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Oggi solo parti naturali,ginecologi e ostetrici in sciopero
Economia

Oggi solo parti naturali,
ginecologi e ostetrici in sciopero

In ospedale oggi l'astensione a livello nazionale degli specialisti che aderiscono a diverse sigle sindacali. Tra i motivi che hanno spinto all'agitazione, la mancata chiusura dei punti nascita al di sotto dei 500 nati, ovvero i reparti di maternità dei piccoli ospedali

Oggi nasceranno solo bimbi con parti naturali o cesarei se urgenti: niente cesarei programmati né induzioni al travaglio e neppure ecografie, amniocentesi, esami, analisi e visite ginecologiche che non siano strettamente legate all’emergenza. Per la prima volta in Italia, infatti, e quindi anche ad Asti, scendono in sciopero i camici bianchi di ginecologici ed ostetrici.
Ad annunciarlo la Sigo, la Società italiana di ginecologia ed ostetricia e sei sigle sindacali che rappresentano circa 15 mila medici specialisti in nascite. Due i motivi che hanno esasperato il malcontento della categoria. Il primo riguarda la mancata chiusura dei punti nascita al di sotto dei 500 nati, ovvero i reparti di maternità dei piccoli ospedali. «E’ in questi che si verificano il maggior numero di “eventi avversi” e dove si registra una media di parti cesarei che sfiora il 50%» spiega il professor Nicola Surico dell’Università del Piemonte Orientale e presidente nazionale della Sigo.

Un ridimensionamento delle maternità era prevista da una direttiva europea ratificata dall’Italia  ma recepita in ritardo dalle Regioni, le dirette interessate a questi “tagli”. In poche hanno messo mano alla revisione e il Piemonte non è fra esse. «Nella nostra regione non è stato chiuso alcun reparto maternità, neppure i piccolissimi -ribadisce il professor Surico- avere dei punti nascita con almeno 1000 parti all’anno o meglio 1500, consente di avere 24 ore su 24 degli staff di medici specializzati per ogni genere di complicanza dovesse presentarsi al parto. Un’organizzazione che i piccoli reparti non possono garantire alle famiglie».
L’altro argomento forte che ha portato ginecologi ed ostetrici ad incrociare le braccia, riguarda il contenzioso legale: dopo oncologi e chirurghi sono i medici che contano il maggior numero di denunce a loro carico per parti finiti male, con conseguenze per madri o neonati. Ma sono al primo posto per le cifre dei risarcimenti.

«Ci sono state cause al termine del quale sono stati richiesti fino a 13 milioni di euro di risarcimento da parte dei genitori  e finora la condanna più esosa ha riguardato un risarcimento di 4 milioni di euro -spiega il professor Surico- Inoltre, le assicurazioni degli ospedali non risarciscono fino a quando la sentenza è passata in giudizio, così, se in primo grado un medico è condannato a pagare una provvisionale, deve tirare fuori di tasca sua, anticipando i risparmi di una vita per vedersi poi magari assolvere in Appello o in Cassazione».
Il ministro Balduzzi, poco dopo il suo insediamento, aveva promesso che avrebbe istituito un “tetto massimo” di risarcimento come accade negli Stati Uniti, ma poi non se ne è fatto nulla. E due dati forniti dalla Commissione di controllo per i contenziosi medico legali parlano chiaro: il 98,8% delle denunce per “malasanità” finiscono con un’archiviazione del caso o l’assoluzione dei medici. E il 68% delle condanne riguarda casi in cui un ruolo fondamentale lo hanno giocato carenze strutturali dell’ospedale o una sbagliata organizzazione del personale. Ma a pagare è il medico.

Dal 13 agosto diventerà obbligatoria per tutti l’assicurazione per rischi professionali ma le Compagnie si fanno pagare caro il rischio di risarcimenti. «Un ginecologo neo-assunto -fa un esempio ancora il presidente di questi specialisti- viene pagato circa 2 mila euro al mese e gli viene chiesto un premio assicurativo che va dagli 8 ai 10 mila euro l’anno. Per un primario, che prende 5-6 mila euro al mese, il premio sale anche a 25 mila euro l’anno. Sono cifre impossibili da sborsare, soprattutto se si pensa che si tratta di medici che dovrebbero pagare una copertura assicurativa privata prestando servizio in una struttura pubblica». I ginecologici e gli ostetrici hanno anche incassato la solidarietà del Cic, il Collegio Italiano Chirurghi.

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