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Intervista

La psicoterapeuta: «Ecco come fare pace con il passato per vivere meglio il presente»

Nel suo ultimo libro, pubblicato da Mondadori, Marina Balbo spiega l’efficacia del metodo EMDR per curare i ricordi negativi e non esserne più condizionati

La psicoterapeuta: "Ecco come fare pace con il passato per vivere meglio il presente"

«Fare pace con il passato per vivere meglio il presente e preparare il futuro»

Si propone di contribuire a migliorare la qualità di vita di chi convive con un disagio interiore il libro “La cura dei ricordi - Voltare pagina con il metodo EMDR”, a firma della psicologa e psicoterapeuta astigiana Marina Balbo, pubblicato da Mondadori.

Già vice presidente dell'Associazione EMDR Italia, di cui è socia fondatrice e componente del direttivo nazionale, Marina Balbo è formatrice ai corsi sul metodo, accreditata da EMDR Europe e dall'istituto di Francine Shapiro negli Stati Uniti. Da anni impegnata nella ricerca e nella psicotraumatologia dei disturbi del comportamento alimentare, è autrice di varie altre pubblicazioni, tra cui “EMDR e disturbi dell’alimentazione” (Giunti 2015) e “Cibo amico, cibo nemico” (Mimesis 2019).

Dottoressa, iniziamo parlando del metodo EMDR...

EMDR è l’acronimo di Eye Movement Desensitization and Reprocessing. È un metodo inventato dalla terapeuta americana Francine Shapiro (1948/2019), consistente nella desensibilizzazione e riprocessazione delle esperienze traumatiche attraverso i movimenti oculari.

Questi movimenti, fatti seguire al paziente dal terapeuta, hanno la capacità di fornire uno stimolo al cervello per recuperare la sua capacità innata di elaborare le esperienze.

Infatti i ricordi traumatici, a differenza di quello che solitamente le persone pensano, non si superano con il tempo. Restano intrappolati nelle reti neuronali e, se ignorati o rimossi - quindi non elaborati - possono mettere radici e manifestarsi sotto nuove forme: ansia, fobie, difficoltà relazionali e blocchi emotivi.

In particolare se l’esperienza traumatica viene vissuta da bambini, quando si costruisce l’identità di sé grazie anche al contributo dei ricordi.

Ecco che, quindi, ridare una seconda possibilità al cervello, attraverso la possibilità di riprocessare il ricordo negativo del passato, aiuta a migliorare la qualità di vita, consentendo di liberarsi finalmente da quei “pesi invisibili” che influenzano profondamente le giornate.


Nel libro sono citati traumi di diversa gravità, piccoli e grandi, in grado entrambi di causare conseguenze negative, se i relativi ricordi non sono curati. Come mai sono posti sullo stesso piano?

Sia quelli che definisco con la “T” grande, che minacciano la vita e l'integrità fisica, sia quelli che indico con la “t” piccola, di entità minore, sono traumi.

L'esperienza traumatica, non guarendo ed essendo accompagnata da sostanze chimiche come adrenalina e cortisolo, produce un effetto sulla memoria che impedisce la sua elaborazione. E, quindi, la risoluzione adattiva. Così rimane la percezione collegata a quelle emozioni, ad esempio un sentimento di esclusione o abbandono.

E, anche dopo anni, le azioni quotidiane ne sono condizionate, attivando le cosiddette soluzioni patologiche: non mi sento all'altezza, quindi non parlo in pubblico; ho paura di affidarmi agli altri, quindi non salgo sull'aereo.

Prendiamo l'esperienza del bullismo, ad esempio una ragazzina derisa perché sovrappeso. Se questa percezione viene incamerata in modo disfunzionale, la paura, il disagio e la bassa autostima collegati a questo trauma possono rischiare di sviluppare successivamente un disturbo dell'alimentazione.

Va evidenziato, però, che non tutte le persone che vivono esperienze traumatiche sviluppano un ricordo non elaborato e, conseguentemente, una patologia.

Qual è la differenza tra chi lo sviluppa e chi no?

La resilienza, cioè quella capacità di affrontare le situazioni difficili attraverso risorse interne che la persona ha costruito grazie ad una buona genitorialità, una buona genetica e un buon ambiente sociale.
Al contrario, quando ciò non avviene, la persona è più a rischio di sviluppare disturbi psicologici, perché manca la capacità di autoregolazione.


Come viene “trasformato” il ricordo negativo una volta rielaborato?


Non viene dimenticato, ovviamente, ma subisce una riduzione dell’emotività ad esso legata. A quel punto, se ripenso a quell’esperienza negativa, la guardo, magari provo un po’ di tenerezza per me stesso, ma dico: è passata.


Quindi la si guarda con distacco...
Sì, con un distacco emotivo.


Come viene applicato, concretamente, il metodo EMDR?

Strutturato in otto fasi, prevede di utilizzare i movimenti oculari durante la fase di desensibilizzazione per arrivare al distacco emotivo dal ricordo.
Il movimento oculare è collegato a una parte del cervello che aiuta, un po’ come fa il sonno Rem quando sogniamo, a elaborare le esperienze in modo più veloce.
Il terapeuta muove le dita e il paziente le segue con gli occhi, da destra a sinistra. Il meccanismo neurofisiologico di fondo è la stimolazione bilaterale delle due parti del cervello.


In base alla sua esperienza, con quale percentuale disturbi come ansia, fobie e difficoltà relazionali dipendono da ricordi negativi non curati?
Sono sempre legati, dato che questo processo dipende dalla neurofisiologia del cervello e della memoria.
Questo vale anche per i ragazzi: le fobie possono manifestarsi anche se il ricordo traumatico non elaborato risale a pochi anni prima. Anzi, a questo proposito sottolineo che nei ragazzi l’EMDR funziona più velocemente che negli adulti.


Come mai ha deciso di scrivere un libro su questo argomento?
Questa pubblicazione nasce da un desiderio profondo: portare cultura psicologica a tutte le persone che, in silenzio, convivono con un disagio interiore. A chi non trova il coraggio di guardarlo in faccia, pensando ad esempio che essere “claustrofobici” non sia una fobia, che pregiudica possibilità e opportunità nella vita quotidiana, ma solo una banale etichetta. E a chi, forse, ha imparato a conviverci, rassegnandosi.
A tutti ricordo, al contrario, che voltare pagina è possibile. Conoscere l’EMDR è un primo passo, delicato ma potente, per ritrovare se stessi e dare voce a chi chiede ascolto da troppo tempo.

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