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Corte d'Assise

«Sapevo cosa faceva a mia figlia, ma avevo paura che ci uccidesse entrambe»

Drammatica testimonianza della ex compagna di Attilio Sostero, a processo per riduzione in schiavitù sessuale della figlia della donna. La ragazzina subì violenza da quando aveva 12 anni

«Sapevo cosa faceva a mia figlia, ma avevo paura che ci uccidesse entrambe»

Due deposizioni dolorosissime, una dopo l'altra, accolte dal pm della Dda Pedrotta, dal presidente Giannone, dal giudice a latere Dematteis e da tutti i giudici popolari della Corte d'Assise di Asti schierata per il processo a carico di Attilio Giacinto Sostero, difeso dall'avvocato Marco Borio, accusato di gravissimi reati come la riduzione in schiavitù sessuale di una ragazzina da quando era ancora dodicenne.

Un processo particolarmente toccante che ha anticipato la sua drammaticità già alla lunga e sofferta deposizione della parte offesa, quella ragazzina abusata, oggi maggiorenne, che, a porte chiuse al pubblico, ha raccontato l'inferno della sua infanzia e adolescenza.

Sostero, che era entrato nella famiglia di quella vicina di casa dei suoi genitori, si è rivelato un manipolatore che, con violenza e controllo si era "impadronito" della libertà della compagna (sola e madre di quattro figli), dei ragazzi e, soprattutto, della "piccola di casa".

«Ho conosciuto Sostero dopo un passato molto difficile. Ero una donna sola, con un matrimonio fallito, quattro figli in affidamento in famiglie diverse e una grande fame di affetto e di protezione - ha detto ai giudici - Così quando ho conosciuto Sostero, che con me all'inizio si è mostrato interessato alla mia felicità, ho reiniziato a coltivare il mio sogno di famiglia stabile per me e per i ragazzi».

Ma non è andata così. Da subito Sostero l'ha isolata dalle sue amicizie e le ha detto chiaramente che non gradiva la presenza (pur saltuaria) dei ragazzi durante le visite settimanali. Diceva di essere un ingegnere ma non era vero e non lavorava;  si faceva mantenere dalla donna che provvedeva a tutte le spese di casa e in più l'uomo aveva preteso una "paghetta" di 400 euro al mese per le sue spese personali. La donna non poteva uscire nè comunicare con amiche e colleghi, veniva sempre accompagnata al lavoro da lui e se non poteva portarla, doveva prendere ferie o permessi per stare a casa.

Poi in casa sono tornati a vivere la ragazzina e il fratello di poco più grande di lei. Sono stati loro ad accendere un faro sull'inferno che si viveva in quella famiglia. 

A partire da quella singolarità che era già emersa in altre testimonianze ma non era stata spiegata fino ad oggi quando l'ex compagna ha raccontato perché nella loro abitazione c'erano numerose gabbie in cui vivevano colombi e colombotti. E quando il figlio se ne andò di casa, la sua cameretta venne trasformata in un "bosco al chiuso", con i volatili liberi e deiezioni che la figlia rimasta doveva pulire.

Ma proprio i colombi hanno rivestito un ruolo importante in questa storia drammatica.

«Lui si era appassionato ai colombi dopo aver visto un video in cui il pugile Mike Tyson ne salvava e allevava - ha raccontato la donna in aula - così ha cominciato a tenerne alcuni, a salvarne altri e farli accoppiare. Ma erano anche le vittime dei suoi scatti d'ira. E' capitato più volte che li stordisse battendoli contro il muro poi li uccidesse e gettasse dal balcone. Un'altra volta, a causa di un litigio con me e mia figlia, ha preso un colombo e lo ha stordito. Il giorno dopo lo ha strangolato davanti a noi. Da quel momento eravamo tutti terrorizzati che potesse farci fare la stessa fine».

