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L'analisi

«Asti non è ancora un prodotto turistico»

Carlo Cerrato
«Per incrementare il turismo, prima di spendere una barca di soldi occorrono le idee e Asti non mi pare che brilli in tal senso». Carlo Cerrato, presidente dell’ATL dal 1998 al 2007 («ruolo che ho ricoperto a titolo gratuito») interviene su alcuni temi caldi che dividono gli addetti ai lavori: la ripartenza del turismo, l’indotto che dovrebbe creare, le strategie di marketing, la partita UNESCO, ma in primis le conseguenze dirette e indirette nell’aver deciso di affidare ad altri, in particolare all’Ente del Turismo Langhe Roero Monferrato, le strategie di comunicazione e promozione dell’Astigiano. Temi che si collegano tra loro in un disegno che non ha ancora convinto tutti nonostante l’assessore comunale Loretta Bologna confermi che la fusione con Alba stia già portando buoni risultati. Cerrato, giornalista Rai in pensione, ma anche conoscitore delle dinamiche che hanno portato le Langhe ad essere diventate, in 30 anni, una potenza economica grazie ad un’ottima strategia di marketing, non vuole buttarla in polemica, ma vorrebbe che si aprisse una seria e libera discussione tra i vari punti di vista.

L’UNESCO a sproposito

«Partiamo dall’UNESCO e dalla sua denominazione, “I paesaggi vitivinicoli di Langhe Roero Monferrato” dove non compare Asti da nessuna parte. Un primo grave errore, secondo me, che si ricollega allo sbaglio di aver cancellato tutto il nord Astigiano dalle zone del riconoscimento dove “il romanico” poteva essere un fiore all’occhiello. Ma ora, quel che fatto è fatto. Però aver aderito a un Ente del Turismo che si chiama Langhe Monferrato Roero nel quale, per la seconda volta, buttiamo via un marchio conosciuto in tutto il mondo, come Asti, non è stata una scelta molto sensata. La FIAT, quando ha inglobato l’Alfa Romeo, non ha cancellato il suo storico marchio in favore del secondo».

Che peso abbiamo nel CDA?

Per Cerrato il vero problema che l’Astigiano starebbe scontando è la mancanza di “peso” nel CDA del nuovo Ente del turismo dove gli albesi dominano e dove bisognerebbe che ci fosse uno sviluppo più equilibrato. «Io ti delego alla promozione del mio territorio - incalza Cerrato - e tu fai quello che dico io. Invece questo non avviene, si parla a sproposito di UNESCO che sta diventando inflazionato così che rischiamo di farci ridere dietro». Il pensiero di Cerrato apre una discussione sul turismo a 360 gradi, ma c’è poco da cantare vittoria perché, secondo l’ex presidente dell’ATL, «il prodotto Asti non esiste dal punto di vista turistico, non ci sono i servizi necessari, come i bagni pubblici, mancano gli alberghi, o molti sono chiusi, non si possono ospitare congressi. È l’offerta che crea la domanda e nel turismo si deve partire da servizi eccellenti, promossi a un pubblico differenziato e con un’offerta adeguata. Tutto ciò che ad Asti manca». Dal turismo si può creare, ad Asti, un progetto economico strutturale che sostituisca l’industria? «No - risponde Cerrato - perché il turismo, ad Asti, può rappresentare al massimo il 7% del PIL. È una risorsa che sicuramente potrebbe dare di più, ma non la soluzione ai problemi economici di questo territorio il cui capoluogo resta una città metalmeccanica, senza identità, che dovrebbe puntare ad avere qualche insediamento produttivo di prestigio, nel settore medio alto della produzione, dove si pagano gli stipendi più consistenti, non nella logistica dove al massimo si parla di autisti, magazzinieri, con potere d’acquisto più basso e il disagio di avere centinaia di camion sulle strade».

Gli errori strategici

Asti deve affrontare il dilemma di quei territori che, dopo la crisi dell’industria, quella economica e adesso la pandemia, sono costretti a trovare una nuova vocazione per creare lavoro. La nostra città sconta, però, scelte discutibili che hanno letteralmente gettato alle ortiche progetti ritenuti validi come il Premio Asti Provincia d’Europa e un Master all’Università di Torino, in collaborazione con la Fondazione Goria, in Management e creatività dei patrimoni collinari. Progetti che avrebbero aiutato a promuovere il territorio un po’ come il Premio Grinzane ha fatto per le vicine Langhe. L’Astigiano ha comunque il suo brand d’eccellenza nel vino, ma anche in questo caso, secondo Cerrato, ci si è persi per strada. «Del vino di Asti ne parlano personaggi come Marcel Proust o Henry James e questo perché, dopo l’Unità d’Italia, in via Pietro Micca venne aperta la prima stazione enologia sperimentale. È su questo fiore all’occhiello che bisogna puntare, ma con scelte sensate valorizzando l’intera area delle “colline del vino” del basso Piemonte non solo Langhe-Roero e, se avanza, qualcosa anche degli altri». L’opinione di Cerrato non si sposa con la narrativa ufficiale che viene raccontata da chi, invece, crede e investe nella fusione con le Langhe. Ma chi ha ragione? La risposta dovrebbe arrivare dai numeri che verranno diffusi dall’Osservatorio turistico regionale.

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