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“Il Coronavirus secondo me”: le riflessioni degli studenti astigiani

Continua la nostra iniziativa per dare spazio agli alunni delle scuole. Seconda puntata con i ragazzi dell'istituto Penna di San Damiano

Le riflessioni degli studenti dell’istituto Penna

Continua l’iniziativa “Il Coronavirus secondo me”, con cui diamo spazio di espressione agli studenti astigiani. Una pagina in cui pubblichiamo i temi e le riflessioni che tanti ragazzi sono chiamati a scrivere, su invito degli insegnanti, relativi alla diffusione del Covid-19 e alle conseguenze sulla vita quotidiana.
Oggi ospitiamo – grazie alla collaborazione degli insegnanti di Italiano Valentina Giovara, Margherita Leone, Valentina Viola e Manlio Cipullo – altri temi (pubblicati integralmente o in parte) di studenti dell’istituto enogastronomico Penna di San Damiano, dopo la “prima puntata” di mercoledì scorso.
Denis Minutello (IV B), Martina Sattin (V B), Tommaso Penna e Filippo Franco (I B) hanno svolto la traccia “Diario di una crisi: emozioni, giornate, cambiamenti, riflessioni di un adolescente in quarantena”. Invece Sofia De Felice (IV B) ha scritto riguardo a “La gioventù con la corona…e senza virus (forse)”.

L’iniziativa

Ricordiamo che questa iniziativa è aperta a tutte le scuole. Gli insegnanti interessati ad aderire possono scrivere una mail agli indirizzi: e.ferrando@lanuovaprovincia.it e f.duretto@lauovaprovincia.it. Saremo felici di pubblicare i lavori che ci invieranno!

Tommaso Penna (I B)

Sono arrivato nell’anno dei 15 anni, e mai più mi sarei aspettato una pandemia; nemmeno i miei genitori hanno vissuto una cosa del genere. Per me, tutta questa storia è iniziata perché Madre Natura ha creato questo virus, per farci riflettere sull’inquinamento umano.
Il primo stato a essere colpito dal virus è stato la Cina. Iniziarono a chiudere tutti i negozi inutili, lasciando aperti solo i supermercati, e misero tutti quanti in quarantena. Dopo un po’ di mesi è arrivato in Italia, ma noi italiani non ci abbiamo creduto, e siamo andati ancora in giro, come se niente fosse.
Io nella mia quarantena a casa provo tristezza, perché non posso stare coi miei amici; però anche felicità, perché almeno riesco a vederli attraverso le videochiamate. Le giornate le passo chiuso in casa, facendo i compiti al mattino, e al pomeriggio e sera gioco con mio fratello.
Io e mio fratello siamo molto fortunati: perché viviamo in campagna, e almeno non dobbiamo stare chiusi in camera, ma possiamo uscire in giardino, all’aria aperta e pulita, e giocare con il cucciolo, con i Nerf, a wrestling e a sumo.
Oltre a tutto il resto, per la mia famiglia è anche un grande danno economico, perché il ristorante ha l’obbligo di chiusura. Mi auguro, come tutti, che finisca tutto al più presto.

Denis Minutello (IV B)

Mi ascolto e sento un continuo ronzare nei miei pensieri in questo periodo così difficile e delicato.
Rinchiuso in casa provo ad ascoltarmi fino alla fine, fine che non esiste, come un pozzo senza fondo.
È un cerchio continuo che mi circonda ogni giorno.
Sentirsi soli in questa quarantena è veramente insopportabile, lo è ancora di più quando si è in mezzo alle persone. Come si fa a non pensare a certe cose, certi attimi passati. Tanta malinconia, giornate grigie, questo forse perché nella nostra vita puntiamo a raggiungere mille obiettivi diversi dimenticandoci di stare bene, di riuscirci perlomeno. Ci dimentichiamo di amare e ora che siamo fermi ce ne rendiamo conto.
Abbiamo la concezione del tempo che ci passa davanti e delle opportunità che non abbiamo sfruttato nel passato. Quanti ricordi, quanti attimi, ma la vita non finisce certo qua, bisogna essere ottimisti, andremo avanti e non cambieremo pagina, ma l’intero libro.
Sento la mancanza di svariate cose, soprattutto dei momenti.
Il momento in cui la campanella suona e si passa da una materia all’altra; il momento in cui si sale sul pullman per tornare a casa; il momento e i momenti passati seduti nei banchi, che fosse per impegnarsi o per scaldarlo, quel banco, ora poco importa; sono i momenti della mia quotidianità e mi mancano.
Fa molto più male sentirsi soli quando si è già da soli, e ne risento veramente tanto, in queste giornate in cui si prova a fare attività nuove o che per molto tempo ormai avevano fatto la polvere.
Provo a cucinare, a fare un po’ di esercizi, a vedere i film, studi e i compiti. Alla fine mi metto a studiare e mi crolla tutto addosso, come una grossa montagna che frana sopra alla mia testa. È come se da solo non riuscissi, come se realizzassi ora di aver bisogno dei compagni, dei professori.
Il mio sentire è un grande pezzo di roccia ingarbugliata tra pensieri, sentimenti e stati d’animo.