La donna ha riferito di essersi accorta che ogni tanto lui e la figlia si appartavano in altre camere, ma pensava guardassero insieme la tv. «Una sera, per ferirmi dopo una litigata, mi ha detto la verità, cioè che mia figlia mi aveva sostituita per soddisfare le sue esigenze sessuali. E' stato uno choc anche perché mi disse che la cosa durava da anni e considerata l'età della ragazzina, vuol dire che aveva iniziato molto presto, intorno ai 12 anni».

Alla domanda sul perché non si fosse ribellata, la donna ha risposto di avere il terrore di lui, paura che uccidesse lei e i due figli che erano tornati a vivere in casa con loro. Anche perché una volta l'imputato ha provato a strangolare il ragazzo. E non poteva neppure parlarne con i figli, perché lui non li lasciava mai soli, era sempre "addsso".

Una paura che è sempre stata presente negli anni tribolati della convivenza.

«Ad un certo punto mi ha convinta a trasferirci in una località sulla costa ligure - ha raccontato - E alla fine quella è stata una decisione che, sulla lunga distanza, ci ha salvati. Perché per arredare quell'alloggio ci siamo rivolti ad un mercatino di mobili usati di Asti e la famiglia che lo gestisce ha avuto la sensibilità di comprendere cosa stavamo vivendo e ci ha aiutate tantissimo. Fino alla decisione di fuggire da lui».

Decisione presa   in Liguria, pochi giorni dopo il trasloco, quando la paura ha raggiunto l'apice: «Avevo sbagliato a comprare un cavetto del telefono e lui mi ha fatto una scenata violentissima. Poi è uscito per fare una passeggiata con mia figlia, sul mare, e non tornavano più. In quel momento ho pensato che l'avesse uccisa per farmi dispetto e perché aveva capito che mi stava confidando cose le capitava. Poi, una volta tornati a casa, mia figlia mi ha fatto una delle poche confidenze di quei giorni, dicendomi che lui era intenzionato a fare un figlio con lei. Era troppo. Ho telefonato alla famiglia di rigattieri di Asti che sono venuti a prenderci salvandoci probabilmente la vita».

Una sottomissione affettiva e una forma di manipolazione alla quale la donna, che pure era molto affermata nel suo lavoro, non riusciva a sottrarsi. «Mia figlia oggi non vuole più vedermi nè parlarmi. La capisco perché mi incolpa di non averla aiutata nè protetta. Quando il dolore per quel che ha subito le passerà, e ci vorrà molto tempo, spero che comprenda le fragilità che mi hanno impedito di oppormi a quello che stava facendo a tutti noi».

Uno dei momenti più toccanti dell'udienza di oggi si è vissuto durante la testimonianza del fratello della ragazza, quello che più ha vissuto in famiglia con la madre e Sostero. Con dovizia di particolari ha ripercorso l'opera di totale isolamento sociale e famigliare operato dall'imputato intorno alla compagna e a loro due ragazzi che, durante la delicata fase di crescita dell'adolescenza, non potevano usare i cellulari, non potevano uscire con gli amici, i compagni di scuola, non potevano invitarli a casa e meno che mai avere i primi fidanzatini e fidanzatine. Denigrava continuamente le loro famiglie affidatarie e in più casi il ragazzo ha sofferto la fame al punto da tornare dai "nonni" (così chiamava i genitori affidatari) per mangiare.

Lui ricordava che spesso la sorella e Sostero si appartavano in camera di lei, ma non immaginava per quale motivo.

Il crollo è avvenuto quando il pm Pedrotta ha fatto vedere in aula  uno dei video trovati a Sostero in cui costringeva la ragazzina a pose assolutamente non idonee alla sua età e quello di un compleanno in famiglia in cui Sostero fa un regalo alla sorella del tutto inappropriato per una ragazzina di 12 anni: un vestito nero attillato e scollato. Durante la "festa" l'ha abbracciata e palpeggiata. Il ragazzo è impallidito quando ha visto, per la prima volta queste immagini: «Non immaginavo che avesse cominciato quando lei era così piccola».

La Corte d'Assise riprenderà agli inizi di febbraio.

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