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Innovazione

Nuove tecnologie per interrogare il passato

Un progetto interdisciplinare applica la tomografia computerizzata ai reperti dell’antico Egitto, in collaborazione tra l'Università di Torino e Affidea CDC

Nuove tecnologie per interrogare il passato

Studiare il passato senza danneggiarlo: è questa una delle sfide più affascinanti della ricerca contemporanea, e anche una delle più riuscite nel nuovo progetto avviato dall’Università di Torino insieme ad Affidea CDC.

La tecnica 

Dal gennaio 2025 è infatti attiva una collaborazione interdisciplinare che applica la tomografia computerizzata allo studio di reperti bioarcheologici dell’antico Egitto, con l’obiettivo di ampliare la conoscenza scientifica e, allo stesso tempo, tutelare un patrimonio di valore inestimabile.

La tomografia in archeologia è una tecnica diagnostica non invasiva utilizzata per indagare sottosuolo e reperti senza danneggiarli: comprende la tomografia elettrica (ERT) per mappare anomalie nel terreno (muri, tombe), e la tomografia computerizzata (TAC) per analizzare l'interno di reperti, mummie o contenitori sigillati in 3D.

Il progetto nasce dall’incontro tra mondi solo apparentemente lontani: quello accademico, quello clinico e quello museale. Bioantropologi, bioarcheologi, egittologi e medici lavorano fianco a fianco per analizzare reperti mummificati attraverso strumenti diagnostici avanzati, evitando qualsiasi intervento invasivo. Un approccio che consente di “leggere” il corpo antico con le stesse tecnologie utilizzate oggi nella pratica medica.

Cosa si è studiato?

Oggetto dello studio sono sedici teste mummificate provenienti dai siti di Gebelein e Assiut, rinvenute durante le missioni archeologiche italiane in Egitto tra il 1902 e il 1930 e oggi conservate nel Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino. I reperti fanno parte di una più ampia collezione egizia giunta in Ateneo grazie all’attività di Giovanni Marro, fondatore del Museo e protagonista delle prime campagne di scavo italiane nel Paese nordafricano.

Le indagini condotte tramite tomografia computerizzata hanno permesso di ricostruire il profilo biologico degli individui e di approfondire le tecniche di imbalsamazione, offrendo nuove informazioni sulle pratiche funerarie e rituali dell’antico Egitto. Allo stesso tempo, il lavoro ha evidenziato le potenzialità dell’imaging medico nello studio dei beni culturali: dalla valutazione dello stato di conservazione dei reperti allo sviluppo di protocolli utili alla loro salvaguardia.

Non mancano le ricadute in ambito medico e scientifico contemporaneo. Applicare strumenti diagnostici moderni a materiali storici consente infatti di affinare metodologie non invasive e di sperimentare nuove possibilità di analisi, con benefici che vanno oltre il singolo progetto.

Uno studio riconosciuto e in continua evoluzione

Il valore della ricerca è stato riconosciuto anche a livello internazionale: i primi risultati sono stati presentati all’XI International Symposium on Biomolecular Archaeology, svoltosi a Torino nell’estate 2025, dove il progetto è stato selezionato per una sessione di presentazioni rapide, favorendo il confronto con studiosi provenienti da diversi Paesi.

Il lavoro, tuttora in corso, proseguirà con l’analisi di altri sette reperti e confluirà in una pubblicazione scientifica attualmente in preparazione. Un ulteriore passo avanti che conferma come la collaborazione tra università, sanità e musei possa aprire nuove strade per conoscere il passato, rispettandolo.

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