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Nomine in Banca, «Stop ai giochi di potere: dare una voce vera ai piccoli azionisti»

Carlo Cerrato, del Direttivo dell'Associazione SociCariAsti, interviene sul caso "Banca di Asti" mentre si attendono i nomi di chi dovrebbe andare a guidare l'istituto di credito

Carlo Cerrato

Carlo Cerrato

Continua la discussione politica sul futuro della Banca di Asti mentre si attende di conoscere i componenti del futuro Cda. Riceviamo e pubblichiamo un intervento di Carlo Cerrato, membro del Direttivo dell'Associazione SociCariAsti 

Da poco meno di un mese faccio parte del Direttivo dell'Associazione SociCariAsti che dovrebbe tutelare gli interessi dei 25.000 (venticinquemila) piccoli azionisti della Banca di Asti che hanno investito e ad oggi hanno perso circa meta del loro capitale.
Scopro dai giornali che che la stessa Associazione ha preso posizione sul futuro della Banca. Sarà l'opinione del Presidente, perché il nuovo Direttivo non ha mai discusso la questione né deciso se e come esprimersi sul tema. Fatto molto grave. Scopro poi che la fonte è un comunicato diffuso lunedì 13 alle 21 e 11 dall'ufficio comunicazione della Banca. Seconda grave scorrettezza. L'Associazione è il portavoce dei piccoli azionisti o della Banca? E chi decide la posizione da assumere pubblicamente?

Troppe cose non quadrano. Quindi scrivo. Anche perché nel frattempo circola una lettera di un ex Presidente della Fondazione dai toni, diciamo, inquietanti. Non entro nel merito delle decisioni che devono essere prese a breve da chi ne ha titolo.
Ma ritengo sia ora di fare chiarezza su vicende che riguardano tutti, ma vengono raccontate da troppo tempo in modo distorto e con dati manipolati.

1) I piccoli azionisti detengono il 35,1% delle azioni. Ma, divisi, non contano nulla. L'Associazione che dovrebbe rappresentarli ha circa 600 soci e uno statuto che blinda il controllo a favore di dipendenti e pensionati. Come tutela gli azionisti? Mistero.

2) Basta con sta favola del territorio. La Banca è locale o un gruppo medio? Ha 210 sportelli in 5 Regioni. Di questi 60 in Provincia di Asti. Quindi è una banca interregionale e "del territorio" non vuol dire nulla.

3) Dipendenti: a volte si legge che sono 2000 a volte 2200. Sono molti meno. E solo circa 7/800 in Provincia di Asti. Posti di lavoro preziosi che vanno tutelati, ovviamente.

4) Si dice che va tutto benissimo. Perché allora le azioni hanno perso meté del valore? Perché non sono quotate su un mercato vero? Perché ci sono voluti cinque anni per tornare a convocare un'assemblea degli azionisti in presenza?

5) Rapporto Fondazione/Banca. Ovvero: Azionista/Partecipata. Ovvero chi controlla dovrebbe decidere ciò che deve fare il controllato. Ad Asti da quasi 40 anni succede il contrario. Vogliamo parlarne con chiarezza?

6) Azioni. Il capitale è formato da circa 70 milioni di azioni. In pochi anni hanno perso quasi meta del valore passando da circa 16 euro a circa 8. Vuol dire che sono andati in fumo circa 500 milioni di Euro. Ne vogliamo parlare? Quanto pesa questo su una Provincia in ginocchio? Vogliamo mettere in campo strategie che riportino le quotazioni delle azioni ai livelli del passato o continuiamo con giochetti di potere nelle segrete stanze?

7) Banca d'Italia? Fossi al posto di chi ha gestito la Fondazione per un decennio andrei cauto con le minacce trasversali. Per varie ragioni. Primo: Bankitalia è stata di casa spesso e a lungo in piazza Libertà e dev'essere molto informata da se. Secondo: la Fondazione è in ritardo soĺo di una quindicina di anni sugli adempimenti di legge relativi alla diversificazione degli investimenti. Avendo l'80 per cento del patrimonio in azioni della Banca che hanno perso metà del valore c'è poco da fare la voce grossa. Basta dare un'occhiata ai numeri che vantano le altre Fondazioni. Quelle si che fanno sviluppo territoriale.

Mi fermo qui. Basta pero con i giochi di parole e di potere. Città e Provincia sono in crisi e hanno bisogno di visione, investimenti e lavoro. La Banca deve fare banca ed essere efficiente, competitiva e redditizia. È stucchevole leggere che la Banca sostiene le aziende: la Banca fa il suo mestiere. Vende servizi e credito. Possibilmente lo faccia a condizioni migliori della concorrenza e produca piu utili. Alla Fondazione (e non alla Banca, che è una Spa) spetta, per legge, secondo il principio di sussidiarietà, il ruolo di motore di sviluppo territoriale economico e sociale. La Fondazione, dice la legge, non deve fare il banchiere, ma deve diversificare e far rendere al massimo il suo patrimonio per poter investire nel sociale. Il resto sono parole e giochi di potere. Che agli azionisti, specie ai piccoli mai considerati, danno anche fastidio, oltre a fare danni.

Carlo Cerrato

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