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Intervista doppia

Matilde e Matteo, da 130 km/h a 20 metri d'altezza, sulle orme di Zoeggler e Brignone: un sogno olimpico astigiano

La loro avventura tra le nevi a cinque cerchi: Torchio e Pizzutto raccontano le emozioni a Torino 2006 e a Milano-Cortina

Pint of Sport

Matilde Pizzutto e Matteo Torchio durante l'intervista (Foto Antonio Muraca)

Due astigiani tra le nevi a cinque cerchi. Le storie di Matilde Pizzutto e Matteo Torchio, campionissimi degli sport invernali, meritano di essere raccontati. Sono stati entrambi ospiti del talk show "Pinta di Sport" del FuoriLuogo Asti, occasione utile per scoprire le loro emozioni nel vivere lo sport da protagonista. Torchio ripercorre la sua transizione dall'atletica leggera al bob, culminata con la partecipazione alle Olimpiadi di Torino 2006 e segnata dal forte legame tecnico con la pista. Pizzutto, giovane promessa classe 2003 e fresca di medaglia d’argento agli italiani, descrive invece la sua carriera nello snowboard freestyle, analizzando le differenze tra le varie discipline e il suo recente ruolo di apripista a Milano-Cortina.

 

Entrambi riflettono sull'importanza del sacrificio, della gestione della paura e del supporto fondamentale delle famiglie, oltre ai compagni di squadra. Il dialogo mette in luce le sfide fisiche e psicologiche di queste professioni, evidenziando modelli di riferimento come Armin Zoeggeler e Federica Brignone. L'incontro si conclude con uno sguardo ai progetti futuri e ai sogni olimpici ancora da realizzare.

Matteo, partiamo da te. Tu nasci nell’atletica, nel salto in lungo. Come si finisce dai campi di sabbia a sfrecciare a 130 all’ora in un tubo di ghiaccio?

È nato tutto per caso. Nell'atletica me la cavicchiavo, ma la svolta è arrivata nel 2002. La squadra olimpica di bob si era smembrata e cercavano nuovi atleti esplosivi nei campi di atletica del Piemonte. Hanno fatto dei test: salto in lungo da fermo, lancio del peso, uno sprint di 30 metri. Sono andato bene, sono piaciuto e così è iniziata l'avventura. Il bob in Italia non ha una tradizione immensa, tranne che al Nord, ma per un atleta esplosivo è una sfida incredibile.

Matilde, il tuo percorso invece è sulla tavola. Hai iniziato con gli sci, ma poi è scoccata la scintilla per lo snowboard. Com’è andata?
Sì, ho iniziato da piccolina con lo sci, ma verso gli 8 anni ho provato lo snowboard incoraggiata dai miei genitori. È stato amore a prima vista: mi divertivo troppo a fare i primi salti e ad andare in neve fresca, così ho abbandonato gli sci per la tavola. La cosa buffa è che, nonostante i salti che faccio, io sono la "paurosa" della famiglia! Spesso sono i miei che devono dirmi "Dai, buttati, prova!", perché io di natura sono un po’ timida e insicura.
A proposito di paura... Matteo, raccontaci la tua "prima volta" in un bob. Si dice che sia un'esperienza che o ami o odi istantaneamente.
Me la sono fatta sotto, letteralmente. Era il 2003 a La Plagne. Mi avevano detto: "Sentirai le ultime tre curve a sinistra, poi alza la testa e frena". Risultato? Non ho capito nulla. Non ho sentito le curve, non ho visto niente. Alla fine è stato il pilota a girarsi e a frenare, perché io ero completamente nel pallone. Poi però impari ad assecondare le curve, a sentire la forza G, e lì capisci che è uno sport totale.

