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Dibattito

Negro (Fondazione CrAsti): "Il nodo resta la redditività. Non cambiare significa isolarsi e indebolirsi”

Sul futuro della Banca di Asti: "bisogna saper affrontare le nuove sfide. L’indotto della banca non va confuso con la capacità della Fondazione di garantire risorse stabili per scuola, welfare e cultura"

Negro Livio Le Cattedrali

Il presidente della Fondazione Livio Negro

Nel confronto su Banca di Asti e sul ruolo della Fondazione CR Asti, il presidente Livio Negro va dritto ai numeri e, avverte, il nodo resta la redditività, soprattutto nel confronto con i competitor. E chiarisce: l’indotto della banca non va confuso con la capacità della Fondazione di garantire risorse stabili per scuola, welfare e cultura, che dipende dai rendimenti del proprio patrimonio. Sullo sfondo, un settore in trasformazione tra consolidamento, costi tecnologici e sfide di fintech, euro digitale e stablecoin: ignorarle, dice, “significa isolarsi e indebolirsi”.


Presidente Negro, Banca di Asti ha diffuso i risultati 2025, evidenziando un risultato netto ed una redditività in aumento. Che lettura ne dà?
È positivo vedere il 2025 sopra il 2024: 65 milioni di utile contro 51. Però va ricordato che nel 2023 erano 79 milioni. Anche sulla redditività il rimbalzo c’è (5,8% dopo il 4,7% del 2024), ma resta ben sotto il 7,7% del 2023. Io dico: guardiamo la redditività con l’unità di misura giusta, cioè in confronto ai migliori e alla media di sistema, che viaggia attorno al 12–13%. Insomma: se il paragone è col 2024 possiamo accennare ad un sorriso; se però lo facciamo con i migliori, smettiamo presto.


La Banca contribuisce con 120 milioni di indotto sul territorio, perché lei insiste sulla necessità di aumentare redditività?
Se parliamo delle ricadute economiche legate alla normale attività della banca sul territorio (stipendi, fornitori, servizi terzi, ecc…) allora va detto con chiarezza: questo “contributo” è indipendente da chi detiene la quota azionaria della Banca. In altre parole, la banca continua a fare banca (e a contribuire all’indotto) anche se cambia l’azionista o se la Fondazione riduce o cede la sua quota. Se invece quei 120 milioni vengono presentati come contributo “a favore del territorio” in senso erogativo, allora va chiarito che non è la banca a svolgere quella funzione: quella è la missione della Fondazione, che deve garantire risorse stabili, prevedibili e continuative per scuole, welfare, cultura e ricerca. E’ qui che è importante la redditività che garantisce la capacità di generare valore e risorse stabili nel tempo.

Il preconsuntivo 2025 riporta anche un incremento del patrimonio della Banca a garanzia della sua solidità.
I numeri vanno letti per intero. È vero: dal 2000 al 2016 il Gruppo ha irrobustito risorse finanziarie e patrimoniali. Ma vale la pena ricordare come è successo: anche grazie a tre aumenti di capitale (2008, 2013, 2015), e nei primi due casi con la Fondazione CR Asti in prima fila. Quando è stato necessario mettere risorse, la Fondazione c’era. Non è stato solo “autofinanziamento” via utili accantonati. Poi però c’è l’altro termometro, quello meno celebrativo ma molto concreto: il mercato. E qui la fotografia è più fredda: circa 26.000 azionisti, spesso piccoli risparmiatori, dal 2016 hanno visto ridursi il valore della partecipazione di circa il 49%; e negli ultimi cinque anni di circa il 26%, mentre un paniere di banche comparabili sullo stesso mercato ha fatto +87%. Ho notato che se ne parla poco.

Alcuni sostengono che non c’è urgenza né obbligo di ridurre la partecipazione: perché ritiene comunque necessario intervenire?

La solidità attuale è un fatto positivo, ma non basta a liquidare il tema. “Solido” non significa automaticamente “pronto” a reggere tutte le sfide dei prossimi anni, né significa che la Fondazione possa permettersi un patrimonio così concentrato su un solo asset. Anche perché una parte dell’irrobustimento patrimoniale della banca è il risultato di scelte precise fatte negli anni: tre aumenti di capitale (2008, 2013 e 2015), di cui i primi due sottoscritti dalla Fondazione CR Asti, proprio per rafforzare la banca nei momenti in cui era necessario e doveroso farlo. Oggi il punto non è l’emergenza, è la responsabilità di prevenire. Non serve un “obbligo” formale per fare scelte prudenti: serve buon governo.


Parla di sfide da affrontare dei prossimi anni. Quali sono?
Il contesto bancario in cui operiamo non è più quello di dieci o vent’anni fa: il sistema è entrato in una fase di forte consolidamento e dimensioni adeguate, patrimoniali e operative, possono essere decisive per vincere le sfide future. Regole più stringenti e investimenti tecnologici sempre più pesanti spingono verso integrazioni e aggregazioni: non perché “fa moderno”, ma perché i costi fissi non si pagano con la nostalgia. In più ci sono fintech e big tech che presidiano pagamenti e relazione col cliente, mentre sullo sfondo avanzano euro digitale e stablecoin, che stanno riscrivendo regole e abitudini. Insomma, possiamo far finta di niente, ma poi non stupiamoci se il rischio è isolarci e indebolirci.


Si parla di valorizzare la partecipazione in Banca di Asti coinvolgendo altre fondazioni territoriali (come CRT o Cuneo): è uno scenario realistico?
Le alternative vanno valutate tutte, certo. Ma la domanda da fare è: qual è l’alternativa che mette davvero nelle condizioni di incrementare la competitività industriale della banca e incrementare la capacità della Fondazione di generare rendimenti stabili? Un “patto tra fondazioni” può avere senso su alcuni aspetti, ma non è un progetto industriale che guarda al futuro: una banca oggi ha bisogno di scala, tecnologia, investimenti, competenze. E su questo servono partner industriali in grado di portare un piano pluriennale forte e competitivo, non solo un accordo di principio.

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