San Damiano d'Asti
05 Marzo 2026 08:04:00
I fratelli Gabriele e Raffaele Cotto
Un uomo mite, timido, schivo che lavora in una cantina e vive una vita del tutto normale costretto, dai suoi profondi dubbi sulla morte del fratello, a reinventarsi investigatore coraggioso andando personalmente alla ricerca di indizi e testimonianze che diano risposte certe.
E’ Gabriele Cotto, di San Damiano, fratello maggiore di Raffaele, trovato senza vita la mattina del 25 marzo dell’anno scorso sulla piazzetta della “Madonnina”, come i sandamianesi chiamano il luogo fuori paese in cui è stata realizzata la riproduzione della grotta di Lourdes.
A ritrovare il ragazzo a terra, nel sangue, è stato un operaio che lì aveva appuntamento con il capo per andare insieme a lavorare. Erano le 7,30 del mattino e dal momento della chiamata al 112, l’area si è popolata di carabinieri con l’accesso interdetto per quasi tutto il giorno per i rilievi scientifici. Perché, in un primo momento, anche le forze dell’ordine hanno pensato ad un omicidio. Raffaele, infatti, presentava una coltellata dritta al cuore, causa della morte, ma anche due calzini appallottolati in bocca e un sacchetto sulla testa, seppur non stretto ermeticamente chiuso al collo. Sembrava un compendio di avvertimenti mafiosi tutti in un colpo solo.
Ipotesi di omicidio che si è allentata quando a casa di Raffaele (che vive da solo in un alloggio vicino al fratello) è stato ritrovato un biglietto: per gli inquirenti quello era il saluto del ragazzo che ha scelto questa modalità a dir poco complicata e teatrale per togliersi la vita.
E la sua morte è stata archiviata come suicidio. Ma per Gabriele e la sua famiglia, quella conclusione è tutt’altro che convincente. Al punto da rivolgersi ad un legale, l’avvocato Alberto Avidano, per avere accesso agli atti e per opporsi all’archiviazione, chiedendo ulteriori indagini.
Atto che il difensore ha fatto, motivando tutte le anomalie di questo caso e la necessità di approfondimenti di indagine, ricevendo però un altro rifiuto a procedere oltre.
Gabriele non si dà per vinto. In questi (quasi) dodici mesi dalla morte di Raffaele, ha usato gran parte del tempo libero dal lavoro per incontrare gli amici frequentati dal fratello, per ricostruire le sue ultime ore di vita, per mettere insieme quel che già sapeva con quello che hanno rilasciato gli inquirenti e per fare richieste forensi come i tabulati telefonici dei due cellulari di Raffaele. «E ogni volta che aggiungevo un tassello di conoscenza, si rafforzava la mia convinzione che non sia stata fatta piena luce sulla morte di mio fratello. Quello che si trova nel fascicolo dell’archiviazione non porta alla conclusione certa del suicidio. Non sosteniamo per forza che sia stato ucciso, ma vogliamo la verità sull’accaduto. Perché anche se ci provassero che è stato un suicidio, vi sarebbe da indagarne i motivi e trovare chi lo ha spinto a tanto».
Ma quali sono le circostanze che “non convincono” sulla morte per suicidio di Raffaele?
La prima è proprio la modalità scelta: due calzini in bocca, (che nei delitti di mafia sono un inequivocabile segnale verso chi ha parlato troppo) un sacchetto di plastica legato intorno al collo e la coltellata dritta al cuore. Il medico legale ha sostenuto che direzione e forza erano compatibili con una ferita autoinferta, ma è pur vero che si tratta di un modo estremamente strano di togliersi la vita ancor di più per una persona come Raffaele che, dal carattere mite e buono, non aveva mai praticato l’uso di armi bianche, non aveva mai mostrato alcuna intenzione di autolesionismo e presentava delle evidenti menomazioni fisiche soprattutto alle braccia.
E poi, si chiede ancora Gabriele, che bisogno aveva di appartarsi alla Madonnina, se voleva uccidersi? Viveva da solo e poteva risolvere tutto fra le mura domestiche. «Non si capisce perché si sia allontanato nel cuore della notte per raggiungere, a piedi, quel luogo così isolato – spiega il fratello – A meno che non fosse stato attirato lì da qualcuno».
