Asti, le imprese crollanoSiamo penultimi in Italia
Economia

Asti, le imprese crollano
Siamo penultimi in Italia

L’anno scorso sono nate nella nostra provincia 1.461 imprese a fronte delle quali 1.797 hanno chiuso i battenti, quindi con un saldo pari a – 336 unità. Il tasso di crescita astigiano è stato il più basso in Piemonte, pari a – 1,29%. Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere: «tra poco la politica avrà di nuovo in mano le sorti del Paese e deve sapere che l’obiettivo primo e urgente della sua agenda deve essere quello di rimettere al centro dell’azione politica l’impresa…»

Asti penultima in Italia per tasso di crescita delle imprese nel 2012. L’anno scorso, infatti, sono nate nella nostra provincia 1.461 imprese a fronte delle quali 1.797 hanno chiuso i battenti, quindi con un saldo pari a – 336 unità. E’ quanto emerge dall’indagine sulla natalità e mortalità delle imprese risultante dal Registro delle imprese, diffusa ieri (giovedì) da Unioncamere sulla base di Movimprese, ovvero la rilevazione statistica condotta da InfoCamere, che è la società di informatica della Camere di Commercio italiane.

Dallo studio emerge, infatti, che il tasso di crescita astigiano (dato dal rapporto tra il saldo iscrizioni/cessazioni rilevate nel periodo e lo stock delle imprese registrate all’inizio del periodo considerato) è stato il più basso in Piemonte, pari a – 1,29%. Le altre province, infatti, hanno registrato risultati migliori, seppure negativi (Cuneo – 0,94%; Vercelli – 0,83%; Alessandria -0,77%; Biella -0,72%; Torino – 0,15%) ad eccezione di Novara, che ha registrato un tasso positivo (0,52%). Tornando all’Astigiano, allo scorso 31 dicembre erano registrate 25.387 imprese (di cui 6.729 artigiane). Osservando la distribuzione per settori, poi, si nota come le più numerose appartengono al settore dell’agricoltura (7.465); commercio, all’ingrosso e al dettaglio (5.093); costruzioni (3.896); manifattura (2.264).

Analizzando quindi il trend nazionale, e considerando la ripartizione per macro-regioni, si nota come il conto più salato del 2012 è stato pagato dalle imprese del Nord che – Lombardia esclusa – complessivamente hanno perso 6.600 imprese, i tre quarti delle quali concentrate nel Nord Est. A livello regionale il Piemonte si è inserito tra le regioni con tasso di crescita negativo (- 0,41%, con un saldo pari a – 1.930 imprese) a fronte di un tasso 2011 positivo (0,18%). Il “segno +” caratterizza invece l’Italia, che ha registrato un tasso dello 0,31%, grazie anche alla performance del Centro Italia (1,29%).

Un numero che, tuttavia, nasconde elementi preoccupanti: l’anno scorso nel nostro Paese sono infatti nate 383.883 imprese (il valore più basso degli ultimi 8 anni) a fronte delle quali 364.972 – mille ogni giorno – sono quelle che hanno chiuso i battenti. Come conseguenza, il saldo tra entrate e uscite si è attestato sul valore di 18.911 imprese (lo stock è di oltre 6 milioni), il secondo peggior risultato dal 2005 e vicino – dopo due anni consecutivi di recupero – a quello del 2009, l’anno peggiore dall’inizio della crisi.

Continuando l’analisi, si nota come si restringa ulteriormente (- 6.515 imprese) il tessuto imprenditoriale dell’industria manifatturiera – trascinato dalla forte contrazione dell’artigianato, che chiude l’anno con 20.319 imprese in meno – oltre a quello delle costruzioni (-7.427) e dell’agricoltura (-16.791). Giovani under 35, immigrati e donne, attività del turismo, del commercio e dei servizi alle imprese e alle persone, invece, sono quindi state le tipologie di imprenditori e i settori di attività che, nel 2012, hanno consentito a mantenere in lieve attivo il bilancio anagrafico delle imprese italiane.

«In questi anni – ha commentato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanellole imprese italiane hanno fatto letteralmente dei miracoli per restare sul mercato. In tante, anche in assenza di vere politiche di sostegno, sono addirittura riuscite a migliorare le proprie posizioni e a rafforzarsi. Ma molte di più non ce l’hanno fatta e, con loro, si sono persi migliaia di posti di lavoro. Ora però il tempo è scaduto, tra poco la politica avrà di nuovo in mano le sorti del Paese e deve sapere che l’obiettivo primo e urgente della sua agenda deve essere quello di rimettere al centro dell’azione politica l’impresa, da cui dipende il lavoro, riducendo su entrambi i fronti la pressione fiscale».

Elisa Ferrando

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