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Fallimento MSA

Montante davanti ai giudici: «Io non avevo l'ultima parola su nulla, gestivano tutto altri»

Una lunga deposizione nel corso del processo in cui è imputato per smentire di essere il "padrone assoluto" dell'azienda. Ha riversato tutta la responsabilità dell'operato sull'allora ad Mistretta pur ammettendo di averlo scelto come uomo di assoluta fiducia

Antonello Montante

Una deposizione fiume quella che si è tenuta lunedì  in aula di tribunale ad Asti con un imputato eccellente: Antonello Montante, ex patron di Msa con un passato di incarichi di altissimo profilo, a partire da quello dell’antimafia siciliana interrotti dal suo arresto nel 2018.
La vicenda siciliana ad ora ha visto, nella prima tranche,  la sua assoluzione per l’associazione a delinquere mentre  ha concordato la pena per corruzione e accesso abusivo a sistemi informatici sull’indagine del “dossieraggio” in appello, con una condanna a 5 anni e 10 mesi. 
Al tribunale di Asti deve rispondere, con altri amministratori, della bancarotta della MSA, azienda leader nella produzione di ammortizzatori per ogni tipo di mezzo terrestre.
Proprio gli incarichi di alto profilo sono stati più volte ripetuti nelle risposte che ha dato al suo legale, avvocato Imperato, agli avvocati di parte civile, a quelli degli altri imputati e nel controesame del pm Deodato.
Il cuore della sua posizione difensiva è la smentita di quello che altri testimoni hanno detto quando si sono seduti prima di lui davanti al collegio di giudici presieduto dal dottor Giannone. A fronte di testimonianze che concordavano sul fatto che non si muoveva foglia in Msa senza che Montante ne fosse a conoscenza e ne desse l’autorizzazione, lui in aula ha detto che  dell’azienda astigiana non si è occupato per anni.
«Anni in cui rivestivo numerosi ruoli di rappresentanza istituzionale, sia per Confindustria che per la Fiera di Milano oltre ad incarichi ministeriali, tanto per citarne alcuni - ha detto - Un ruolo che mi dava molta soddisfazione ma che non mi consentiva di seguire contemporaneamente anche l’azienda astigiana. Che avevo affidato a Vincenzo Mistretta, strettissimo collaboratore e fidato amico di famiglia».
La sintesi della sua lunga deposizione è stata dunque una difesa dalla gran parte delle accuse che lo riguardano ribaltandone la responsabilità si Mistretta.
«Ad un certo punto mi sono reso conto che qualcosa non andava ma, per ragioni di immagine per la MSA decisi di tenere Mistretta salvo rafforzare una rete di controllo interno sul suo operato».
Stipendiato da MSA con 10 mila euro al mese, Montante ha riferito di aver avuto solo un ruolo di alto mediatore commerciale per l’azienda nei confronti dei grandi clienti (Fiat, Ferrovie dello Stato, Ansaldo) ma di non aver messo le mani, per anni, alla gestione e ai bilanci. Non avevo l’ultima parola proprio su nulla e non so perché altri testimoni dicano questo».

Si è anche smarcato sul tema del concordato Msa dicendo: «Non ne seppi nulla, ero già in carcere quando ricevetti la visita di due consulenti ma non ero in condizioni psichiche e fisiche per seguire i loro ragionamenti e non volli parlare con loro. Tutta questa vicenda, per me, è stata molto dolorosa perché è fallita l'azienda di famiglia da generazioni. Ci siamo caricati, come famiglia, dei debiti dell'azienda nei confronti di fornitori, banche e dipendenti e ci siamo impoveriti per far fronte a questi debiti. Compresa la perdita dell'immobile contiguo al Castello di Pietrarossa a Caltanissetta di grande valore storico in quanto simbolo della città». Anche se, su questo ultimo aspetto, il pm Deodato ha osservato in controesame che invece si trattasse di un immobile in condizioni molto precarie.

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