La prima volta sul bob? Me la sono fatta sotto, letteralmente. Era il 2003 a La Plagne. Mi avevano detto: "Sentirai le ultime tre curve a sinistra, poi alza la testa e frena". Risultato? Non ho capito nulla. Non ho sentito le curve, non ho visto niente. Alla fine è stato il pilota a girarsi e a frenare

Matilde, tu invece ti muovi tra Big Air e Slopestyle. Spiegaci meglio cosa fai e se hai più paura della struttura o del giudizio dei giudici...
Gareggio nel freestyle; nel Big Air c’è un solo grande salto e conti solo il trick che esegui, mentre nello Slopestyle c’è una pista con salti e strutture in ferro chiamate rail su cui fare evoluzioni. Ho decisamente più paura della mia prestazione che dei giudici! Anche perché nel nostro sport non ci sono coefficienti fissi, c’è una componente umana molto alta nel giudizio, quindi non sai mai davvero dove verrai posizionata finché non vedi il tabellone. Però quando "stompi" bene un trick, quando atterri perfettamente, lo senti subito dentro che è andata bene.
Entrambi avete vissuto l'atmosfera olimpica in modo diverso. Matteo, tu a Torino 2006 eri un protagonista in casa. Com'è stato?
Un'emozione decuplicata. Torino e il Piemonte si erano vestite a festa, l'affetto della gente quando passavamo con i mezzi era incredibile, mi sentivo una star. Ero giovane, molto teso perché gareggiavo in casa, e forse me la sono goduta meno di quanto avrei dovuto perché ero troppo focalizzato sulla gara. Il mio grande rimpianto resta Vancouver 2010: ero all'apice della forma, ma un infortunio mi ha tenuto fuori. È stata una ferita profonda, ma lo sport è anche questo.
Matilde, tu invece sei stata "apripista" a Livigno per le gare che prefigurano Milano-Cortina. Un lavoro duro, vero?
Durissimo! Lavoravamo quasi 10 ore al giorno. Il nostro ruolo era testare le strutture prima degli atleti: provare salti da 25 metri mai testati prima mette una pressione addosso notevole. Non è solo sport, è quasi un lavoro di collaudo. Livigno era piena di gente, un pubblico internazionale bellissimo, anche se l'atmosfera montana è sempre un po' più riservata rispetto alla grande città.
Quanto conta il mezzo nel bob e quanto la squadra nello snowboard?
Matteo - Nel bob conta un terzo la spinta, un terzo il mezzo e un terzo la guida del pilota. Se il pilota guida male, senti delle "botte" laterali e dei picchi di forza G che poi ti ritrovi sul fisico il giorno dopo. Nel bob a 4, poi, il feeling deve essere perfetto tra tutti e quattro i componenti.
Matilde - Nello snowboard, pur essendo una disciplina singola, facciamo squadra. Durante l'avventura olimpica è stato speciale supportare la mia compagna Mariel Lupoluzzi. C'è un clima di grande rispetto tra noi ragazze, anche con le più forti al mondo, come le giapponesi che tecnicamente sono un passo avanti a tutti.
Chiudiamo con i vostri miti. A chi vi ispirate?
Matteo - Senza dubbio Armin Zoeggeler. Un professionista pazzesco, un "militare" nella dedizione: era il primo ad arrivare e l'ultimo ad andarsene, sempre concentratissimo. Mi sarebbe piaciuto avere la sua costanza.
Matilde - Io dico Federica Brignone. Oltre ai suoi meriti sportivi immensi, la ammiro come persona. È quello che cerco di essere anche io: un'atleta che va oltre la prestazione.

Il mio idolo? Federica Brignone. Oltre ai suoi meriti sportivi immensi, la ammiro come persona. È quello che cerco di essere anche io: un'atleta che va oltre la prestazione

Un'ultima curiosità: cosa si prova a 130 km/h o a 20 metri d'altezza? Si urla?
Matteo -Nel bob non senti nulla se non il rumore assordante del ghiaccio. Le parolacce le dici in partenza per caricarti, poi è solo silenzio e concentrazione.
Matilde - Nello snowboard invece si sente tutto! I giudici e il pubblico sentono quello che diciamo in aria durante il salto, quindi bisogna stare molto attenti a cosa scappa dalla bocca!
Grazie Matilde e grazie Matteo per averci portato nel vostro mondo fatto di coraggio e adrenalina.

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