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Le parole del 2020 da dimenticare secondo gli studenti

I temi di alcuni alunni della scuola media Brofferio nell'ambito del laboratorio di scrittura creativa attivato in questo periodo di didattica a distanza

L’introduzione della didattica a distanza a partire dallo scorso marzo ha imposto alle scuole la necessità di trovare nuove strategie per cercare di mantenere un rapporto stretto tra insegnanti e alunni.
I docenti si sono quindi interrogati su quali iniziative ideare con questo obiettivo. Ad esempio alla scuola media Brofferio, dove attualmente sono interessate dalla didattica a distanza tutte le classi seconde e terze, si è ragionato sull’importanza della scrittura.
Scrivere ha rappresentato, fin dalla scorsa primavera, un mezzo indispensabile per comunicare, esprimere, giocare, provare emozioni, tanto che sono state proposte attività in grado di interessare i ragazzi.
Tra queste il laboratorio di scrittura creativa, nell’ambito del quale è stato assegnato recentemente il seguente tema: “La parola del 2020 è ‘lockdown’, secondo gli esperti del vocabolario inglese Collins, vocabolo usato finora da inizio pandemia 250 milioni di volte. Quali sono le altre 5 parole del 2020 che hai sentito ripetere molte volte, ma non vorresti più sentir pronunciare e perchè?”.
Di seguito i testi di alcuni alunni, selezionati dagli insegnanti in quanto particolarmente profondi.

I temi degli alunni

Emma Bastita (III B)

Credo che le parole che in questo momento la gente non voglia più sentire siano quelle che riguardano il Covid-19. Lo capisco, anche io non avrei mai voluto conoscere questi termini. È un periodo così brutto e triste che credo che nessuno lo vorrà ricordare. Esistono anche le persone che negano la realtà e l’evidenza, ma secondo me non sono proprio da ascoltare. Ho scelto le cinque parole che non vorrei più sentire utilizzare in maniera negativa.
La prima parola che mi viene in mente è DISTANZA perché il fatto di stare lontano dalle persone che siamo abituati a vedere tutti i giorni mi fa stare male: capisco che sia uguale per tutti e sia per un fatto di sicurezza, ma non poter abbracciare i nostri amici o i nostri famigliari è brutto! Non siamo neanche sicuri di chi è nostro conoscente o amico perché non sappiamo i contatti che ha avuto e siamo costretti a stare lontani.
La seconda parola è il NON: in questo periodo ci sono molti divieti che ci privano della nostra libertà. Se in un periodo come l’adolescenza, come in questo caso, siamo costretti a stare chiusi in casa e a non fare milioni di cose che in un periodo normale avremmo certamente fatto, di sicuro ci viene difficile accettarlo. La parola NON viene spesso usata in ambito scolastico: noi ragazzi, alcune volte, la impieghiamo per raccontare scuse, dicendo ai professori che il nostro audio o la nostra videocamera NON funzionano. E questo non si dovrebbe fare. Questa parola viene anche usata per farci capire che i giornalisti, i medici ecc. non hanno certezze e ciò porta ad un ulteriore stato di dubbio e incertezza.
Un’altra parola che mi viene in mente è TRISTEZZA, non so se riesco a far comprender il mio pensiero, ma tutte le informazioni negative trasmesse o alla radio o in TV sono sinonimo di tristezza, quando invece il mondo ha bisogno di felicità, di serenità e di normalità…speranza.
La quarta parola è VUOTO, perché vediamo vuoti le strade, i cinema, le scuole, i musei, le palestre e i locali commerciali: in questo modo l’economia va a rotoli e i negozianti sono costretti a tenere chiuse le loro attività. Viene limitata la libertà delle persone di andare a fare un semplice giro per la propria città e incontrarsi tra amici, al parco, ai ristoranti e in luoghi di compagnia, come siamo sempre stati abituati a fare.
La quinta parola invece è PIENO, perché al posto di occupare i luoghi felici e piacevoli, sono pienissimi gli ospedali, sono talmente pieni che le persone in alcune città sono ridotte a stare nelle proprie auto ad aspettare il proprio turno per entrare a farsi curare o visitare, sono piene anche le vie in cui le macchine sostano per fare il tampone.
So che queste parole, per quanto siano pesanti, sono importanti in un periodo come questo. Proprio la loro durezza ci fa capire che la situazione è grave e bisogna stare attenti. Al tempo stesso, però, mi dispiace pensare che, quando sarà tutto finito, alcune di queste parole conserveranno un significato negativo per molto tempo.
Ogni volta che sentirò PIENO penserò prima ad un ospedale che ad un cinema, ogni volta che sentirò DISTANZA penserò prima alla solitudine e dopo ad un viaggio.
Ogni volta che sentirò la parola TAMPONARE penserò alla diagnosi per il Covid-19 e non ad un incidente stradale anche se di lieve entità. In effetti, anche in questo significato, non è augurabile a nessuno.

