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All’Icif di Costigliole sette giovani chef stranieri “prigionieri da Covid”

Erano arrivati per i corsi e gli stage il giorno prima del lockdown. Le preoccupazioni per il rischio di chiusura di una delle scuole di cucina più ambite dai cuochi del mondo

Storie di ricongiungimenti negati

In queste lunghe settimane di lockdown e di quarantena collettiva abbiamo scritto di astigiani che non riuscivano a tornare a casa a causa della chiusura delle frontiere, costretti ad una vita di isolamento a migliaia di chilometri, separati forzatamente da famiglie e amicizie.
Ma c’è anche la situazione contraria, ovvero di chi si trovava nell’Astigiano alla chiusura degli spostamenti e da oltre due mesi è diventato un “prigioniero da Covid 19”.
La storia che vi raccontiamo arriva da Costigliole, dal suo splendido castello, per la precisione, dove ha sede l’Icif, il rinomatissimo istituto internazionale di cucina italiana per stranieri.

Studenti da tutto il mondo

Una scuola di cucina conosciuta in tutto il mondo e ambita da chi vuole imparare a cucinare italiano per portare la nostra tradizione gastronomica in ogni angolo del mondo.
Un luogo cosmopolita per definizione, abituato ad accogliere i suoi speciali “studenti” che provengono dalle cucine più lontane.
Così è capitato l’8 marzo quando sono arrivati sette ragazzi provenienti da Brasile e Colombia (Curitiba, San Paolo, Rio de Janeiro, Bogotà) per frequentare alcuni dei master offerti dall’Icif: chi quello di primo livello in cucina ed enologia italiana, chi quello di secondo livello con annesso stage. Un investimento, per questi ragazzi, importante sia dal punto di vista economico che dal punto di vista professionale e che è costato molto a loro e alle loro famiglie.

Intrappolati dal lockdown

Peccato che il loro arrivo abbia preceduto di un solo giorno il decreto più severo, quello che ha lasciato “tutti a casa”. Improvvisamente l’Icif si è svuotato perché le restrizioni hanno necessariamente coinvolto i docenti, gli altri alunni, i traduttori e tutti gli altri professionisti che vi lavorano.
E per i sette cuochi stranieri è iniziato un lungo periodo di isolamento, seppur vissuto nella accogliente Cascina Salerio, utilizzata come dormitorio dell’istituto.
Bloccati lì dove possono vivere solo grazie al sostentamento dello stesso ICIF che ha fornito loro accoglienza gratuita in attesa della ripresa dei corsi.

Al centro il presidente Sassone con i ragazzi in aula cucina

L’appello del presidente Icif

Ripresa che, secondo il direttivo dell’Icif, potrebbe già essere autorizzata.
«L’ICIF è stato paragonato ad una scuola ma il nostro è un istituto di cucina dove le disposizioni che ora impongono i protocolli anti-Covid, vengono messe in atto da sempre – sottolinea Piero Sassone, presidente dell’istituto dal 2013 – la distanza tra alunni e alunni ed insegnanti, i locali ampi ed arieggiati, la sanificazione di aule e del materiale utilizzato. Siamo già in sicurezza, con spazi e regole ben definite, per poter riprendere l’attività con tutte le dovute precauzioni. Ma nonostante ciò ad oggi, tutto è fermo».
Con un risvolto importante anche dal punto di vista economico per questo fiore all’occhiello di tutto il territorio astigiano.

Bilancio che risente pesantemente della chiusura

«Le nostre proposte formative compresa tra marzo e fine agosto sono state annullate in toto – dice ancora il presidente Sassone – Il 99 % del nostro mercato proviene storicamente dall’estero e prevede una costante ricerca, studio ed assistenza. L’impossibilità di lavorare incide in maniera pesantissima sul fatturato che ad ora ha già registrato un calo che supera il 70% se paragonato allo stesso periodo dello scorso anno. Con una ricaduta sui dipendenti visto che l’Icif è un centro di formazione che vive dei proventi dei corsi venduti e che dà lavoro a 15 persone fra dipendenti e collaboratori esterni».

«Noi siamo pronti a ripartire, in sicurezza»

L’Icif è una vera eccellenza italiana con un patrimonio di ex allievi che contribuiscono a diffondere in tutto il mondo il Made in Italy e i prodotti del Monferrato che imparano a conoscere e cucinare durante i loro stage.
«Siamo pronti a ripartire – ricorda ancora Sassone – Ci consideriamo un anello importante del Made Italy ma se la situazione non si sblocca dovremo chiudere le cucine e buttare all’aria tradizioni ed esperienze e lasciare a casa molti dipendenti. È a rischio la stessa esistenza dell’istituto, con tutto l’indotto economico che ne deriva».

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