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Intervista

Giobbe Covatta: «Ridere esorcizza la paura»

Mercoledì 29 aprile il popolare comico sarà al Teatro Alfieri di Asti con “70 (Riassunto delle puntate precedenti)” - «Continuo a scrivere testi teatrali, rigorosamente a mano»

Giobbe Covatta: «Ridere esorcizza la paura»

Giobbe Covatta

Sarà il popolare comico Giobbe Covatta a chiudere, mercoledì 29 aprile alle 21, la stagione del Teatro Alfieri di Asti, portando in scena per l’occasione lo spettacolo “70 (Riassunto delle puntate precedenti)”, di cui è anche autore. Al centro una carrellata dei suoi pezzi (storici e meno storici), alla soglia dei 70 anni di età e dei 40 di carriera (ultimi biglietti disponibili alla cassa del teatro o su www.bigliettoveloce.it).


Il 29 aprile sarà al Teatro Alfieri di Asti con “70 (Riassunto delle puntate precedenti)”. Cosa ci dobbiamo attendere dalla serata?


Ciò che ci si attende da me da molto tempo: farsi quattro risate. E’ il mio mestiere. Io sono un comico, per cui quando mi riesce faccio ridere, quando non mi riesce si apre un momento di grande difficoltà. Se va tutto bene, la gente viene e si diverte.


Cosa ci può anticipare?


Lo spettacolo sintetizza il motivo per cui svolgo questo mestiere: esorcizzare le paure. Sì, la risata esorcizza la paura. E la paura immobilizza, paralizza.

Una volta superata la paralisi dettata dalla paura, la vita diventa più facile, così come il rapportarsi agli altri e fare la rivoluzione.


Lei ha fatto riferimento alla sua lunga carriera di artista, iniziata al “Derby” di Milano negli stessi anni in cui saliva sul palco anche il nostro concittadino Giorgio Faletti. Qual è il suo ricordo?


Io e Giorgio abbiamo lavorato sotto lo stesso tetto per molti anni e lo ricordo con affetto. Eravamo decisamente più giovani, il che aiuta anche nell'amicizia, e cercavamo di farci strada in questo mestiere, devo dire Giorgio con più determinazione rispetto a me. Nel senso che io sono arrivato ad esibirmi come comico in maniera abbastanza casuale, per cui non avevo aspettative. Lo facevo pensando che sarebbe stata una delle tante parentesi della mia vita, una delle varie attività svolte dalle persone curiose come me. Invece mi sono affezionato e quello del comico è diventato il mio mestiere. Giorgio, come dicevo, era più determinato: sapeva dall’inizio qual era la sua strada.


Oltre allo spettacolo che porterà all’Alfieri, è in scena con altri titoli in questo periodo?


Sì, sto portando nei teatri altri due spettacoli, per un totale di tre titoli. Cosa che fa arrabbiare mia moglie, la quale sottolinea che ricordo tre testi teatrali ma poi mi scordo, quando vado a fare la spesa, metà delle cose che devo comprare. Ma, d'altra parte, al supermercato la scarica d'adrenalina è minima.
Comunque, tornando alla domanda, oltre a a “70. Riassunto delle puntate precedenti”, sono sul palco con “Donna Sapiens”, incentrato sulla superiorità della femmina rispetto al maschio. E con “Sei gradi”, ormai in scena da molti anni, focalizzato su una tematica che purtroppo non passa mai di moda. Mi riferisco all'innalzamento della temperatura del pianeta, che appare drammaticamente sempre più al centro dell’attenzione.


Sta scrivendo altro?


Sono sempre alla scrivania dove continuo a scrivere. Mi applico. Sono il contrario di ciò che si dice ai bambini a scuola: l’alunno è intelligente, ma non si applica. Ecco, io mi applico, ma non sono intelligente (ride, ndr).


Scherzi a parte, di cosa si sta occupando?


Per fare qualche esempio, sto lavorando su un testo teatrale non mio e ne sto scrivendo un altro che vorrei mettere in scena con alcuni amici della mia generazione.