Proprio sugli spostamenti di Raffaele quella notte, c’è un “buco” di registrazione che alimenta altri dubbi. Riguarda le telecamere di via Pero che, per “ragioni tecniche” sono spente proprio al suo passaggio.
Nei video prodotti poco prima della sua morte, Raffaele viene ripreso mentre si avvia verso la Madonnina ma con sé non ha né zainetti, né borse, né tiene in mano oggetti o sacchetti. Circostanza che non spiega, dunque, dove il ragazzo abbia preso calzini, sacchetto e soprattutto il lungo coltello usato per procurarsi la morte. Che, oltre tutto, non era il solo sul luogo in cui ha trovato la morte.
Sul piccolo piazzale davanti alla Madonnina ci si può arrivare anche da altre strade che non sono coperte dalla videosorveglianza e che potevano essere percorse da chi, eventualmente, aveva appuntamento con lui.
Fra i motivi più forti di archiviazione vi è un biglietto che Raffaele ha lasciato a casa, trovato la stessa mattina della sua morte. «Un biglietto che non è con certezza un messaggio di addio, piuttosto un biglietto di scuse per l’episodio accaduto 10 giorni prima della sua morte” dice la famiglia.
«Non sono stati svolti numerosi accertamenti che invece, secondo noi, erano necessari - dice l’avvocato Avidano - Li abbiamo chiesti ma, almeno per ora, non abbiamo ottenuto soddisfazione. Purtroppo i mezzi investigativi a noi consentiti sono molto limitati, ad esempio non abbiamo ottenuto i tabulati in entrata del cellulare di Raffaele, non abbiamo la possibilità di “tracciare” quali utenze siano transitate sul posto in quei momenti; certamente non possiamo ricercare le impronte digitali sugli oggetti rinvenuti quella sera. A parte “l’intimo convincimento” del fratello, che esclude il suicidio - prosegue - riteniamo che effettivamente in quelle carte manchino pezzi decisivi in un senso o nell’altro».
Nel fascicolo della Procura in base al quale si chiede l’archiviazione, non erano presenti i tabulati dei due cellulari di Raffaele. Quello perso dieci giorni prima e quello in uso al momento della morte. Tenuto conto che è poi risultato che fossero in funzione entrambi dopo la sparizione del primo e dopo la morte di Raffaele il secondo. Né era presente una geolocalizzazione di eventuali altre utenze telefoniche presenti nella zona della Madonnina nel momento immediatamente precedente e seguente quello della sua morte. Essendo una zona isolata, sarebbe stato facile individuare eventuali altre presenze e chiederne conto. Sul numero di Raffaele è stato il fratello a chiedere i tabulati alla compagnia telefonica ma gli sono stati forniti solo quelli in uscita, non quelli in entrata che necessitano di provvedimento giudiziario. Ma sono bastati anche quelli in uscita per vedere che fino ai minuti precedenti la morte di Raffaele, aveva strettissimi contatti con un numero di cellulare che è poi risultato inesistente al momento dei successivi controlli del fratello. Si nota un notevole traffico interrotto poco prima della camminata di Raffaele da casa sua alla Madonnina. A chi apparteneva? Tenuto conto che era inizialmente rubricato sotto un nome di copertura.
Secondo Gabriele, all’origine della fine del fratello vi è quello strano episodio acaduto dieci giorni prima che lo ritrovassero morto alla Madonnina. Raffaele era andato ad una cena fra amici e, tornando, forse per aver alzato un po’ troppo il gomito secondo alcune testimonianze, si era fermato con l’auto in una zona isolata poco prima di San Damiano. Pioveva e lì una passante aveva chiamato il 112 per dire che aveva trovato una persona riversa nel fango. Nessuna ambulanza ma solo l’auto dei carabinieri che hanno riferito di averlo trovato in auto, che dormiva e, alla loro domanda ha risposto di non aver bisogno di nulla.
Ma quella sera Raffaele aveva perso il suo telefono cellulare ed era ossessionato (come non lo era mai stato prima) che qualcuno lo intercettasse. Ne aveva acquistato un altro ma né quello perso, né quello che aveva al momento della morte è stato mai ritrovato. Ciò che tanti amici hanno confermato a Gabriele, è il suo stato di agitazione da quella sera come se fosse stato spaventato al punto da non voler uscire di casa. Anche su quello il fratello vorrebbe fare chiarezza.
Aut. Tribunale di Asti n. 61 del 25/09/1953
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