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Il saluto

«Christian, cuore puro, anima ribelle e quei demoni che ti accompagnavano da una vita»

Il toccante intervento della sorella dell'elettricista che si è tolto la vita in carcere

Christian Guercio Diavolo Rosso

Un momento del ricordo che si è tenuto oggi al Diavolo Rosso. In primo piano il padre di Christian e, sul palco, una foto recente del figlio

“Christian vive”: questo il benvenuto alle tante persone che oggi pomeriggio, domenica, si sono ritrovate al Diavolo Rosso per ricordare Christian Guercio, 38 anni, l’uomo che si è tolto la vita durante la detenzione al carcere di Asti dove era stato portato dopo un episodio acuto di stato di agitazione nell’abitazione in cui viveva con i genitori.

Tanti sono stati i suoi amici che hanno scelto questo momento profondamente laico per ritrovarsi e guardare tutti in un’unica direzione, quella del palco del Diavolo Rosso dove campeggiava una sua foto sorridente.

Sotto quella foto, in sala, la sua famiglia. Il padre, la sorella e la madre che, fra le lacrime, non ha smesso per un attimo di aprire le sue braccia e accogliere i tanti che hanno voluto condividere il suo pianto.

C’erano persone di tutte le età: dai coetanei di Christian a ragazzi più giovani che lo avevano conosciuto attraverso la sua passione per la musica e per il mondo dei dj. Ma anche tanti amici dei genitori che hanno voluto esserci in questo passaggio così doloroso quale può essere solo la perdita di un figlio.

Poche parole, tanta musica, tanti abbracci, tante strette di mano ma anche tante bocche mute incapaci di dare un nome a quanto accaduto a Christian.

Le parole, quelle giuste per descriverlo, le ha trovate la sorella Ale. Che ha trovato anche il coraggio di leggerle con voce incrinata dal dolore, ricordando il pranzo di Natale, l’ultimo passato con la famiglia completa. Il giorno prima dell’arresto, poi del passaggio in Pronto Soccorso e da lì in carcere. Tre giorni prima della convalida dell’arresto e, qualche ora dopo, dell’ultimo atto della sua vita consistito nel togliersela mentre si trovava da solo in cella.

«Proprio il giorno di Natale, alla domanda “Perché non vuoi andare in comunità?”, tu hai risposto dicendomi “Perché io in fondo, Ale, non mi voglio salvare”. Hai bevuto due bicchieri di vino, te ne sei andato mentre le tue nipotine ancora ti cercavano per giocare con lo zio.

E così hai fatto mille volte, rincorso da noi che abbiamo sempre cercato di insegnarti la via per restare. Tu, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il sole e la tempesta, l’amore e l’odio, la gioia e la disperazione, cento e zero nello stesso minuto, costruivi e distruggevi, ricostruivi e ridistruggevi. Cuore fragile, anima ribelle, instancabile, i tuoi demoni dentro ti hanno accompagnato ogni giorno della tua vita fin da bambino. Ce li hai mostrati, li abbiamo sempre accolti spalancando il nostro cuore, cercando sempre la speranza in quei tuoi occhi verdi quando c’era il sole e marroni quando era buio. Ci hai fatto ridere tanto ma ci hai fatto soffrire altrettanto. Lasciandoci con questo gesto estremo che tu ci avevi annunciato tante volte ma ti mancava il coraggio di farlo.

Gente di merda sì, droghe di merda sì, alcol di merda, sì ma tu hai sempre scelto tutto. Hai scelto ogni cosa fin dal principio. Quella roba dentro il tuo cuore era troppo da gestire, io lo so. Troppo da sopportare in questa società che non accoglie, non vede, non sente. Sarà durissima vivere senza di te; eri una presenza molto corposa nella nostra vita, tutto girava intorno a te e ai tuoi sbalzi di umore. Ci hai lasciando in ognuno di noi domande, riflessioni e scoperte. Una cosa è certa. Il tuo cuore puro, il tuo amore smisurato per ciò che amavi, la musica, i tuoi amici, la tua famiglia. Hai lasciato il segno e sempre lo lascerei. Ora la tua anima è libera da ogni peso che nessuno sapeva la portata che avesse. Ti cercherò nei profumi di casa, nei posti di infanzia, nelle stelle, nel cielo e nelle stagioni che mutano».

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