Dibattito
07 Febbraio 2026 12:13:00
L'intervento di Marco Goria, a fianco i relatori (foto Maria Grazia Billi)
La Fondazione CrAsti detiene il 31,8% delle azioni di Banca di Asti: un pacchetto che vale 174.859.688 euro circa l’80% del patrimonio netto che ammonta a 217.594.289 euro. Da qui si aprono alcune considerazioni che da qualche tempo animano il dibattito politico locale: il Protocollo Acri-Mef (accordo che non ha valore di legge) richiede di abbassare la partecipazione entro il 44%; norme di buona amministrazione prevedono che sia scelta saggia diversificare gli investimenti patrimoniali anziché concentrarli in pochi o pochissimi asset; c’è poi un ulteriore elemento: il valore (non solo economico, ma anche sociale e “politico”) di una Banca territoriale.
Fare stare insieme, o meno, tutti questi elementi è la scommessa che si sta giocando sul futuro della Banca di Asti, oltre 200 sportelli in tutto il Nord Italia, 2200 dipendenti (di cui poco meno di 900 in provincia), riconosciuto come uno dei gruppi meglio patrimonializzati del sistema.
La Fondazione Goria ha provato a tirare le fila di questo ragionamento chiamando quattro esperti di materie bancarie e giuridiche per “fare chiarezza su un argomento, molto trattato, ma spesso in modo impreciso" come ha detto nell’introduzione Marco Goria, figlio dello statista e presidente della Fondazione, davanti ad una platea gremita ad Astiss. In una sala, il presidente della Fondazione CrAsti Livio Negro, il presidente di Astiss Guido Saracco, il sindaco Maurizio Rasero, amministratori anche dalla provincia e tanti correntisti della Banca.

A spiegare come e perché siano nate le Fondazioni bancarie è stato uno dei padri della legge istitutiva, Giuliano Amato, un lungo curriculum tra politica e amministrazione della Giustizia. «Stava nascendo il mercato comune anche nel mondo bancario e quello italiano sembrava appetibile per grandi banche straniere – ha spiegato - Il nostro sistema bancario era però una foresta pietrificata: dovevamo liberare le banche dai vincoli rigidi rendendole competitive e vitalizzare le fondazioni bancarie». Ma Amato ha allargato la sua analisi aggiungendo: “La prima pessima conseguenza della legge é stata la voracizzazione da parte delle grandi banche di piccoli istituti del territorio che sono di fatto spariti e ora sono gestite senza quel patrimonio di fiducia che nasce solo dall’attiguità con i clienti e il territorio; si é persa la "biodiversità bancaria" con le capacità e pregi delle banche radicate localmente”.
Angelo Miglietta, docente di Economia e gestione delle Imprese della Iulm ha posto l’accento sul ruolo della Fondazioni che “rappresentano una incredibile opportunità di progresso per il territorio. La loro forza è nella capacità moltiplicativa: i soldi che investono vanno considerati come un seme che darà frutti su più anni”. Ma per essere ben gestito il capitale della Fondazione deve essere diversificato: “Nessun investimento dovrebbe pesare per più del 5%, mentre Fondazione CrAsti è all’80% nella conferitaria”. Miglietta ha poi parlato del “populismo sovranista bancario” che ha depauperato il sistema bancario locale, facendo riferimento ai casi delle popolari venete e delle banche toscane, travolte da pesanti crisi.
Maria Lucia Passador, docente di Diritto alla Bocconi ha spiegato che le Fondazioni “gestiscono ingenti patrimoni dove si intrecciano visioni pubbliche e privatistiche. Una gestione che deve essere letta in connessione strutturale con il territorio”. Poi ha aggiunto: “A fronte di un'espansione fisica della rete e di nuove aperture fuori regione, nel biennio 2022–2023 la banca ha perso circa 10.000 clienti e la perdita di clientela si è concentrata nelle aree di maggiore presenza storica, ossia nel territorio piemontese e astigiano».

Ultimo intervento quello di Francesco Profumo, ex ministro rettore del Politecnico e presidente di Compagnia Sanpaolo: “Una Fondazione deve fare tre cose: tutelare il patrimonio nel tempo, generare redditività stabile e garantire la continuità delle erogazioni. Il compito oggi è essere agenti di sviluppo, non bancomat”. Ma per poter fare questo deve gestire al meglio il proprio portafoglio che non può essere investito per più di un terzo in un solo asset, limite indicato dal Protocollo Acri-Mef: Non si tratta di cercare rendimenti più elevati, ma garantiti nel futuro in modo che le Fondazioni abbiamo certezze sulla possibilità di poter investire”.
Adesso la parola passa alla Fondazione CrAsti che dovrà decidere se e come avviare un piano di dismissioni della propria partecipazione in Banca di Asti.
Aut. Tribunale di Asti n. 61 del 25/09/1953
Direttore Fulvio Lavina
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