Federico Valleri (III B)

Il 2020 sarà ricordato come un anno problematico e difficile a causa di una pandemia senza precedenti nella storia moderna.
Purtroppo, la pandemia non è stato l’unico problema che questo anno travagliato ci ha riservato. Un’altra questione importante sono state le uccisioni di alcuni afroamericani che hanno scoperchiato “il vaso di Pandora” sui temi della intolleranza e della discriminazione e che hanno scatenato molte proteste anche violente.
Più recentemente invece, l’orrore degli attentati terroristici cruenti a Nizza e a Vienna ha riportato in primo piano il problema dell’integrazione.
Alla luce di tutti questi avvenimenti sono molte le parole che da sole rappresentano questo anno difficile che sta giungendo al termine, ma ce ne sono cinque, in particolare, che vorrei non sentire più pronunciare.
La prima di tutte è ovviamente VIRUS. Questa “canaglia” è stata la principale fonte di problemi, ci ha costretti tutti in casa, ci ha allontanato dagli affetti e ha portato via familiari e amici.
Sempre inerente al Coronavirus c’è la parola MASCHERINA. Questo oggetto, che prima si vedeva solo al volto dei medici nelle serie tv americane, è ormai sui volti di tutti. E’ fastidiosa e soprattutto rende faticoso il riconoscimento di chi ti saluta.
RAZZISMO: questa brutta parola che ormai si sente da tanti anni è stata anche al centro delle proteste del movimento “Black Lives Matter” contro la violenza della polizia nei confronti della popolazione afroamericana. Credo sia giunto il momento di bandirla dai vocabolari se vogliamo continuare a definirci “società civile”.
Non voglio più sentire parlare neppure di TERRORISMO.
Negli ultimi cinque anni sono stati commessi decine e decine di atti di barbarie contro persone innocenti. Nelle ultime settimane, con gli attentati di Nizza e Vienna mi sono tornati in mente gli anni in cui avevamo paura di uscire di casa e di viaggiare.
Infine non voglio più sentire il termine CONTAGIO. Se ne sente parlare tutti i giorni nel bollettino della Protezione Civile. E’ una parola legata al virus, alla pandemia, ma in un certo senso anche al concetto di razzismo e terrorismo perché certi atteggiamenti, legati al pregiudizio e alla violenza, si diffondono facilmente se supportati dall’ignoranza.
Sono consapevole del fatto che dovremo ascoltare ancora la maggior parte di queste parole, ma se tutti facciamo del nostro meglio ho la speranza che possano essere presto tutte archiviate e sostituite da parole migliori.

Anna Spandonaro (III B)

Quest’anno con l’arrivo del Coronavirus le parole più usate sono tutte collegate ad esso.
Le cinque parole che non vorrei più sentire sono: positivo, mascherina, distanziamento, DaD e zona rossa.
POSITIVO fino all’anno scorso era visto come un termine che afferma il valore, il pregio di qualcuno o di qualche cosa; essere positivo voleva dire essere una persona che guarda il lato migliore delle cose che accadono. Quest’anno invece la parola “positivo” vuol dire aver contratto il virus, dover restare in quarantena, sperando di stare bene e aspettare due tamponi negativi per essere certi di essere guariti. Questo secondo significato spero che al più presto possa essere un ricordo lontano.
La MASCHERINA ora è essenziale per sconfiggere il virus, ma indossarla mi provoca un senso di nausea e di claustrofobia. Capisco la sua utilità, ma spero che al più presto si trovi un’alternativa valida, sicura ma meno vincolante.
Il DISTANZIAMENTO è un concetto strettamente legato alla mascherina. So che è essenziale, ma vorrei tanto ritornare ad abbracciare i miei amici e poter stare vicina a loro, non lontana come ora. Mi manca tutto, dagli scambi di oggetti al contatto fisico.
La DaD: una sigla che indica la didattica a distanza. Trovo sia anche peggiore delle altre. Con la DaD hai la possibilità di vedere i compagni ed i professori solamente davanti ad uno schermo. Spero tanto che ritornino presto le lezioni in presenza perché lo scambio umano che c’è con i professori e tra noi alunni non è rimpiazzabile dalla tecnologia. La scuola è un continuo scambio di nozioni, di idee, di emozioni, di contatti e stare a casa delle ore davanti a un video non lo è.
La ZONA ROSSA è una grande limitazione perché impedisce di muoversi dal proprio comune, di andare a scuola, di fare shopping e di avere la libertà di una semplice passeggiata.
Spero che al più presto non ci siano più zone rosse perché significherebbe un minor numero di malati e di morti e la possibilità di lasciare la DaD e tornare a scuola, anche accettando, a tutela della situazione, ancora per un po’, la mascherina ed il distanziamento. Questo sarebbe davvero positivo!

