Festa del papà speciale
19 Marzo 2026 08:03:00
Quest’anno la Festa del Papà in casa Cisternino avrà un sapore del tutto particolare. Perché ad essere festeggiati saranno due padri che, dopo anni di grandissime preoccupazioni per ragioni di salute, possono celebrare il primo anno di rinascita. Una storia che commuove e che regala speranza a chi è in attesa di un trapianto e fiducia a chi ancora non ha deciso di aderire al registro dei donatori di organi.
Questa storia di padri ha per protagonisti Nicola, 68 anni, finanziere in pensione e il figlio Giuseppe, 38 anni, operaio della Brumar, sposato e a sua volta padre di due bambini di 4 e 10 anni.
Due famiglie molto unite che nel 2014 sono travolte da una notizia più grande di quanto potessero sopportare: Giuseppe, che allora di anni ne aveva solo 26, scopre di essere affetto da una malattia genetica rara, la sindrome di Alport che colpisce i reni provocando una progressiva perdita della funzione renale.
La diagnosi è arrivata proprio quando era stata fissata la data del suo matrimonio con Deborah. Le nozze e poi la nascita dei due bambini: tutto nei dieci anni durante i quali Giuseppe è peggiorato lentamente ma inesorabilmente. Nel 2024 il punto più basso, con la dialisi e la grande paura. Ma anche la grande speranza nel trapianto, unica soluzione per sfuggire alla malattia genetica rara di cui era affetto.

Tutti in famiglia hanno fatto i test di compatibilità e i risultati hanno dato al padre Nicola e al fratello Matteo la “patente” di donatore perfetto. L’espianto di rene può essere fatto da donatore vivente e in casa si è aperta la competizione fra padre e figlio sano per salvare il figlio malato.
«Matteo voleva aiutare suo fratello, ma mio suocero è stato irremovibile. Matteo era giovane e aveva un figlio piccolo, era giusto che fosse il padre a dare la chance di salute a Nicola» racconta Deborah.
Il Natale del 2024 è il più triste nei ricordi della famiglia Cisternino. «Mio figlio ha strappato la letterina a Babbo Natale che aveva scritto settimane prima per farne un’altra in cui chiedeva un rene nuovo per il papà – ricorda commossa Deborah – Tutti noi abbiamo sempre fatto del nostro meglio per mantenere una normalità di vita famigliare, ma la paura che provavamo per il veloce peggioramento di Giuseppe era palpabile anche per i nostri figli».
Sono servite ancora un po’ di settimane per verificare tutte le compatibilità poi è arrivata la data del giorno tanto atteso, quello in cui sarebbe stato espiantato un rene a Nicola e sarebbe stato trapiantato al figlio Giuseppe: 19 marzo, festa del papà, onomastico del ragazzo e compleanno di quel figlio malato che attendeva l’organo per sopravvivere.
L’intervento è avvenuto alle Molinette dove padre e figlio sono stati preparati. Nicola è sceso per primo in sala operatoria per l’espianto che è durato in tutto 6 ore. Quando è uscito dalla rianimazione ha chiesto un cellulare per fare una breve videochiamata in cui ha detto “Sto bene, state tranquilli”. A quel punto è stato il figlio a scendere nella sala operatoria dove ha ricevuto il rene del padre.

Nicola, a meno di un mese dall’espianto, era già in campo con la sua amata squadra del San Domenico Savio.
«Per mio marito è stata una rinascita vera e propria – ricorda Deborah – Passato il periodo di osservazione ha interrotto la dialisi, può di nuovo reincontrare le persone che prima invece non poteva vedere per via del suo stato di immunodepressione, può uscire, ha ritrovato la socialità. Certo, è ancora sotto terapia a distanza di un anno e per tutta la vita dovrà sottoporsi a controlli, ma non è più sottoposto a dieta ferrea, sta bene, ha riacquistato le forze, ha ancora una parzialissima funzionalità dei suoi reni ma può contare su quello di suo padre che si sta comportando benissimo».
E poi il ritorno alla normalità del lavoro (per ora ancora in smart working ma con prospettiva di ripresentarsi in azienda), al gioco con i figli piccoli, la vacanza in estate dopo il trapianto.
«Soprattutto – sottolinea la moglie di Giuseppe che è stata il pilastro della famiglia nei momenti più difficili della malattia del marito – è passata la grande paura. Non potete immaginare come si possa vivere sapendo di stare sempre peggio e di avere come unica soluzione la donazione di un organo. Se prima pensavamo di conoscere il valore della vita, dopo questi 10 anni di calvario, ogni giorno ringraziamo per la salute di cui godiamo».
Un gesto che ha saldato ancor di più il legame che ha sempre unito padre e figlio e che vuole essere un esempio di come la donazione di organi, in qualunque forma la si intenda, non salva solo la vita del ricevente, ma tutta la sua famiglia.
«Ho deciso di raccontare la nostra storia, ad un anno dalla grande paura, perché in questi giorni, purtroppo a causa di un dramma come quello della morte del piccolo Domenico, si è messa in discussione la valenza della donazione degli organi. Ma non è così. Bisogna avere fiducia nei medici perché a fronte di una morte ingiusta come quella di Domenico, ogni giorno si salvano decine di altre vite. Per favore acconsentite alla donazione degli organi perché è il miglior modo di onorare la vita».
Aut. Tribunale di Asti n. 61 del 25/09/1953
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