Politica
17 Aprile 2026 19:12:26
I consiglieri comunali Mauro Bosia e Vittoria Briccarello
Riceviamo e pubblichiamo integralmente la presa di posizione del gruppo Uniti si può sul caso delle prossime nomine alla Banca di Asti.
Rasero vuole diventare presidente della Banca? Se Il sindaco e presidente della Provincia di Asti Maurizio Rasero diventasse anche presidente della Banca di Asti sarebbe un fatto scellerato e drammatico, degno dei peggiori racconti sulle democrature sudamericane degli anni 70. Significherebbe che l’accumulo eccessivo di cariche, da tempo paventato come rischio per la nostra Provincia, è ormai diventato realtà. Si parla spesso di poteri forti, con questa ipotesi ci troveremmo primi in Italia a parlare di un Potere unico, visto che ci sarebbe solo più Rasero ai vertici di tutto.
D’altra parte la banca non meritava di finire in questa faida, non fosse altro per rispetto delle tante persone che ci lavorano e della sua credibilità aziendale. Da sempre è stata lo scrigno magico con cui la destra locale ha tenuto le redini del tessuto politico-economico-sociale astigiano, incriticabile, incontestabile, inattaccabile nemmeno per i più barricaderi. Sembrava impossibile e invece negli ultimi mesi anche questo orgoglio massimo dell’astigianità è finito vittima del fuoco incrociato fra aspiranti nuovi gruppi di governance.
Fuoco “incrociato” e fuoco “amico”: infatti sarebbe bello fare una ricerca e vedere quanti e in quale misura fra questi “capitani coraggiosi” che voglio “ribaltare” la banca abbiano in passato condiviso decisioni e gestione della banca stessa, compartecipando o avvallando la sua configurazione attuale, o ancora semplicemente facendoci affari, per poi d’un tratto risvegliarsi indignati per la bassa redditività e il crollo del valore delle azioni. In primis Rasero, che ha fatto parte per anni del Cda, e non ci pare in posizione di denuncia del sistema. Comunque, fuoco alle polveri lo ha dato il presidente della Fondazione, Livio Negro, voluto dallo stesso Rasero e con cui poi ha rotto, che ha cominciato una pressante campagna mezzo stampa di critica dell’istituo bancario - unica grossa proprietà della fondazione che presiede.
Negro ha portato la banca sulle cronache nazionali, sostenendo che non rende e che andrebbe venduta. Dichiarazioni che hanno generato l’interessamento di qualche istituto, ma soprattutto incertezza e nessun risultato sul fronte della diversificazione dell’azionariato e su quello della valorizzazione delle azioni. Rasero sembrava aver bloccato tale operazione, ma oggi appare evidente che lo abbia fatto cogliendo il malcontento verso l’agire deciso di Negro. Se Rasero davvero entrasse in banca come si dice, il segnale sarebbe profondamente sbagliato perché si tratterebbe di una politica che fa lobbismo e occupa le poltrone. E solo in tempo, a scatola chiusa, ci dirà se davvero la banca non sarà venduta, o se si sta semplicemente decidendo chi deve portare a casa l’operazione.
Noi abbiamo sempre sostenuto che la politica debba incidere sulla banca, e nessuno provi ad accusarci di star cambiando idea per far propaganda. Incidere sulla banca però significa che la politica, attraverso la Fondazione, dia un indirizzo chiaro: offrire prodotti ad hoc che tutelino e sviluppino gli asset economici locali, come l’artigianato, la piccola impresa, il vino, l’agroalimentare, oppure fondi di solidarietà per chi non ha la casa. Non significa affatto che i politici debbano occupare le poltrone della banca e accentrare su di loro il dominio del territorio attraverso l’asse Comune–Provincia–Banca.
Ma che bisogno avrebbe Rasero di entrare in banca? Da anni esprime i suoi vertici, a partire dall’attuale presidente Giorgio Galvagno, suo punto di riferimento. Se avesse avuto idee per lo sviluppo del territorio, avrebbe potuto dirle e realizzarle già da tempo, personalmente quando ha fatto parte del Cda o indirettamente tramite le sue nomine. A noi non risultano, invece, azioni o proposte per accrescere la competitività della banca o per la salvaguardia dei piccoli azionisti - molti di cui, di fatto, hanno inconsapevolmente ricapitalizzato la banca per poi vedere il valore dimezzato delle azioni: anzi, mentre le azioni precipitavano, il silenzio è regnato, sia da parte di Rasero sia dei suoi nominati.
C’è poi da chiarire un altro aspetto: se la presidenza della banca è un ruolo importante, che richiede competenze e impegno, non si capisce come possa essere compatibile con altri incarichi così gravosi. Se invece è un ruolo poco rilevante, non si capisce perché debba ricoprirlo lui a tutti i costi, invece di individuare una figura che garantisca trasparenza e una reale diversificazione degli incarichi.
Che si tratti di avere la presidenza o anche solo un ruolo nel nuovo Cda, la banca si troverebbe ancora più tra l’incudine e il martello. Da un lato il “partito della svendita”, guidato da Negro, che sostiene la necessità di vendere a tutti i costi e che, con questo passaggio, vede rafforzata la tesi dell’esistenza di meccanismi di governance vecchi e legati al clientelismo. Dall’altro lato, una consorteria che concepisce il potere come dominio, occupando tutte le posizioni possibili, soprattutto quelle di maggiore peso e remunerazione, concependo dunque il potere come classe dominante senza dimostrare capacità o interesse a essere una vera classe dirigente.
Se Rasero diventasse anche Presidente della Banca sarebbe un punto di non ritorno per il sistema Asti. Questo deve essere chiaro a tutti, ai cittadini, a chi ha la responsabilità di scelta e a chi si mette a disposizione di un'operazione del genere. Vogliamo sperare che questa operazione non trovi una sponda a sinistra, magari attraverso una poltrona: chi la accettasse lo farebbe solo per ambizione e interesse personale e non per il bene di questa città, perché un conto è lavorare al servizio del bene dei cittadini, un conto è piegarsi a meschini giochi di potere. Con Rasero non è possibile fare accordi in una logica di bene comune perché in questo momento occorre un cambio di passo.
Mauro Bosia e Vittoria Briccarello - Uniti si può
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