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Economia
Analisi

La fotografia dell’Inps: l’Astigiano invecchia e sul lavoro pesa il divario tra uomini e donne

Presentato il Bilancio sociale dell’Ente previdenziale che contiene dati demografici e occupazionali

E’ la fotografia di una provincia caratterizzata dalle “malattie” del periodo storico attuale – denatalità, invecchiamento della popolazione, divario tra uomini e donne a livello lavorativo e pensionistico – quella scattata dall’Inps, che nei giorni scorsi ha presentato il Rendiconto sociale provinciale 2022.
Il report è stato illustrato presso la sede di Confartigianato alla presenza del direttore regionale Inps Filippo Bonanni, del collega a livello provinciale Fiorenzo Prato e del presidente del Comitato provinciale Pierluigi Guerrini. Insieme ai “padroni di casa”, rappresentati dal presidente di Confartigianato Roberto Dellavalle, anche numerosi ospiti, molti dei quali hanno preso la parola, provenienti dal mondo economico, politico, sindacale e del volontariato. Sì, perché sono stati numerosi gli aspetti analizzati nel report.

La popolazione

Per quanto riguarda la distribuzione della popolazione, gli abitanti della provincia di Asti sono 207.446, il 5% della popolazione del Piemonte. Bambini e adolescenti, tra gli zero e i 14 anni, sono 23.967, meno della metà degli ultra65enni, che si attestano a 56.057. Preoccupante il dato relativo alle nascite, considerando l’arco temporale analizzato che parte dal 2011. Quell’anno in provincia di Asti erano nati 1.801 bambini, con un saldo tra nati e morti già negativo di 955 unità. Nel 2021 (ultimo dato disponibile) la cifra è decisamente peggiorata, arrivando a – 1.903 unità, in quanto le nascite sono scese a quota 1.243. Da ricordare che, come era prevedibile considerata la pandemia, nel 2021 è sceso anche il numero dei decessi, tanto che il saldo si è contratto di 537 unità sul 2020.

Le pensioni

Addentrandosi tra le prestazioni dell’Ente previdenziale, emerge innanzitutto che in provincia di Asti sono vigenti circa 72mila pensioni, pari al 30% circa della popolazione. Questo dato comprende non solo le pensioni di vecchiaia, ma anche gli assegni sociali (1.840), di invalidità e indennità di accompagnamento (circa 7.200).
In generale emerge come l’importo medio delle pensioni liquidate sia inferiore rispetto alla media regionale. Inoltre si nota come gli assegni delle donne siano inferiori rispetto a quelli degli uomini di una percentuale rilevante, che oscilla tra il 43 e il 48% a seconda delle gestioni, e che le pensioni più ricche siano quelle dei dipendenti pubblici (in cui il differenziale tra uomini e donne si abbassa al 25%).
Basti pensare che l’assegno medio di un ex dipendente privato maschio è di 1.878 euro a fronte di quello da 2.266 euro di un dipendente pubblico.
Tra le righe emerge anche un altro dato. Il numero degli artigiani e commercianti iscritti all’Inps è in netto calo a partire dal 2018.

Il mercato del lavoro

«Analizzando poi il mercato del lavoro – ha spiegato il direttore Prato – si nota un lieve aumento del tasso di occupazione e di quello di disoccupazione a fronte di una riduzione del tasso di inattività. E’ aumentato, nello specifico, il dato relativo alle assunzioni a tempo determinato».
Il tutto confermato dall’andamento degli ammortizzatori sociali: è scesa la cassa integrazione, ma è aumentato il ricorso alla Naspi, l’indennità di disoccupazione. «E’ la conseguenza – ha spiegato Grazia Screnci, responsabile provinciale del controllo di gestione Inps – del termine del blocco dei licenziamenti in vigore durante la pandemia».
In generale, poi, le tabelle mostrano il permanere delle differenze di genere, con le donne penalizzate nella ricerca del lavoro per la difficoltà di conciliarlo con il carico familiare (figli e assistenza agli anziani). «La maggioranza dei contratti a tempo determinato o stagionali, così come i part-time, siglati a livello provinciale – ha evidenziato il direttore Prato – ha riguardato le donne».

Amalberto: «Basta evasione e contratti di lavoro fasulli»

A riflettere sugli spunti offerti dal Rendiconto sociale dell’Inps il presidente dell’Unione industriale, Andrea Amalberto.
Presidente, quali dati la preoccupano di più?
Innanzitutto il fatto che i pensionati in provincia di Asti rappresentino il 30% della popolazione, un numero elevato alla luce della futura tenuta del sistema pensionistico, e il calo demografico. Non voglio entrare in questioni politiche, ma l’Italia non ce la potrà fare se non arriverà forza lavoro dall’estero.
A questo proposito come Unione industriale avete firmato un protocollo con la Prefettura…
Sì, per favorire l’assunzione di migranti, anche se poi non è sempre facile perché spesso non conoscono l’italiano e non sanno dire quanto rimarranno in Italia. Il loro apporto è comunque fondamentale perché, nonostante i dati parlino di disoccupazione in aumento, noi imprenditori fatichiamo a trovare manodopera italiana.
Cosa pensa del dato che mostra come le pensioni dei dipendenti pubblici siano più alte di quelle dei privati?
Mi spiace molto. Comunque, a questo proposito, sottolineo la necessità del rispetto delle regole. E’ inutile discutere di salario minimo quando prolificano contratti falsi, non adeguati o in nero, riguardo a cui invito l’Inps a potenziare i controlli. In Italia continua ad esistere un’evasione fiscale terribile. Al contrario, tutti devono pagare le tasse. Il mio sogno? Vedere i Durc irregolari ridotti a zero.

Quagliotti: «Nell’Astigiano costruiamo lavoro povero: serve un patto tra imprese
e sindacati»

A nome dei sindacati Cgil, Cisl e Uil è intervenuto Luca Quagliotti, segretario generale della Camera del lavoro.
Quagliotti, cosa pensa dell’intervento di Amalberto sulla lotta all’evasione?
Mi ha scavalcato a sinistra. Se si elimina l’evasione si alzano gli stipendi e si assume nuova forza lavoro. Aggiungo che i contratti firmati dall’Unione industriale sono al di sopra del salario minimo, ma molte aziende in subappalto sono sotto la soglia.
Come spiega che le pensioni dei dipendenti pubblici siano più elevate di quelle dei privati?
Lo spiego col fatto che pesano gli assegni di chi ricopre incarichi di rilievo non contrattualizzati.
Ricordo, infatti, che i dipendenti pubblici hanno vissuto dieci anni di blocco del rinnovo dei contratti, senza contare la carenza patologica di personale – testimoniata anche dal calo di dipendenti alla stessa sede provinciale Inps – e che in molti uffici pubblici sono costretti a portare da casa risme e carta igienica. Questa è la realtà.
Cosa emerge principalmente dai dati del bilancio sociale, secondo lei?
Dal mio punto di vista emerge uno spaccato poco lusinghiero: costruiamo lavoro povero e a basso reddito, con un divario di genere tra i peggiori d’Italia. Senza contare le imprese artigiane e commerciali che chiudono. Serve un patto tra sindacati e imprese per creare buona e sana occupazione.

 

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