Ecco gli eroi dei “surì”, dove la vigna è una sfida
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Ecco gli eroi dei “surì”, dove la vigna è una sfida

Riuniti al teatro Balbo di Canelli centinaia di vignaioli con in mano l'attestato che riconosce loro 30 centesimi di euro in più per le uve prodotte. Il direttore Bosticco sottolinea: «Bisogna convincere i giovani a coltivare le uve»

C’era tanta Terra, venerdì sera, al Balbo. Terra venuta, un po’ in sordina, dai 52 Comuni che tracciano il triangolo d’oro del Moscato. Terra un po’ diffidente, di quella ritrosia di chi è abituato alla fatica più che alla luce della ribalta. Terra cha ha accompagnato chi la coltiva: visi screpolati dal sole, mani segnate dagli anni della vigna, ognuno con il proprio carico di saggezza. Li ha voluti il Consorzio dell’Asti, grandi numeri che guardano a chi del piccolo ne ha fatto uno stile di vita. Loro sono i vignaioli eroici, i coltivatori dei “sorì” dove il grado di pendenza della vigna supera il 50%, dove per stare in piedi «ci vuole una gamba più corta dell’altra. E, negli anni, ho imparato ad averla» scandisce, sereno, Carlo Faccio, ultranovantenne, uno dei “Patriarchi” del Moscato.

Li hanno voluti, caparbi, Gianni Marzagalli e Giorgio Bosticco, presidente e direttore del Consorzio. Li hanno individuati la commissione Qualità, presieduta dallo stesso Bosticco, che di queste vigne e di questi uomini e donne ne ha fatto un’icona. Spronati da chi, da sempre, crede nella “epicità” della coltivazione estrema, Giovanni Bosco, anima e promotore del Ctm. Ricerca affidata a studiosi che il territorio lo conoscono bene: il geologo Claudio Riccabone, agronomi ed enologi del calibro di Roberto Cerrato, Daniele Eberle, Albino Morando e Lorenza Tablino, esperti di leggi come il funzionario della Regione Piemonte Enrico Zola.

Tutto finito in un grande contenitore dove, dai 9700 ettari vitati a Moscato, ne hanno estrapolati 336 spezzettati tra 802 vignaioli. Tutti invitati, venerdì, e quasi tutti presenti, tanto che il Balbo straboccava. Tutti con in mano il loro bel attestato che gli riconosce, e questa sì che è una novità, 30 centesimi di euro o, per dirla alla moscatisca, 60 lire al miria in più per le uve coltivate nella parcella di “sorì”. Circa 900 euro a ettaro, uno sull’altro. «Una vittoria non da poco, non tanto per la cifra quanto per il riconoscimento  che viene dato al lavoro che apre nuove prospettive di filiera» è stato il commento di Giorgio Bosticco. In platea tanti volti più o meno giovani. «Un problema è l’età media: sessant’anni. C’è bisogno di incentivi perché i giovani restino in campagna a coltivare la vigna» tuona il direttore del Consorzio. Marco Gabusi, sindaco di Canelli, una ricetta ce l’ha, strappando un applauso: «Meno burocrazia. Ci impegniamo perché dalle parole si passi ai fatti».

Ma la festa vera sono loro, i 28 “Patriarchi” e i tredici vignerons le cui vigne hanno pendenze da Giro d’Italia. Paolo Castellengo, da San Rocco Seno d’Elvio alle porte di Alba, conduce una cascina nata nel 1400: ha meno di due ettari di Moscato a “sorì” con pendenze superiori al 50%. «Quando piove inutile andarci, non si sta retti». Tante le donne “eroiche” tra le protagoniste, per testimoniare che il  Moscato è rosa. Marika Pera, da Calosso, lavorava all’Olivetti. «Poi, con mio marito, ci dicemmo: c’è la vigna del nonno, proviamo. Ci siamo fermati». Livio Trinchero, di Camo, difende il suo “sorì” ma canta anche un po’ fuori dal coro. «Per riposarsi, un paio di giorni la settimana, bisogna avere una vigna in pianura». Sorrisi e applausi ad un rovescio della medaglia che ha il suo peso.

g.v.

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