Intervista
23 Marzo 2026 17:57:48
Marino Bartoletti riceve il premio (Foto Muraca)
Una serata speciale, un ospite speciale, per ricordare un appassionato uomo di sport canellese. Prima edizione del Premio “Sport & Musica – Fabrizio Mossino” nel segno del garbo e dell’eleganza, con ospite, al Teatro Balbo di Canelli, il noto giornalista Marino Bartoletti. Un venerdì nel ricordo di Fabrizio “Moss” Mossino (1961–2024), figura amatissima in città per il suo impegno sportivo, sociale e umano, ex dirigente di riferimento del Canelli Calcio, giudice arbitro FITP, appassionato giocatore di sport di racchetta, tra i pionieri del padel in Valle Belbo. Marino Bartoletti, ha accompagnato il pubblico in un racconto tra sport e musica fatto di ricordi, canzoni, grandi eventi e aneddoti che hanno segnato l’immaginario collettivo di più
generazioni.
La serata è andata in scena con l'accompagnamento musicale di Simone & Gipo. La manifestazione nasce dall’iniziativa del gruppo “Gli amici del Moss”, con l’obiettivo di trasformare il ricordo di Fabrizio Mossino in un appuntamento annuale dedicato alla condivisione, alla memoria e alla testimonianza civile, nel solco dei valori che hanno contraddistinto tutta la sua vita.
Marino, che effetto le fa essere qui in veste di "provinciale" orgoglioso?
È un dono bellissimo. Se qualcuno vuole farmi un complimento, deve dirmi che faccio le cose con amore artigiano: con le mani, il cervello e il cuore. Dirmi che sono un provinciale è il regalo più bello. A Canelli venni la prima volta nel 1973 per occuparmi di pallacanestro; conservo ancora il poster della Riccadonna di quegli anni, un pezzo di storia che mi fa sorridere ancora oggi.

Nelle sue narrazioni sport e musica si intrecciano continuamente. Qual è il fil rouge che li unisce?
Hanno infinite continuità: entrambi partono da un talento di base, che sia correre o comporre, e richiedono allenamento e applicazione. Entrambi, poi, inseguono la stessa cosa: un applauso, un successo, una vittoria. Un Festival di Sanremo non è poi così diverso da uno scudetto. Personalmente, ho fatto dello sport la mia professione per oltre 50 anni, ma la musica è la passione che mi permette di specchiarmi nell'Italia del dopoguerra.

A proposito di musica, il suo legame con Lucio Dalla è leggendario. Come è nato il soprannome "Bartolino"?
Tutto iniziò nel 1970. Ero un ragazzo di provincia che voleva fare il giornalista sportivo e inventai un giornalino, Pressing. Chiesi a Lucio un articolo; lui mi invitò da “Vito", la trattoria bolognese dove ruotava tutto il mondo della cultura. Mi chiamò “Bartolino" quel giorno e lo fece per i successivi 42 anni. Lucio era uno “scellerato" meraviglioso: scrisse per me un pezzo con il titolo in latino, sostenendo che, non essendo stato compreso dal basket, aveva dovuto ripiegare sul “mestiere minore" di musicista.

Lei è un grande difensore del Festival di Sanremo. Perché lo considera così centrale nella nostra cultura?
Perché Sanremo è il nostro specchio. Dal 1951 presidia la nostra storia. Non sono “solo canzonette": pensate a Vola Colomba del 1952, che ebbe un messaggio politico potentissimo. O a Giorgio Faletti che con Signor Tenente ci inchiodò al divano. Criticare Sanremo significa spesso rifiutarsi di guardare noi stessi.

In uno dei suoi libri parla di “divinità" come Enzo Ferrari e Diego Maradona. Cosa ha scoperto dietro le loro maschere?
Ho cercato l'uomo dietro il mito. Ferrari era un uomo che si schermava dietro occhiali scuri perché la vita gli aveva apparecchiato dolori inimmaginabili, come la perdita del figlio Dino. Era burbero, sì, ma capace di una profonda umanità. Maradona, invece, era un uomo divisivo ma fragilissimo. Al suo matrimonio nell'89, tra capi di stato e star, volle al suo tavolo dodici amici d'infanzia di Villa Fiorito: gli unici sopravvissuti al degrado di quel quartiere di fango e amianto dove era nato. Diego non ha mai fatto male a nessuno, se non a se stesso.

Chiudiamo con “Quelli che il calcio". Come riuscì a trasformare una trasmissione sportiva in un fenomeno di costume?
L'idea era portare in TV l'emozione di Tutto il calcio minuto per minuto. Cercavamo un modo leggero e sdrammatizzante di raccontare il pallone. Inventammo personaggi incredibili: da Idris, che era “condivisivo" nonostante la fede juventina, a Suor Paola. Fabio Fazio fu scelto perché molti altri avevano detto di no, ma fu la fortuna del programma e la sua. Ancora oggi credo che il segreto fosse la leggerezza, la stessa che abbiamo celebrato ricordando il "Moss".

Aut. Tribunale di Asti n. 61 del 25/09/1953
Direttore Fulvio Lavina
f.lavina@lanuovaprovincia.it
Società editrice Editrice OMNIA S.r.l.
via Monsignor Rossi 3 -14100 Asti
P.Iva 00080200058