Cerca

Economia

Stipendi: nel nuovo decreto legislativo si punta su parità e trasparenza della retriuzione

Cosa cambia davvero per lavoratori e aziende, tra le novità anche la trasparenza anche per chi cerca lavoro

Stipendi: nel nuovo decreto legislativo si punta su parità e trasparenza della retriuzione

Sapere quanto si guadagna in azienda, e soprattutto perché, sta per diventare un diritto tutelato dalla legge. Il Consiglio dei ministri si prepara infatti a esaminare un decreto legislativo che introduce nel sistema italiano il principio della trasparenza retributiva, con l’obiettivo dichiarato di ridurre le disuguaglianze salariali e rafforzare la parità tra uomini e donne.

Le novità

Il provvedimento recepisce una direttiva europea approvata nel 2023 e segna un cambio di passo nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro. Per la prima volta, chi lavora potrà chiedere informazioni formali e dettagliate sui livelli retributivi medi all’interno della propria azienda, suddivisi per categoria professionale e per genere. Non si tratta di semplice curiosità: la trasparenza diventa uno strumento per far emergere eventuali disparità e correggerle.

In concreto, ogni dipendente potrà presentare una richiesta scritta – anche tramite sindacati o organismi per la parità – e ricevere una risposta altrettanto scritta entro due mesi. L’azienda sarà tenuta a spiegare non solo quanto si guadagna in media, ma anche quali criteri vengono utilizzati per stabilire stipendi e progressioni economiche. Se le informazioni risultassero poco chiare o incomplete, il lavoratore potrà chiedere ulteriori chiarimenti motivati.

Il diritto alla trasparenza non riguarda solo chi è già assunto. Cambia anche il modo di cercare lavoro. Gli annunci e i bandi dovranno indicare fin da subito la retribuzione prevista per la posizione, comprese eventuali voci accessorie legate al contratto collettivo. Al tempo stesso, ai datori di lavoro sarà vietato chiedere ai candidati quanto guadagnavano in precedenza, una pratica che spesso contribuisce a perpetuare differenze salariali pregresse.

Il decreto si applica a tutti: settore pubblico e privato, grandi aziende e piccole realtà, con qualsiasi tipologia contrattuale, dal tempo indeterminato al part-time, dalle collaborazioni all’apprendistato, fino al lavoro domestico. Anche i dirigenti rientrano nel perimetro della norma. Le imprese più grandi, con almeno cento dipendenti, dovranno inoltre trasmettere annualmente al Ministero del Lavoro i dati sul divario retributivo di genere. Se emergono differenze non giustificate, soprattutto superiori al 5%, scatterà l’obbligo di intervenire entro sei mesi.

La privacy rimane

Resta fermo il principio della privacy: nessuno potrà pretendere di conoscere la busta paga di un singolo collega. Il diritto riguarda i dati medi e i criteri generali, non le retribuzioni individuali. L’obiettivo non è esporre le persone, ma rendere più equo e comprensibile il sistema.

Le aziende avranno tempo fino al 2026 per adeguarsi pienamente e fino al 2027 per presentare i primi report completi. In caso di violazioni, sono previste sanzioni amministrative e, nei casi di discriminazione salariale accertata, risarcimenti che possono includere arretrati, bonus non riconosciuti e danni ulteriori. Un aspetto rilevante riguarda l’onere della prova: se un lavoratore denuncia una disparità, sarà il datore di lavoro a dover dimostrare di aver agito correttamente.

©2025 La Nuova Provincia - Iscritta alla Camera di Commercio di Alessandria - Asti Capitale sociale € 10.000 i.v. - Registro Imprese: AT-28133