Martina Sattin (V B)

Caro diario,
è da ormai un mese che sono a casa, ho sempre voluto stare a casa, a dormire quanto voglio e a poltrire sul divano finché voglio, essere libera di fare tutto, stare sveglia fino a tardi, chattare fino le 5 del mattino, vedere tutte le serie tv che dovevo guardare. Stare a casa è sempre stata la cosa che desideravo di più, dopo una mattinata a scuola, dopo una serata o durante la domenica.
È da un mese che sono a casa, non faccio altro che ripetere tutto ciò, prima mi lamentavo continuamente: “Non riesco mai a riposarmi”; “Non ho più voglia di andare a scuola”; “Ho sonno, voglio il letto”. Passavo giornate intere a letto, desideravo riposarmi continuamente, cercavo sempre scuse per non fare le cose, ero continuamente pigra, le mie giornate dovevano sempre essere: letto, scuola, letto, tv e di nuovo letto.
La pensavo così, un mese fa.
Ora invece, non sopporto più né la parola divano né il letto.
Il 21 marzo è iniziata la primavera, stagione che ho sempre odiato, a causa della mia alleria al polline, naso tappato, occhi rossi e continui starnuti, altroché se odio la primavera. Ma ad oggi, penso di non aver mai desiderato più di adesso voler sentire la primavera sulla mia pelle, poter vedere la città che comincia a risplendere di colori vivaci, sentire il sole caldo sulla pelle, annusare i profumi dei fiori nell’aria, ma soprattutto poter correre in libertà in un prato verde.
Siamo sempre stati abituati ad avere tutto ed ora, che non abbiamo nulla, tutto è così difficile.
Prima non davamo valore ad un abbraccio, a un bacio o ad una carezza, ripetevamo continuamente: “Tanto ci sarà anche domani”, non rendendoci conto che stavamo banalizzando le cose più importanti.
Ora invece siamo soli con noi stessi, ma le nostre vite si sono riempite di oggetti, come il cellulare, che per quanto sia utile, non toglie la distanza, la fa pesare solo di meno, facendoci credere che siamo tutti lo stesso vicini, anche se non è così.
È tutto così triste, non abbiamo più la nostra libertà, stiamo ogni santo giorno o sul letto o sul divano, a colmare la nostra voglia di uscire con una nuova serie tv o con un videogioco.
Un mese fa, non avrei mai pensato che la mia vita sarebbe passata da un estremo all’altro, dal tutto al niente.
Non avrei mai pensato che l’unico modo per vedere i miei amici, o il mio ragazzo, sarebbe stato quello di fare una videochiamata, non avrei mai pensato che non li avrei più visti, mi sarebbe piaciuto averlo saputo prima, così l’ultimo abbraccio dato al mio fidanzato sarebbe stato più forte.
Un telefono non rimpiazzerà mai la sensazione che si prova ad abbracciare una persona che ami.
Ciò che mi manca di più della mia vita è un abbraccio dalle persone a cui voglio bene, come il mio ragazzo o i miei amici, mi manca stare a contatto con l’umanità.
L’unica cosa che mi da forza è pensare che prima o poi tutto ciò finirà, e quando avverrà, ritorneremo alle nostre solite vite, ma con delle considerazioni in più: quella del dare più valore a ciò che ci circonda, dare più importanza ai gesti, al modo di vivere e al non dare nulla per scontato, perché la vita è sempre imprevedibile, ma non dobbiamo odiarla per questo, anzi, dobbiamo amarla ancora di più, perché quando ci mette a dura prova, lo fa solo per farci capire che siamo più forti di quanto pensiamo.