Sara Carriero (III B)

Caro Coronavirus,
noto anche come Covid-19 perché, a quanto mi è stato detto, ti sei presentato nell’anno 2019, come hai notato ti sto dando del “tu” perché ormai sei entrato nelle nostre vite e ti considero un amico anche se indesiderato.
Io ho sentito parlare di te all’inizio di quest’anno, che per molti sembrava essere un anno fortunato, ma a pochi mesi dalla fine non mi sembra che sia stato così. Nella mia città, e sottolineo a causa tua, non ho potuto continuare i miei studi in presenza a scuola a partire dagli inizi di marzo.
E’ stato un cambiamento abbastanza notevole, soprattutto per la chiusura, in una cittadina come la mia. Solitamente marzo è il mese in cui il freddo e il ghiaccio insieme a maglioni, guanti e cappelli si ritirano per lasciare spazio al vento e ai fiori, di portare la primavera. La stagione della rinascita, in cui tutto sboccia e le persone ricominciano ad uscire più frequentemente, senza neanche troppa paura di ammalarsi. Bene, per quest’anno invece non è stato lo stesso e spero tu riconosca di esserne il motivo.
Ho deciso di scriverti non per elencarti i disastri e le mie delusioni, perché so già che non basterebbero le pagine.
Questa lettera è in parte dedicata a te per il fatto che sei una delle parole che vorrei eliminare perchè ti sento pronunciare sovente e io stessa ti nomino molte volte in un giorno.
Potremmo fare pure un paragone tra la parola “Coronavirus” e la parola “mamma”: secondo me ve la giocate!!!!
Un’altra parola che in questo anno è stata più volte ripetuta ai telegiornali è DISTANZIAMENTO SOCIALE. Per molti di noi è stata, e lo è ancora ora, una regola difficile da rispettare perché infrange la quotidianità di una volta, quando abbracciarsi o stare vicini era una cosa normale e anche gesto di affetto. Per esempio negli anni passati dopo un lungo periodo di vacanze, quando ci si rivedeva con i propri amici, era consuetudine abbracciarsi; mentre ora, muniti di mascherine, guanti, ci si saluta da lontano, “armati” di disinfettante per le mani. Insomma possiamo fare concorrenza ai personaggi che hanno vissuto le epidemie di peste del Trecento e del Seicento.
A questo proposito, un’altra parola che ho scelto è proprio EPIDEMIA. Già nel passato ci sono stati episodi simili, per esempio l’influenza spagnola. Quindi se tu sei venuto sulla terra per far vedere che sei capace di creare grande scompiglio tutto da solo, sappi che non sei stato l’unico.
Altra parola odiata è MASCHERINA, non importa se FFP2 o FFP3, con o senza valvola, chirurgica o di stoffa; il fatto è che bisogna comunque indossarla, però non possiamo dire che sia il miglior capo d’abbigliamento inventato fino ad ora, sia per lo stile, ma soprattutto per la comodità. Dobbiamo fare questo sforzo se vogliamo riprendere la normalità e quindi ci atteniamo alle regole, ma faccio sempre più fatica ad accettare queste restrizioni.
L’ultima parola che ho scelto è CAMBIAMENTO: prima era una parola che mi piaceva moltissimo: mi ispirava perché mi faceva pensare alle trasformazioni, alle evoluzioni, ai miglioramenti. Ora vorrei solo poter tornare a ciò che è stato, prima, e potermi godere un po’ di sana e statica tranquillità.
Quindi, caro odiato Coronavirus, vorrei concludere con una richiesta.
Non so se la tua presenza debba insegnarci a vivere diversamente, a essere migliori e a pensare che andrà tutto bene. Non va AFFATTO BENE. Prenditi una pausa, possibilmente perenne, porta con te le parole che ho elencato e, per favore, lascia a me e al mondo intero un po’ di tregua e la possibilità di tornare alla vita di una volta. Mi basta quella di un anno fa.

