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Lotta doping

Caso Schwazer, la testimonianza di Fabrizio Marello

«Alex per me rappresenta un esempio di redenzione raro da trovare nello sport di alto livello. Oggi che abbiamo difficoltà a educare i nostri giovani alla perseveranza, mi viene da indicarlo come esempio»

Se si prova a digitare Alex Schwazer su Google, il risultato della ricerca mette accanto al nome del marciatore altoatesino la qualifica “campione”. Una parola dai molti significati: il vincitore di una gara sportiva, chi difende con energia una nobile causa, una piccola quantità di qualcosa che consente di accertarne le qualità. Tutti e tre questi significati hanno profondamente a che fare con Schwazer e nella settimana appena trascorsa abbiamo avuto modo di ricordarcelo: il campione medaglia d’oro alle Olimpiadi di Pechino 2008, il campione di urine che gli è costato otto anni di squalifica, il campione che difende il diritto di poter ricominciare dopo aver pagato per un errore.

Il giudice per le indagini preliminari di Bolzano ha chiesto l’archiviazione del caso di doping contestato al marciatore nel 2016 “per non aver commesso il fatto”. Un giudizio importante, un duro colpo alla credibilità della World Athletics e dell’agenzia mondiale anti-doping.

Dopo aver ammesso l’uso di Epo ed essersi riabilitato come atleta e come uomo, Schwazer potrebbe davvero essere stato vittima di manomissioni ai suoi campioni di urine volte a distruggere l’incredibile lavoro fatto con l’aiuto del tecnico Sandro Donati. Un volto simbolo della lotta al doping che ha accettato la sfida di aiutare Alex a rimettersi in piedi.

L’astigiano Fabrizio Marello, allenatore di Alice Sotero, ha collaborato e stretto un rapporto di amicizia con Donati nei mesi di avvicinamento ai Giochi di Tokyo poi posticipati a quest’anno. Un legame che gli ha fatto sentire ancor più vicina una battaglia che sta a cuore a chiunque riconosca in Schwazer un campione capace di ammettere un grave sbaglio e di ripartire: «Per me rappresenta un esempio di redenzione raro da trovare nello sport di alto livello. Oggi che abbiamo difficoltà a educare i nostri giovani alla perseveranza, mi viene da indicarlo come esempio» dice Marello. Come era stato portato in alto dopo il trionfo olimpico, come era stato ammirato per la sua relazione da copertina con la campionessa Carolina Kostner, così la gogna pubblica ha massacrato Schwazer appena ha dimostrato la sua debolezza: «Viviamo facendo l’errore di giudicare sempre gli altri – commenta Marello – Ci sono invece occasioni in cui vale la pena di approfondire le storie di chi sbaglia».

Con sincerità e trasparenza fuori dal comune, Schwazer ha ammesso di non aver retto la pressione seguente all’oro di Pechino, di essersi infilato in un tale cortocircuito mentale per cui arrivare secondo o terzo dopato era preferibile che vincere pulito. Tutto quello che cercava era non sentire su di sé il peso e la responsabilità del risultato. Una storia che ci ha detto molto sulla natura più intima di un atleta di altissimo livello. Un atleta che si era riguadagnato il lieto fine di una Olimpiade della rinascita, per cui non sembrano aprirsi spiragli nemmeno dopo la disposizione della giustizia ordinaria. «È anche una vicenda che ci insegna che lo sport è importante, ma non è tutto. Quel che più conta per Alex è dimostrare fino in fondo la sua innocenza, così come anni fa aveva ammesso di essere colpevole» conclude Marello. Questa inestinguibile voglia di battersi, in fondo, certifica lo spessore del campione più di un metallo pregiato al collo.

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