Filippo Franco (I B)

Oggi è uguale a ieri. Tutti i giorni, da qualche settimana a questa parte, mi sembrano la brutta copia di un racconto fantascientifico.
La prima volta che ho sentito di questo virus non mi sono preoccupato: egoisticamente mi ero detto che fosse una realtà troppo lontana dal mio quotidiano per essere in allarme.
Ho continuato a guardare la mia serie tv preferita.
La sera sono andato a dormire, ho abbracciato mia madre perché l’indomani avrebbe fatto il primo turno e sapevo che non l’avrei vista una volta sveglio.
Ore 6:45, mi sveglio. Faccio colazione, gli occhi ancora socchiusi. In ansia per la giornata scolastica che mi si prospetta, oggi ho una prova importante. Mi piace la scuola: certo, non troppo. Ma sono felice di poterci andare. Ho molti amici, studiare non mi dispiace. Credo di aver trovato l’indirizzo giusto per me.
Alle 14.30 sono a casa per fare pranzo. Faccio i compiti, studio un po’. Videogioco, guardo la tv. È arrivata l’ora di cena in un attimo, poi l’ora di andare a letto. Bacio mia madre, questa volta l’indomani faremo colazione insieme al bar sotto casa. Sono felice.
Passa qualche giorno, e senza rendermene conto, come una gocciolina che riempie un vaso poco alla volta, la situazione sembra più seria di prima: PRIMO CASO IN ITALIA.
In Italia. La mia nazione. É in un’altra regione, sono tranquillo. Non arriverà in Piemonte.
Passa qualche giorno, in Lombardia ci sono dieci comuni definiti “zona rossa”. Significa che si esce solo all’interno del comune. Si esce per fare la spesa e basta. Ancora non è la mia regione. Per ora siamo un po’ allarmati, qualcuno gira con la mascherina ma non tutti.
Domenica 24 febbraio. Scuole chiuse per una settimana.
Comincio ad avere paura. D’un tratto i social danno solo notizie spaventose. Non ho mai vissuto una situazione del genere. Non so che dire, mi mancano le parole. Mi trovo spesso a riflettere su cosa stia accadendo.
Sento le persone intorno a me dire che colpisce solo gli anziani. Un po’ mi solleva, devo dire la verità.
Quando cala la notte, il buio mi trova spaesato.
I primi di marzo in Piemonte si registrano quasi un centinaio di casi, un po’ qui e un po’ là.
A metà marzo il Covid-19 è a due passi da casa mia. Nella città di Asti. Qualche giorno dopo, è a San Damiano.
A scuola non vado ormai da settimane.
Esco per portare fuori il cane, e ne approfitto per salutare qualunque persona veda a metri di distanza. Anche se non la conosco, anche se la odio, anche se la temo.
La guardo e penso che potrebbe essere malata, anche se mi vergogno di questo pensiero. Ma è un meccanismo automatico ormai.
Oggi è uguale a ieri. Tutti i giorni, da qualche settimana a questa parte mi sembrano la brutta copia di un racconto fantascientifico.
Ma è un racconto reale. Fra qualche anno parleranno di questo periodo nei libri di scuola. L’Italia per un po’ è stata la nazione con più contagiati e vittime.
Io per ora sono fortunato. Non ho perso nessuno della mia famiglia.
Ma ho perso dei connazionali, questo sì. Sono morti da soli, la famiglia l’hanno salutata attraverso il cellulare delle infermiere.
E se ci penso mi viene da piangere.
Come tutti, prego che tutto ciò finisca il prima possibile.
E per ora non ho più nulla da dire.

Sofia De Felice (IV B)

Mi chiamo Sofia, ho 18 anni e vivo nell’ anno 2020.
Siamo solo a marzo, quindi ancora agli inizi dell’anno nuovo e quest’anno è iniziato col terrore. A gennaio abbiamo sfiorato l’inizio della terza guerra mondiale, ma a febbraio è arrivato di peggio: un virus, apparentemente tranquillo, ma in realtà letale per il genere umano, si è manifestato in gran parte del mondo; e siamo solo a marzo. Io mi chiedo cosa possa ancora succedere in questo maledetto anno.
Prima che iniziasse questa pandemia globale, penso di essere stata la persona più felice sulla faccia della Terra: esattamente il 14 febbraio, il giorno di San Valentino, un ragazzo mi chiese di uscire ed io accettai. Da quel giorno la mia vita cambiò un po’, in meglio, ovviamente. Sono ancora davvero felice, anche con la quarantena in corso, ma per ora non lo sono più come prima. Mi sono affezionata subito a questa persona e la cosa era reciproca, mi ha dimostrato i suoi sentimenti nei miei confronti già da subito; ma purtroppo, non sempre le cose vanno come desideri: a causa di questo corona virus siamo costretti a rimanere in casa, quindi a non vederci.
Ho paura.
Ho paura perché penso che, grazie a questo isolamento, uno dei due possa stancarsi della situazione e, quindi che possa finire tutto quello che c’è tra noi. Ma di una cosa sono certa: anche se siamo dei semplici ragazzi, io sono fermamente convinta di essermi, per la prima volta, innamorata. Ed ora che sto scrivendo tutto ciò, mi sto rendendo conto che avere paura non serve a niente. Dimostrerò tutti i giorni l’amore che provo nei confronti del mio ragazzo, e facendo tutto questo sono convinta che nulla potrà dividerci.