Petra Cardona (III B)

Quando a mezzanotte del 1° gennaio 2020, abbiamo festeggiato pensando che sarebbe stato un anno meraviglioso, avremmo mai pensato che “lockdown” sarebbe stata nominato la parola dell’anno?!
Uno degli anni peggiori della storia dell’umanita’, dicono; sono successe tante di quelle cose che verremo ricordati nei libri di storia!Quali sono le parole che vorremmo dimenticare?
Personalmente non avevo mai visto la parola “CONTAGIO” come un termine preoccupante; prima del 2020 non era molto usata nel linguaggio comune, si sentiva molto raramente, solo in ambito medico: ora ogni programma, ogni sito ti presenta il quadro dei contagi, se sono in aumento o se stanno diminuendo. Chissà se torneremo a relegarla nei contesti esclusivamente medici?
La parola “DPCM” (sigla “decreto presidente consiglio ministri”) non l’avevo mai sentita, o se mi era capitato non ci avevo fatto caso; ora tutti aspettiamo ansiosamente il nuovo DPCM per vedere come si evolverà la situazione, se andremo a scuola, se potremo uscire o se dovremo stare, per il prossimo mese, chiusi in casa senza poter incontrare nessuno. Non vorrei completamente dimenticarla, ma non sarebbe bello se potessimo tornare a vivere in un mondo in cui non serve essere controllati da un decreto?
“PAURA”: credo che possa essere anche questa una parola del 2020. Sono successi molti avvenimenti, tra il Covid-19, l’Australia bruciata, i cambiamenti climatici, le rivolte popolari, gli attentati. Tutti abbiamo avuto paura, perché non sapevamo cosa sarebbe successo: le notizie dei contagi, le immagini dei reparti ospedalieri, il numero dei morti e noi, nel nostro piccolo non potendo fare nulla, ci siamo rintanati in quella paura, sperando di non doverla provare per ancora tanto tempo…
Un’altra parola che non vorrei più sentire è “GUERRA”: conflitti di idee, contrasti politici, scontri di potere, tensioni per la supremazia, lotte psicologiche, dispute mediatiche, ostilità: persino trovare un vaccino anti-Covid è motivo di rivalità: sempre e solo guerra. Chissà quando impareremo a eliminarla dal vocabolario.
L’ultima parola che spero di non dover più ricordare associata al 2020 è “SCIAMANNATO”.
Non l’avete mai sentita dire durante quest’anno?
Forse no! Ma è la parola che lo descrive perfettamente! Vuol dire disordinato, e il 2020 e’ stato l’anno più disordinato che abbiamo vissuto!

Cristian Nosenzo (III B)

Come sappiamo la parola di quest’anno è “lockdown”, secondo il vocabolario inglese Collins. E’ una parola che non vorrei più sentire insieme a COVID o CORONAVIRUS: mi sono stancato che la dicano, perché è una malattia molto grave, e non mi piace dover pensare a tutte le cose negative che sono collegate.
La seconda parola che non vorrei mai più sentire è IGIENIZZANTE. Quante volte mi hanno ripetuto che dovevo disinfettarmi subito le mani!!! Io infatti lo so, quindi la prima cosa che faccio quando tocco qualcosa di non pulito è disinfettarmi col gel o lavarmi le mani.
Un’altra frase che non voglio più sentire è “NON STO BENE”, perché questa frase mi fa molto preoccupare. In Italia c’ è moltissima gente che sta male, e mi auguro che questo periodo finisca presto.
La frase che odio più di tutte in questo momento è “DAD” perché io non sono tanto un amante della “didattica a distanza”.
E’ molto scomoda ed è molto più difficile capire se gli altri sono presenti o no, perché ci sono alcuni momenti in cui non va la connessione. Io preferisco la scuola in presenza. Posso vedere i miei amici e parlare con loro.
L’ ultima frase che vorrei cancellare è “ATTIVITA’ FISICHE SOSPESE” perchè io amo molto lo sport e soprattutto mi aiuta molto anche ad essere più bravo a scuola. Io pratico calcio; ci tengo molto all’attività fisica, perciò quando mi sospendono l’ unica attività in cui mi diverto, io sono piuttosto arrabbiato, perchè non ho più niente da fare. Spero di riprendere la mia vita il più presto possibile e di non sentire più queste parole

 

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