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Sei comuni astigiani scelti per la sperimentazione 5G: timori per i rischi da inquinamento elettromagnetico

Si tratta di Celle Enomondo, Revigliasco, Cortandone, Vigliano, San Giorgio Scarampi e Montabone

Delibera dell’Agcom

L’Agcom (Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni) ha pubblicato una delibera in cui sono elencati 120 piccoli comuni italiani scelti per una sperimentazione della banda 5G.
Fra questi ci sono anche sei Comuni astigiani: Celle Enomondo, Revigliasco, Cortandone, Vigliano, San Giorgio Scarampi e Montabone.
E subito sono emerse due questioni importanti: una di metodo e una di merito.

Questione di metodo

Quella di metodo è presto spiegata: la decisione dell’Agcom non solo non è mai stata concordata con i comuni (tutti di piccole o piccolissime dimensioni) ma non è ancora neppure stata comunicata ufficialmente ai sindaci (vedi articolo nella stessa pagina). Approfittando del fatto che quasi tutte le amministrazioni, negli anni, hanno individuato sui loro territori delle aree destinate ad accogliere gli impianti di telecomunicazioni, l’Autorità ha sorteggiato i Comuni bypassando ogni altro tipo di accordo con chi sul territorio ci vive.

Questione di merito

Più articolata la questione di merito sulla quale numerose associazioni ambientaliste di tutta Italia stanno svolgendo opera di informazione e sensibilizzazione.
La tecnologia 5G è di nuovissima generazione ed è anche indicata come lo strumento per l’”internet delle cose”: elettrodomestici che si autogestiscono, casa domotica con funzioni impostate a distanza, sensori e lettori digitali per svariati usi. Per farla semplice, è paragonabile ad un unico wireless che renderà possibile connessioni mobili superveloci in ogni angolo del nostro territorio.

Mancano studi su pericolosità delle emissioni

Ma si tratta di una tecnologia così nuova da non essere ancora stati sufficientemente studiati e valutati gli eventuali danni alla salute dei cittadini che si trovino a vivere in questo costante, unico e potente wireless. Considerando che il piano dell’Agcom è di arrivare entro il 2025 alla diffusione del 5G in ogni angolo d’Italia, si tratta di una questione che riguarda tutti. Anche chi il telefonino non lo utilizza né si affida alla tecnologia ma continua a condurre la sua quotidianità con modalità tradizionali.
Ed è su questo aspetto che numerose associazioni (le prime sono state quelle che fanno parte della rete Stop al Consumo del Territorio) chiedono di sospendere la sperimentazione fino a quando non ci siano dati certi su eventuali rischi alla popolazione.

Frequenza 11 volte più potente dell’attuale 4G

«Basta qualche dato tecnico e anche chi non è un addetto ai lavori potrà farsi un’idea di che tecnologia rivoluzionaria sia quella che vogliono sperimentare sui cittadini – spiega Alessandro Mortarino, referente fra i fondatori del Movimento Stop al Consumo del Territorio – Attualmente il 4G viaggia su frequenze che arrivano al massimo a 2,6 GHz. Ebbene, il 5G viaggerà su frequenze altissime, mai usate finora, fino a 27,5 Ghz dunque un’energia di 11 volte superiore. Non solo, per consentire di mantenere la “potenza” del segnale, oltre all’impianto principale sarà necessario installare migliaia di piccole antenne che rilanceranno il segnale. L’obiettivo è di connettere fino ad un milione di oggetti per chilometro quadrato. Questo significa che ogni abitante sarà esposto ad un’altissima quantità di onde elettromagnetiche che, secondo numerosi studi scientifici, possono alterare il funzionamento delle nostre cellule».

Perplessità anche nel mondo scientifico

Non solo gli ambientalisti, infatti, ma anche un lungo elenco di scienziati e medici di diversi Paesi del mondo hanno da tempo diffuso un appello per chiedere un freno allo sviluppo del 5G fino a quando non vengano effettuate ricerche e studi che escludano un rischio per la salute delle persone, in particolare neonati, bambini e donne in gravidanza.

Nasce l’Alleanza Stop 5G

In Italia è nata l’Alleanza nazionale Stop 5G che ha fra i suoi aderenti anche una ricercatrice dell’Istituto Ramazzini di Bologna, la dottoressa Fiorella Belpoggi che ha condotto in passato ricerche su plastiche, glifosato e che da 40 anni studia i legami tra tumori e ambiente.
Uno studio del Ramazzini e uno del Dipartimento per la Sanità americano, condotto nello stesso periodo su cavie da laboratorio sottoposte a radiazioni corrispondenti alle intensità del 2G e 3G (quindi minori rispetto alle nuove tecnologie) sono giunti ala stessa conclusione, ovvero ad un aumento “statisticamente rilevante” del numero di tumori al cervello e al cuore.
Alla luce di un principio di precauzione, sono molti i sindaci che non vogliono accettare sul loro territorio la sperimentazione. Sarà possibile per loro rifiutarsi?