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Ramon, l’uomo scudetto dell’Orange Futsal

Il capitano nero-arancio, ora a Rieti, ripercorre i suoi otto anni ad Asti, compreso il tricolore 2016

Ramon, l’uomo scudetto dell’Orange Futsal

Pensi al futsal, e il primo nome che emerge prepotentemente ad Asti è quello di Ramon Bueno Ardite. Laterale di pura fantasia, capitano di lungo corso dell’Orange Futsal Asti. Uomo del destino, che realizzò il rigore decisivo contro il Real Rieti nella finalissima scudetto che valse lo storico tricolore del sodalizio di Giovannone e Pascolati. Lo stesso destino l’ha portato nel 2019 a sposare la causa proprio del sodalizio reatino, con la voglia di consegnare al club quello scudetto che proprio lui, con i compagni nero-arancio, gli negò quattro anni fa.

Ramon, ripartiamo dal 2016: che ricordo hai di quel rigore che consegnò a voi lo scudetto e di quell’esultanza divenuta iconica per il Pala Errebi?

«La splendida conclusione di un magnifico percorso lungo otto anni, bellissimi. Ho segnato l’ultimo rigore, è vero, ma è la punta dell’iceberg di una grande stagione e del successo di un gruppo straordinario».

Per te Asti è una seconda casa: che ricordo hai dei dirigenti orange e del pubblico del Pala Errebi?

«Penso che trovare dirigenti del calibro di Claudio Giovannone sia più unico che raro, ma anche la famiglia Lombardi, Maria Cristina Truffa, tutti coloro i quali guidano attualmente il club, che resta un’eccellenza a livello di settore giovanile. Il pubblico speciale, gremiva le tribune ogni sabato, per loro era un appuntamento immancabile, e non erano semplici tifosi. Restano, ancora oggi, grandi amici, con cui dopo la partita si poteva chiacchierare o andare a bere una birra. Senza dubbio l’avventura in nero-arancio è la più bella della mia carriera. Mi trovo bene anche a Rieti, e il pubblico del Real somiglia un po’ alla torcida astigiana».

Ricordi come ti convinse Giovannone a scegliere gli Orange, anche in una categoria inferiore, a discapito di altre proposte?

«Ricordo bene, giocavo a Torino, con coach Visconti, e Sergio Tabbia manifestò l’interesse per me. Conobbi Claudio, che mi invitò a seguire il Gran Premio di Montecarlo e mi disse che voleva portarmi ad Asti. Erano stagioni in cui lottavo per il sesto-settimo posto, e preferivo vestire la maglia di una squadra con l’obiettivo di vincere, anche in una categoria inferiore. Finchè non andò tutto in porto non ci credetti, ma fu certamente la scelta più giusta della mia carriera».

Otto anni stupendi quelli in Piemonte: un record di punti con Tabbia, con beffa playoff, due stagioni importanti con Polido e lo scudetto con Cafù. Che cosa fece la differenza quell’anno?

«Forse la squadra 2015-16 non era la più forte per organico, certamente però la più unita. Il gruppo risultò fondamentale, anche quando le cose non andavano per il meglio eravamo consci delle nostre potenzialità. La squadra più forte in cui ho giocato è forse l’ultima dell’era Tabbia, dove scrivemmo record imbattibili. Con il senno di poi, forse, avremmo dovuto tirare più il fiato in regular season ed arrivare meno stanchi ai playoff, dove uscimmo in semifinale. Cafù, nel 2016, ebbe il merito di cementare un grande gruppo, e nel futsal vince il collettivo. Completò il lavoro di Sergio e Tiago, e fu una conclusione degna del percorso orange in A».

 

Articolo completo sull’edizione di martedì 19 maggio, disponibile anche in digitale

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