanti nella nostra strada, cercando di essere noi stessi un po’ di moda. Credo sia una delle ragioni per cui siamo riusciti ad arrivare a 50 anni di attività. Certo, personaggi della mia generazione che hanno vissuto una vita professionale importante, adesso sono un po’ spiazzati. Spero che sia una moda e che presto arrivi, soprattutto grazie ai giovani, qualcosa di bello e innovativo con dei contenuti importanti. Abbiamo perso i valori dei contenuti. La forza poetica di Valerio gli ha permesso veramente di entrare nel cuore di tutti; lo amano, lo stanno riscoprendo sempre di più analizzandolo nelle scuole. Lui ha scritto delle poesie che hanno la forza di entrare nei cuori, di emozionare. Sono brani e racconti di vita che poi fanno parte dell’esistenza di tutti i giorni. Valerio aveva la forza di raccontare la vita di tutti e qualcuno si sentiva identificato completamente nei suoi racconti o perché li ha vissuti, oppure perché li stava vivendo in quel momento, ma anche perché avrebbe voluto viverli. Questo è il segreto delle parole».

Quali parole? Oggi i giovani si avvicinano al mondo della musica seguendo l’onda lunga dei social, usando canali come Youtube per pubblicare lavori nei quali si cura più la musica dei testi. D’altro canto si legge pochissimo, c’è difficoltà a capire il significato di un testo e la padronanza della lingua italiana è sempre più scarsa, spesso limitata a poche centinaia di vocaboli adoperati nel linguaggio parlato come in quello scritto. Chiediamo il parere di Facchinetti su questa decadenza che preoccupa, non solo in campo musicale.

«Sì, vedo anch’io pochissima attenzione sui testi; magari c’è lo slogan, ma che non trasmette un messaggio importante. Purtroppo il giovane, oggi, è talmente distratto da mille cose che non ha tempo di stare delle giornate intere, come facevamo noi negli anni ‘60 e ‘70, ad analizzare un album, i testi, gli arrangiamenti e a leggere gli altri musicisti. Un vero cerimoniale. Lui non ha questo tempo perché se analizziamo cosa fa oggi un giovane in 15 ore vediamo che fa tantissime attività, ma tutto a livello superficiale. Non ha tempo di approfondire».

Dante Alighieri, il primo influencer

E ben venga quindi l’intenzione di far riscoprire, specie ai più giovani, la bellezza delle parole che si è persa nell’era dei messaggini di WhatsApp e, prima ancora, in quei “crimini” contro la comunicazione dati dagli acronimi del T.V.T.B, C6, xché, mex, etc. Riscoperta che inizia dal primo grande poeta, il più influencer di tutti: Dante.

«Dante è il padre della lingua italiana, – continua Facchinetti – ma io credo che riscoprirlo sia importantissimo perché, come detto, oggi si vivono tante esperienze, ma quando cerchi di approfondirle in un qualsiasi discorso non c’è quella forza e quella profondità che sarebbe giusto avere, specie su certi argomenti».

Il tempo passa, avremmo voglia di continuare a parlare con Roby Facchinetti di molti altri temi, ma lo lasciamo al direttore di produzione Sebastiano Piccione che ha aiutato a organizzare l’evento ospitato nella sede di Letteratura Alternativa.

Un percorso musicale lungo 50 anni

Però c’è tempo per un’ultima domanda che è anche una curiosità: qual è il segreto per tenere insieme una band per 50 anni, come successo con i Pooh?

«Oggi è impossibile – risponde Facchinetti – perché sono cambiate tante cose e perché ci sono stati dei momenti storicamente irripetibili. Come se dicessi: oggi perché non nasce un Beethoven? Perché Beethoven, Mozart e tutti questi grandi autori sono nati in quel periodo storico che favoriva il loro modo di esprimersi. Esattamente, senza fare paragoni, come negli anni ‘60 ci fu la rivoluzione musicale e in quel momento storico, irripetibile, le band hanno consegnato alla storia le matrici della nuova musica pop. Ma non succederà più. Ci saranno altri fenomeni, ci saranno altre rivoluzioni, ma quella musicale, per come sta andando il mondo, non si verificherà più e quindi non ci sono neanche più i presupposti affinché una band riesca a stare insieme 50 anni».

Una risposta coerente, come lo è l’artista che ringraziamo per la disponibilità lasciandolo alla platea in attesa. Un’attesa premiata da oltre due ore e mezza di dialogo sincero, profondo, divertente dove il Pooh “che non si vedeva” ha dato, ancora una volta, il meglio di sé anche grazie alle letture di Mauro Crosetti e all’accompagnamento alla chitarra del giovane Nicolò Costa.

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