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Siccità nell’Astigiano: l’ultima “vera” pioggia è stata quella del nubifragio di luglio

L'inverno appena trascorso ha registrato una temperatura media di 3,4 gradi in più rispetto allo scorso anno. Intervista al direttore Arpa di Asti

Gli sconfortanti dati

Basterebbero i numeri delle rilevazioni pluviometriche, da soli, a togliere il sonno agli astigiani.
Ad Asti, l’ultima precipitazione “seria” è stata quella del 21 luglio 2018; la stessa che passerà alla storia come uno dei peggiori nubifragi subiti dalla città sulla quale si sono riversati 24 millimetri di pioggia in poche ore. Un giorno da incubo e poi, più nulla. L’unica altra pioggia è scesa ad ottobre (appena 5 millimetri, un’inezia per il periodo). I 6 millimetri di pioggia si sono raggiunti sommando le precipitazioni di tre mesi: gennaio, febbraio e marzo di quest’anno.
A conti fatti, dunque, si può ben parlare di otto mesi di siccità che stanno mettendo a durissima prova il territorio astigiano (e quello del Nord Italia).

Il dottor Alberto Maffiotti

Intervista al  direttore Arpa, Alberto Maffiotti

Le rilevazioni sono quelle ufficiali dell’Arpa di Asti alla stazione installata nelle vicinanze dell’Istituto Agrario Penna e rivelano ancora un dato abnorme: nel mese di gennaio 2019 la temperatura media è stata di 3.4 gradi superiore a quella di gennaio dello scorso anno.
Un insieme di anomalie meteorologiche che ci hanno portato a quello che è sotto gli occhi di tutti: cime delle montagne nude, torrenti e fiumi in secca, terreni aridi e polverosi.
Abbiamo parlato di questa situazione con il dottor Alberto Maffiotti, biologo, direttore dell’Arpa di Asti ed Alessandria.

Quali sono le cause di questa siccità oltre all’assenza di precipitazioni?

Alla mancanza di piogge durante il passato inverno vanno aggiunti altri due importanti fattori: l’alta insolazione che ha “asciugato” il terreno e una anomala aumentata ventosità che ha ulteriormente abbattuto l’umidità al suolo.

Quali danni si riversano sull’agricoltura?

Questo è il periodo della semina e della germinazione che, come noto, hanno bisogno di un clima umido per avviare il ciclo vitale della nuova stagione vegetativa. Per le viti e gli alberi da frutta, poi, si registra un anticipo della fioritura di almeno 15-20 giorni con una contestuale maggiore richiesta di idratazione dovuta alla ripresa vegetativa. Che, in questo momento di siccità, scarseggia. Le temperature sopra la media, poi, hanno anche già avviato la stagione dei pollini, anticipandola rispetto agli altri anni.

Campi aridi come in piena estate

Il cambiamento climatico è la spiegazione scientificamente più adeguata?

Sì. Anche se non è una novità per la comunità scientifica che da molti anni lo predice. Ora riusciamo a percepire questo cambiamento anche con i nostri sensi.
Ma la meteorologia ha già spiegato queste anomalie: è cambiata la circolazione atmosferica in Nord Italia e le correnti che arrivavano dalla Francia e che portavano aria umida, ora passano più a Nord così il Piemonte e le altre regioni della Pianura Padana subiscono l’influenza degli effetti del Mediterraneo, anch’essa zona in surriscaldamento, che genera comportamenti meteo inaspettati per le nostre latitudini.

Cosa dobbiamo aspettarci nel futuro?

Un’alternanza di periodi di forti precipitazioni (anche con danni ingenti) e grandi caldi ad altri di siccità e gelate improvvise. Per la coltura più diffusa e importante dell’Astigiano, la vite, si può prevedere un futuro di vendemmie anticipate con vini meno profumati e con gradazioni alcoliche più alte.

Se è impensabile rimediare al cambiamento climatico, si può però pensare a qualche forma di “resistenza” ed adattamento alle nuove condizioni ambientali?

Certamente, anche se parlerei più di “resilienza”.Intanto attuando una ragionata gestione dell’acqua. Bisogna imparare a raccoglierla nei momenti di forti precipitazioni sia con piccoli serbatoi domestici che con più ampi sistemi di bacini di contenimento.
E poi si deve puntare al massimo risparmio di essa, sia nelle attività quotidiane che nelle colture e nelle lavorazioni artigianali e industriali.

Non potremo più contare sui fiumi e i corsi d’acqua ritenuti una riserva quasi illimitata, dunque?

No, e non solo per una questione di quantità. La carenza idrica, infatti, provoca anche una maggior concentrazione di scarichi nei fiumi, seppur depurati, con conseguente aumento dell’inquinamento dei corsi d’acqua. Questo perché le sostanze immesse non potranno contare su un’adeguata azione di diluizione a causa delle portate diminuite. Dunque avremo meno acqua e quella che potremo usare sarà di qualità più bassa. Se si pensa che viene usata per irrigare campi ed orti, è facile capire che tutto ricadrà sulla salute umana.

Come affrontare questo cambiamento epocale?

Intanto prendendo atto che il cambiamento è iniziato e che, oltre a lavorare per adattarci al meglio, possiamo limitare i danni alle generazioni future.

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