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Intervista

Silvia Pisani: «Così puntiamo a rigenerare l'esofago dopo un intervento»

La ricercatrice astigiana è la responsabile del progetto “Reborn”, finanziato con 500mila euro dalla Fondazione regionale per la ricerca biomedica

Silvia Pisani: «Così puntiamo a rigenerare l'esofago dopo un intervento»

Ha l’obiettivo di migliorare la qualità di vita delle persone costrette ad asportare parte dell’esofago, per esempio perché affette da un tumore, il progetto “Reborn”, vincitore del bando di ricerca collaborativa under 40 della Fondazione Regionale per la Ricerca Biomedica (istituita dalla Regione Lombardia), finanziato con 500mila euro.

Responsabile è l’astigiana Silvia Pisani, 34 anni, ricercatrice dell'Università di Pavia (Dipartimento di Scienze del farmaco), con affiliazione anche al Policlinico San Matteo della stessa città.

Dopo essersi trasferita da bambina ad Asti con la famiglia (il padre Paolo è stato primario di Otorinolaringoiatria all’ospedale Cardinal Massaia), Silvia Pisani ha frequentato le scuole in città, diplomandosi al liceo classico Alfieri, per poi laurearsi in Farmacia a Pavia, cui ha successivamente aggiunto la seconda laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche.


Dottoressa, quali sono le finalità del progetto?
“Reborn” punta a rivoluzionare le attuali strategie di ingegneria tissutale attraverso lo sviluppo di scaffold tridimensionali biocompatibili e biodegradabili. Li possiamo pensare come vere e proprie impalcature che guidano la rigenerazione dei tessuti, con l’obiettivo di ottenere ricostruzioni sempre più simili all’organo originale, così da ridurre il rischio di complicanze post-operatorie.
La struttura di queste impalcature bioingegnerizzate viene realizzata grazie a tecnologie di fabbricazione avanzate, come la stampa 3D e l’elettrofilatura, che consentono di riprodurre l’architettura multilayer dell’esofago, imitandone non solo la forma tubulare, ma anche le proprietà meccaniche e biologiche.


Qual è l’elemento di maggiore innovazione del progetto?
E’ l’integrazione di sistemi di neovascolarizzazione, ottenuti tramite biostampa di cellule mesenchimali differenziate verso il comparto vascolare. Una strategia fondamentale per garantire un’adeguata perfusione dello scaffold e favorirne l’integrazione biologica e funzionale con i tessuti nativi circostanti.

Gli obiettivi


Può fornire, semplificando, un esempio dell’utilizzo di questa tecnica?
Poniamo il caso che un paziente con tumore all’esofago debba subire un intervento per togliere una parte dell’organo. Con le attuali tecniche di chirurgia si elimina l’area “intaccata” dalla malattia e si ricuce, per cui il paziente rimane senza una parte dell’organo, con difficoltà a livello di alimentazione e digestione.
La tecnica prevista dal nostro progetto di ricerca, invece, prevede che, al posto della parte di organo asportata, venga inserito lo scaffold. Grazie alle sue caratteristiche, va a mimare sia la “struttura”, cioè la parte di esofago mancante, sia la nanoarchitettura d'organo, garantendone le funzionalità richieste.


Quindi l'esofago ridiventerebbe totalmente funzionante?
Esatto, soprattutto grazie alla neovascolarizzazione. Attualmente uno dei principali limiti dell'integrazione di questi scaffold artificiali, infatti, è che non hanno interazione col tessuto ospite, in quanto non ci sono i vasi sanguigni che vanno a irrorare il tessuto sintetico, con rischi di necrosi e perdita dell’attività.
Con questa importante “aggiunta”, prevista dal progetto, vogliamo rendere questo organo artificiale irrorabile dal sistema dei tessuti nativi, favorendone l'integrazione e realizzando il processo rigenerativo.

Gli studi


Quando ha cominciato gli studi sull’argomento?
I primi studi su questo tipo di scaffold per l’esofago risalgono a circa 4 anni fa. Dopodiché, grazie alle prove in vivo su animali, io e i colleghi abbiamo evidenziato certe criticità che siamo andati man mano migliorando. Successivamente - come Università di Pavia e Policlinico San Matteo, con partner il Gruppo San Donato - abbiamo presentato il progetto che Regione Lombardia ha reputato meritevole di essere finanziato dalla Fondazione Regionale della Ricerca Biomedica con 500 mila euro, il massimo importo previsto.


E’ stato l’unico progetto ad essere finanziato?
No, sono stati finanziati in totale 18 progetti, tutti di giovani ricercatori sotto i 40 anni, cui era indirizzato il bando.


Chi fa parte del suo team?
Nel mio team ci sono ingegneri, esperti nella tecnica di 3D e 3D bioprinting, ma è previsto anche un confronto con i chirurghi. La multidisciplinarietà è fondamentale in progetti di questo tipo.

I periodi all'estero


Quando ha cominciato ad occuparsi, in generale, degli scaffold?
Durante il periodo di dottorato all’Università di Harvard, negli Stati Uniti, e successivamente da ricercatrice al Trinity College di Dublino, dove ho valutato l'applicazione degli scaffold per il delivery di farmaco. Ovvero, per veicolare anche molecole attive e riuscire a creare sistemi dinamici, in grado nel tempo di rilasciare gradualmente una quantità definita di farmaco e favorire la rigenerazione dei tessuti, evitando infiammazioni o infezioni. Utile è stato anche anche il Master “Cellule mesenchimali in medicina rigenerativa” che ho seguito all'Università di Torino.


Ha applicato questi studi anche in altri progetti?
Sì. Sono detentrice di un brevetto, che mi è stato concesso nel 2023, di uno scaffold ingegnerizzato a memoria di forma per chirurgie mini invasive, nato per il trattamento della spina bifida in feto.

La ricerca in Italia


Si parla tanto dei ricercatori italiani che fuggono nei Paesi stranieri dove sono a disposizione maggiori risorse. Lei cosa dice a questo proposito?
Dei periodi all'estero ho un ricordo meraviglioso. Sono stati secondo me fondamentali per darmi l'apertura mentale e favorire conoscenze, rapporti, network che mi hanno permesso oggi di ottenere importanti risultati, resi possibili anche dall’ottima preparazione garantita dall’università italiana, il cui livello elevato è riconosciuto anche all’estero.
Tuttavia ho sempre pensato che fosse importante tornare in Italia per mettere in pratica le conoscenze acquisite.
Sicuramente all’estero ci sono altri tipi di disponibilità economica che permettono di accedere a strumentazioni e a tecniche molto all'avanguardia. Una volta viste, provate, imparate, tuttavia, non vedo perché non si possa continuare a lavorare in Italia.


Secondo lei, quindi, è possibile fare ricerca nel nostro Paese...
Assolutamente sì. Abbiamo ottimi centri di ricerca e clinici, oltre ad atenei prestigiosi, che garantiscono una realtà all'avanguardia e riconosciuta a livello mondiale. Insomma, abbiamo tutte le carte in regola per fare ricerca ad alti livelli.

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