Intervista
13 Marzo 2026 13:03:00
Giacomo Poretti in uno scatto di Federico Buscarino
Teatro Alfieri da tutto esaurito, stasera alle 21, per lo spettacolo "Condominio mon amour" che vedrà sul palco gli attori Giacomo Poretti e Daniela Cristofori, anche autori del testo con il regista Marco Zoppello.
Abbiamo intervistato il noto attore per saperne di più sullo spettacolo e sui progetti futuri.
Giacomo Poretti, cosa si deve attendere il pubblico dallo spettacolo?
L’argomento su cui si incentra “Condominio mon amour” è il lavoro, collegato ad aspetti quali la tecnologia e l'intelligenza artificiale. Ovvero, tutto ciò che - confusamente, ma anche con entusiasmo e stupore - ci sta capitando.
Al centro c’è una vicenda apparentemente abbastanza semplice. Il protagonista maschile, interpretato da me, è il custode di un condominio, dove lavora da trent’anni. Ad un certo punto arriva la manager di una società che lo licenzia, comunicandogli che, da quel momento in avanti, non sarebbero più stati gli esseri umani ad occuparsi di quella mansione, ma un’app e un robottino. Da quel momento si dipanerà un conflitto comico tra custode e manager, per arrivare ad un finale che non posso svelare.
Un tema molto attuale, quindi...
Sì. Lo spettacolo è giocato su argomenti quali la modernità, la tecnologia, la cura e, apparentemente, la nostalgia: i temi in cui siamo immersi adesso.
Argomenti che ci stavano molto a cuore, considerati il disagio e, al contempo, le aspettative che le nuove generazioni hanno rispetto al mondo del lavoro.
In qualità di artista lei è anche protagonista di un podcast. Qual è il suo rapporto con la tecnologia?
La vivo con molta curiosità, come tutte le novità. Novità che al contempo temo, guardo con un po' di sospetto, ma consapevole che sia impossibile sottrarsene. Vanno studiate, capite e “vissute”, ma con le proprie intenzioni, i propri principi.
Venendo poi al podcast, posso dire che mi piace molto, anche se noi boomer diremmo: “Che cos'è tutta questa roba, è un'intervista?” Banalmente sì, ma al pubblico interessano le vite degli altri e, soprattutto, interessano le storie attraverso le vite. Il podcast è un modo per raccontarle, con un valore aggiunto: è pubblicato su YouTube, piattaforma che viene vissuta, credo anche giustamente, come un luogo di libertà. Anche se, francamente, non so se sia un bene o un male il fatto che tutti possano esprimere la propria opinione.
Prima ha citato il conflitto tra rapporti umani e tecnologia. Qual è la sua opinione in merito?
I rapporti umani sono imprescindibili e questa convinzione emerge dallo spettacolo. La preoccupazione per il futuro è che scompaiano l'aspetto umano, la cura. Una parola, quest’ultima, spesso ripetuta nello spettacolo, che rimanda alle relazioni tra le persone.
Passando dalla sua carriera a quella del trio con Aldo Baglio e Giovanni Storti, quale emozione ha provato quando, lo scorso dicembre al cinema, è uscito il documentario sulla vostra carriera trentennale?
Lo dico ridendo, ma ammetto di aver provato un po’ di imbarazzo. Personalmente non avrei mai fatto un documentario, perché si occupa anche degli aspetti più intimi e personali. Preferisco mostrare al pubblico i lavori confezionati: un libro, un film, uno spettacolo teatrale.
Dopodiché, essendo in tre e tenendo conto che vogliamo molto bene alla regista, Sophie Chiarello, alla fine si è fatto, ma con un po' di sofferenza. Detto questo, il pubblico l’ha vissuto benissimo.
Dopo tanti anni vi siete dati una risposta sul motivo fondamentale per cui avete così tanto successo?
Siamo sempre sorpresi e grati per il gigantesco affetto che il pubblico prova per noi, ma tecnicamente non so rispondere. Penso che solo gli spettatori possano dare una risposta.
Qual è il vostro rapporto attuale? Avete qualche progetto in cantiere?
Stiamo parlando di un progetto futuro, ancora molto vago, che riguarda la possibilità di fare un nuovo film insieme. Ma dobbiamo ancora capire se si potrà fare.
Tornando alla sua carriera, invece, come sarà il 2026?
Pieno di lavoro. Adesso sto portando a termine la tournée di “Condominio mon amour” con mia moglie Daniela Cristofori e Domenico Monamura, poi vedremo se andrà in porto l’uscita di un nuovo film come trio e c’è l'idea, sempre con mia moglie, di scrivere un altro spettacolo teatrale, in calendario nel 2027. Intanto continua il podcast.
Nei mesi scorsi è salito sul palco con “La fregatura di avere un’anima”, che è anche il titolo dell’omonimo libro a sua firma. Perché avere un’anima è una fregatura?
Il titolo, ironico, fa riferimento al fatto che il libro e, lo spettacolo, partono da un momento ben preciso. Un sacerdote, in occasione della nascita del figlio di una coppia, dice ai genitori: “Bene, avete fatto un corpo, adesso dovete farne un'anima”.
Questa provocazione li sconvolge, perché l'uomo moderno del ventunesimo secolo pensa a tutt’altro, puntando a far sì che il bimbo, crescendo, diventi un influencer, un avvocato, un ingegnere, un “Pallone d'oro”.
Quindi per tutto lo spettacolo, e il libro, il padre tenta di resistere a questa provocazione e di smontarla, ritenendo non sia necessaria. Ma questa parolina non se ne va dalla sua mente, si impone, e arriva il momento in cui nel romanzo, e nello spettacolo, viene detto: “Se tu dai retta a quella parolina lì, sei fregato", perché incominci a farti altre domande, per esempio sulla vita oltre alla morte.
Ecco la fregatura, ovviamente positiva.
Lei ha costruito una carriera tra televisione, teatro e cinema ormai trentennale: quale ambito sente attualmente più suo?
Senza dubbio il teatro.
A Milano, con due amici, ho aperto e dirigo due teatri: il Teatro Oscar e il Teatro degli Angeli. Inoltre il podcast viene realizzato live dal palco e negli ultimi anni ho dato vita ad alcune tournée teatrali con mia moglie Daniela.
Quale aspetto le piace di più del teatro?
La presenza del pubblico: è impagabile, nessun altro mezzo può regalare questo tipo di rapporto.
Aut. Tribunale di Asti n. 61 del 25/09/1953
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