Sul web lei è stato ospite del podcast Tintoria. Ha mai pensato di inaugurarne uno lei?


Sì, ma il problema è che non sono tanto abile nelle lingue straniere, per cui non ho capito bene cosa significa la parola “podcast”. Appena lo capisco, mi organizzo (ride, ndr).


Qual è il suo rapporto con i social network?

Sono un analfabeta tecnologico, l'unico scrittore al mondo che non possiede un computer.
Scrivo a mano, con la penna, sui quadernoni, e ho un pessimo rapporto con la tecnologia. Non perché sia contrario, ma perché non la so usare, come peraltro, purtroppo, il 98% delle persone che la utilizzano, per cui da strumento straordinario diventa inutile, privo di qualsiasi senso.
Certo, leggo i giornali su internet, uso il telefono, ma spesso me lo scordo, lo lascio in auto. Torno a prenderlo e scopro che mi hanno telefonato in 53. E non so chi sono, perché nella maggior parte dei casi non memorizzo i numeri in rubrica. Insomma, ho un pessimo rapporto con la tecnologia, ma non mi interessa.


Dagli anni Ottanta è attivista di Amref, organizzazione che offre supporto alle popolazioni africane. In quali attività è stato impegnato in questi anni?


Sono stato tra i fondatori della sezione italiana dell’associazione e non me ne sono più distaccato. In tutti questi anni sono stato impegnato in progetti di scolarizzazione e salute. Solo recentemente ho trascorso una settimana in Senegal e due in Mozambico. Il mio ruolo è relativo alla comunicazione.


In questi anni di volontariato è stato anche testimone di passi in avanti di alcuni Paesi africani, oltre che di problemi e situazioni complicate?

Sono tornato dal Senegal, dove c'è una diaspora ormai in corso da molto tempo. I senegalesi sono in giro per il mondo, molti in Italia peraltro, alla ricerca di un destino migliore di quello che hanno in patria.
Detto questo, è un Paese che, anche grazie ai migranti, ha compiuto notevoli passi avanti. Inoltre è caratterizzato da una grande vivacità culturale che noi spesso dimentichiamo. Il nostro problema, e quando dico nostro intendo occidentale, è che pensiamo sempre che chi si evolve diventa come noi. Invece non è così. Chi si evolve migliora se stesso: partendo da presupposti diversi, si arriva a risultati diversi. Non è un fatto di qualità o di quantità, ma semplicemente di diversità. E devo dire che io sono un grande appassionato di diversità.


Mi ha colpita un aneddoto che ha raccontato sul web, relativo a sua figlia quando era bambina. Al ritorno da un viaggio umanitario in Nepal cui aveva partecipato insieme a lei, vi siete recati in un centro commerciale romano. A quel punto sua figlia aveva detto: “Papà, in Nepal erano poveri, ma qui sono tutti tristi…”. Qual è stata la sua reazione?


Ho raccontato questo aneddoto perché mi aveva colpito moltissimo. Innanzitutto perché fa riferimento ad una frase detta da una bambina, quindi senza sovrastrutture né preconcetti. Era emersa la purezza assoluta di una bimba nel constatare una realtà che tutti potevano notare, ma che nessuno aveva mai detto ad alta voce perché privo della lucidità mentale per farlo.
Una considerazione che, una volta affermata, apre ad una serie di riflessioni sulla qualità della vita.
Secondo me ultimamente transita per meccanismi che sono diventati soltanto di tipo economico. In realtà non è così. O, meglio, non solo. Mi spiego. Una volta risolti i problemi primari – fame, sete, istruzione – si è liberi di fare delle scelte. Un esempio banale. A Napoli c'è un'usanza, il caffè sospeso. E’ una gesto altruistico di una semplicità assoluta, ma sono convinto che rientri a pieno titolo nei parametri che ci fanno arrivare ad un voto relativo alla qualità della nostra vita.

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