Una storia (breve) finita nel peggiore dei modi: in tribunale per i reati di stalking, lesioni, violazione del diritto di avvicinamento. Un processo come se ne vedono sempre di più nelle aule di tribunale, solo che questa volta le parti sono invertite rispetto alla maggioranza dei casi di stalking: imputata è una donna di 52 anni, italiana, difesa dall’avvocato Chiara Pescarmona, e parte lesa un uomo di 33 anni originario della Nigeria, assistito dall’avvocato Davide Arri.
In una deposizione lunghissima, l’uomo ha raccontato del suo arrivo in Italia attraverso le “rotte dei migranti”, poi l’accoglienza ad Asti, la fatica di imparare la lingua italiana e le regole del nostro Paese, il suo impegno, il lavoro a tempo indeterminato che per lui rappresenta il più grande successo della sua vita. Benvoluto da datore di lavoro e colleghi, la sua vita era ad un passo dalla perfezione che aveva sognato. Se non fosse stato per quella vera e propria persecuzione.
Telefonate a tutte le ore, chat su whatsapp e messaggi vocali violenti (anche da numeri anonimi) da parte della donna che non accettava la fine della relazione e, soprattutto, il fatto che lui ne avesse intrapresa un’altra. Lei conosceva bene le sue abitudini, così pattugliava la città alla sua ricerca, facendosi trovare nei luoghi da lui frequentati violando ripetutamente il divieto di avvicinamento che le era stato imposto dopo la prima denuncia. Passando a vie di fatto. In un caso lo ha seguito, spintonato, gli ha strappato di mano il cellulare perché lui non potesse chiamare i carabinieri, lo ha morso ad un polso; in un altro lo ha seguito mentre lui stava passeggiando con la nuova fidanzata e gli si è avvicinato a brevissima distanza per riprenderlo in video; in un altro ancora gli ha spruzzato addosso un liquido mai identificato che però ha provocato al ragazzo una reazione dolorosa e fastidiosa al punto da doversi recare al Pronto Soccorso. E’ stato investito in auto dalla donna mentre lui cercava di riprendersi il suo zaino. Fino ad una violenza sessuale subita dalla vittima. «Io non ho mai reagito – ha detto in aula – perché lei è una donna e non si mettono le mani addosso alle donne». Non paga, l‘imputata aveva giocato anche la carta della superstizione. Infatti, nel secondo dei due arresti che l’hanno interessata a distanza di pochi mesi per i fatti denunciati dalla sua vittima, gli investigatori, nel perquisire la sua auto, hanno trovato il kit completo per un rito che scimmiotta quelli vudù: un panno rosso con spilli conficcati sotto il nome di lei e di lui scritti a penna, un foglio di alluminio che conteneva cenere e spilli, una foto stropicciata della vittima e alcuni foglietti sui quali era scritto “Voglio che…. (il nome della vittima) ritorni da me (con nome dell’imputata) e mi ami, mi si attacchi come una zecca alla sua bestia”. Conditi da una quotidianità fatta di insulti, schiaffi, aggressioni verbali sia di persona che attraverso amici di lei inviati a riportare i “messaggi” di minaccia. Compresa quella di farlo arrestare e farlo rimpatriare, ipotesi insostenibile per il giovane nigeriano. Tutto questo lo ha profondamente turbato: a confermarlo, in aula, gli specialisti che lo hanno preso in carico. Hanno parlato di sedute in lacrime e con il terrore di subire aggressioni o di essere rimpatriato anche se sapeva di non meritarselo.