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Open, Andrea Agassi mette a nudo la sua fragilità

Recensiamo una delle più belle biografie sportive di sempre, quella del tennista americano: una storia di cadute e risalite

Open, Andrea Agassi mette a nudo la sua fragilità

«In realtà sto cercando di nascondermi. Dicono che cerco di cambiare il tennis. Sto tentando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo ad essere un ribelle, sto solo cercando di portare avanti una normale quotidiana ribellione adolescenziale. Distinzioni sottili, ma importanti. In sostanza, non faccio altro che essere me stesso, e poiché non so chi sono i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio. Ovviamente contraddittori. Non faccio niente di più di quello che facevo alla Bollettieri Academy: resistere alle autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta nella mia vita. Ma lo faccio su un palcoscenico più vasto». La nostra “rilettura” di Open, senza alcun dubbio una delle più belle e vere biografie di sportivi mai pubblicata, parte da qui: dalle parole più sincere e schiette di un ragazzo che è consapevole del proprio talento ma che fatica a gestirlo. Il peso dei predestinati, l’ossessione di un padre, che pretende dal figlio una quotidianità a base di tennis e null’altro.

Leggendo Open ci si interroga spesso se il protagonista, Andre Agassi, ami oppure detesti il tennis. Il suo sentimento, trovando spunti freudiani, è quello di un amore tanto intenso e impegnativo da sfociare in incomprensioni e voglia di fuggire. Lo sport scandisce le giornate di una star, è imprescindibile e al tempo stesso opprimente. “Odi et amo”, dicevano i latini, ma pensate a cosa sarebbe stato il tennis senza Agassi e Agassi senza il tennis… Sarebbero stati entrambi incompiuti, perchè Andre ha reso uno sport decisamente “british” a forti tinte “rock’n roll,” a suon di capelli lunghi, divise fluo e racchette iconiche. Senza il tennis, invece, l’americano, rigorosamente di Las Vegas, non avrebbe scoperto il vero se stesso e, soprattutto, l’amore. Perchè, anche oggi che ha 50 anni, vive sul campo saltuariamente, come coach, e ha al suo fianco Steffi Graf, la campionessa tedesca degli anni Novanta.

«Una cosa che ho imparato in ventinove anni di tennis: la vita ti getta tra i piedi qualsiasi cosa. Sta a te evitare gli ostacoli. Se lasci che ti fermino o ti distraggano, non stai facendo il tuo dovere, e non farlo ti provocherà dei rimpianti che ti paralizzeranno più di una schiena malandata». Agassi è unico, perchè ha saputo raggiungere l’apice mondiale, cadere in una parentesi di dolore e autodistruzione, e tornare al top. Successo, oblio, redenzione. Un saliscendi emozionale, che lo rende unico nel suo genere. Il suo essere naif e stravagante, quasi a interpretare una personalità diversa dalla sua, le parrucche per coprire la calvizie incombente, le lacrime, di gioia per le vittorie, di dolore, per i mille acciacchi dello sport e della vita. Ha amato, o provato a farlo, Barbra Streisand e Brooke Shields, donne di spettacolo che poco si addicevano a una personalità fondamentalmente riservata come la sua, ma l’anima gemella l’ha individuata sul rettangolo di gioco, una donna che ha probabilmente ammirato da sempre ma che ha faticato a conoscere, per la paura di fallire.

«Toccare il fondo può essere confortevole, perché almeno ti puoi riposare. Sai che non andrai da nessuna parte per un po’».

L’unicità di Open, e di Andre Agassi, è la schiettezza e la sincerità con cui si racconta un campione, a tratti nascosto, a tratti camuffato. Un percorso in ottovolante, che l’ha portato dall’altare alla polvere, e nuovamente in Paradiso. Con in mano una racchetta, un sorriso contagioso, e nel cuore un amore per il tennis tanto grande da fare soffrire.

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