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“Possiamo produrre, ma vendere solo on line: così non va”

Lo sfogo amaro di Milena Mastrazzo e Nicole Cavallo, titolari del laboratorio "Paillettes", che parlano a nome "di tanti artigiani penalizzati dal DPCM"

«Da quando è entrato in vigore l’ultimo DPCM, lo scorso 6 novembre, siamo state abbandonate, dimenticate. Siamo artigiane ma, se da una parte possiamo tenere aperto per produrre, dall’altra non possiamo vendere, in laboratorio, ciò che facciamo. Le vendite sono consentite solo on line, un canale decisamente marginale per botteghe artigiane come la nostra. Come se non bastasse, siamo escluse da ogni agevolazione prevista dal Governo».
E’ lo sfogo amaro di Milena Mastrazzo e Nicoletta Cavallo, titolari del laboratorio “Paillettes” di via Incisa, dove dal 1985 realizzano e vendono bijoux e accessori moda. «Siamo sinceramente preoccupate – affermano – in quanto in base al DPCM, e alle indicazioni finora ricevute dalla Prefettura, possiamo tenere aperta la produzione ma non vendere, se non con modalità a distanza (telefono, internet, corrispondenza) e consegna a domicilio. Un vero danno per chi realizza pezzi fatti a mano, su misura, che vanno provati. Tanto che parliamo anche a nome di altri artigiani nella nostra stessa situazione (come corniciai, sarti, camiciai, gioiellieri). Per noi piccole botteghe artigiane la vendita on line è marginale, sia per le dimensioni delle nostre realtà sia perché realizziamo articoli unici, spesso su misura, che non si adattano a questo canale di vendita».
La preoccupazione è anche legata al fatto che, potendo comunque tenere aperta la produzione, sono escluse dagli aiuti previsti dal Governo per le attività economiche colpite dalle restrizioni dovute all’emergenza sanitaria. «Non possiamo accedere ad alcun tipo di ristoro né ad altre forme di agevolazioni, come il credito d’imposta sugli affitti. Ma noi, come molte altre categorie, viviamo del nostro lavoro. Come possiamo andare avanti se non vendiamo i nostri articoli?».

Le richieste di Confartigianato

D’accordo sulla necessità di chiedere, al riguardo, un’interpretazione più estensiva del DPCM è Giansecondo Bossi, direttore provinciale di Confartigianato. «E’ uno degli aspetti che abbiamo sollevato a livello regionale con le Prefetture piemontesi – spiega – in quanto le botteghe artigiane di questo tipo non sono titolari di licenza di commercio perché vendono solo gli articoli realizzati in proprio. E’ un controsenso, quindi, che non possano vendere solo perché i negozi al dettaglio del settore in cui operano (bigiotterie, camicerie non artigianali) sono chiusi».
Altra richiesta avanzata da Confartigianato a livello regionale, in una lettera aperta ai parlamentari piemontesi, è «un’interpretazione univoca ed estensiva del DPCM del 3 novembre che consenta un’applicazione uniforme in tutti i Comuni ricompresi nelle zone rosse, e l’estensione dei benefici compensativi per le tipologie di imprese che, seppur aperte, sono nell’impossibilità di produrre fatturato».
«L’ultimo DPCM non consente spostamenti delle persone tra diversi Comuni, per cause che non siano “motivi di lavoro, salute o necessità”», spiega Roberto Dellavalle, presidente provinciale di Confartigianato. «Questo impedisce ai cittadini di usufruire di servizi alla persona e attività artigianali (parrucchieri, lavanderia, autofficina, carrozzeria, gommista, corniciai, calzolai, sarti, produzione oggettistica) che sono ubicati al di fuori del Comune di residenza e/o domicilio. Esercizi che, soprattutto nei piccoli Comuni, risultano doppiamente danneggiati, perché da un lato subiscono una riduzione degli incassi per la minor clientela, ma dall’altro, essendo aperti, non possono fruire dei contributi a fondo perduto previsti per le attività sospese dal decreto “Ristori bis”».
«Per questo è urgente un chiarimento – conclude il direttore provinciale Giansecondo Bossi – e una linea interpretativa unica a livello nazionale, facendo prevalere il buonsenso. Non vi è motivo per cui un’impresa artigiana e commerciale, che resta aperta e lavora in condizioni di sicurezza, debba rinunciare alla clientela fidelizzata a causa di limiti di spostamento tra Comuni. Tanto più che il Governo, con una recente Faq, ha stabilito che è consentito recarsi in un supermercato o negozio sito in altro Comune per fare la spesa».

Elisa Ferrando

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