Di quel prozio soprannominato “Crustu” (per via dell’imprecazione che usciva storpiata da una bocca perennemente occupata dal bocchino di una pipa sempre accesa) Giorgia Borgo ha sempre sentito parlare, soprattutto nei ricordi del padre, Stefano, vicecomandante della Polizia Municipale di Asti. Ma è quando ha deciso di scrivere la ricerca per la borsa di studio Luciano Nattino che ha potuto conoscere l’intera storia di un omone di campagna che ha attraversato l’inferno della prigionia tedesca nella seconda guerra mondiale.
Crustu, all’anagrafe Massimo Eugenio Borgo, era nato nel 1905 a Castagnole Monferrato. Alpino figlio di contadini, era stato chiamato a combattere quando aveva già 34 anni e dopo l’8 settembre 1943 venne catturato e inviato in un campo tedesco per IMI (internati militari italiani). Lì conobbe patimenti che solo la sua robusta e resistente stazza consentì di superare. Ma il ricordo di quanto passato in quel campo (dalla fame alle malattie, dal ferimento dovuto ad una scheggia di bomba lanciata dagli Alleati allo stremo per la fatica) era così forte nella mente di Borgo da spingerlo a metterlo nero su bianco in un diario diventato così una importante testimonianza di un pezzo drammatico di storia.
Manoscritto, probabilmente non da lui, vista la sua bassa scolarizzazione, il diario racconta ciò che lui ha dettato delle sue giornate nel campo di internamento. Durante i rari momenti di pausa dal lavoro massacrante a totale favore dei tedeschi, riuscì a dare forma scritta a quanto vissuto.
«Non è solo quello che c’è scritto che mi ha colpita e commossa - racconta Giorgia Borgo - ma anche il fatto che, pur in una condizione disumana come quella di un campo di concentramento tedesco, lui avesse sentito l’urgenza di scrivere e qualcuno l’avesse aiutato. Per uomini che ogni giorno lottavano per sopravvivere e non soccombere alla fame e alla fatica, la luce della memoria e della scrittura è un’immagine fortissima».
Tornato dalla guerra, con la sua gamba ferita e curata sbrigativamente, negli Anni Sessanta ha deciso di dare alle stampe il diario, intitolandolo “Diario di un vecchio alpino prigioniero e mutilato in Germania”. Lui che si definiva uno schiavo di Hitler ha lasciato in eredità la memoria della vergogna che fu il regime nazista. Un libro stampato in poche copie gelosamente custodito dai suoi nipoti e pronipoti.
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