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Case di riposo: le regole per accettare nuovi ospiti e le proposte delle cooperative

Previsti reparti di "quarantena preventiva" in cui tenere gli ospiti in isolamento per il primi 14 giorni. Le cooperative ridisegnano una nuova "filiera sanitaria" territoriale

 Le linee guida della Regione

Nel decreto Riparti Piemonte che dettaglia la cosiddetta Fase 2, vi è anche un capitolo dedicato alle case di riposo che hanno necessità di poter di nuovo accogliere anziani ospiti nel “turn over” che caratterizza la loro attività a causa di alti tassi di mortalità (con o senza Covid). E, dall’altro lato, la necessità di smaltire un po’ delle lunghe liste di attesa che si sono formate in questi tre mesi di blocco. Necessità dettate anche dal forte rischio di fallimento.
Le linee guida della Regione per i nuovi ingressi nelle Rsa  prevedono   la predisposizione di un modulo di accoglienza dedicato ai nuovi ospiti in regime di isolamento per 14 giorni. Verranno effettuati i tamponi al momento dell’accettazione e al termine dei 14 giorni: se tutto è negativo potranno essere indirizzati nei reparti ordinari.

Cooperative in prima linea

Se c’è qualcuno che l’emergenza sanitaria ed economica delle Rsa in tempi di coronavirus l’ha toccata con mano è Mario Sacco, nelle vesti di presidente di Confcooperative.
«In Piemonte sono attive oltre 700 case di riposo e tutte, o direttamente o come appaltatori di servizio, sono gestite da cooperative. Ed è per questo che nei giorni scorsi abbiamo inviato all’ex ministro Fazio, a capo della task force regionale, una nostra proposta di ridisegno della filiera sanitaria territoriale a sostegno delle Rsa». Perchè, dice ancora Sacco, in questo momento le Rsa sono ancora ferme alla Fase 1 in cui non è possibile riammettere i ricoverati in ospedale e ammettere nuovi ingressi.

Mario Sacco, presidente Confcooperative Asti

La proposta di una nuova filiera sanitaria territoriale

Cosa prevede nel dettaglio questa proposta?
«Abbiamo suggerito di ripartire dai medici di base e dalla medicina di gruppo dove, a costi più bassi per la sanità, il medico di base è chiamato ad occuparsi anche dei cosiddetti “codici bianchi”, quelli che intasano i Pronto Soccorso pur non manifestando urgenze».

I “codici bianchi” non più in Pronto Soccorso ma dai medici di base

Un progetto che esclude in parte le Case della Salute, perchè punta sulla medicina a domicilio o, in alternativa, ai pazienti negli ambulatori dei medici di base.
«In questa proposta le cooperative sanitarie mettono a disposizione gli infermieri di comunità – prosegue Sacco – ma anche locali destinati a nuovi ambulatori nelle loro strutture disseminate sulla provincia. Le Rsa si aprono così al territorio diventandone un punto di riferimento di assistenza allargata. La pandemia, infatti – prosegue Sacco – deve farci comprendere che le Rsa sono luoghi di relazioni e socializzazione, non di isolamento e possono diventare quelle strutture “intermedie” utili al sistema sanitario».

Reparti “cuscinetto” extraospedalieri

L’idea, dunque, è di creare strutture territoriali “cuscinetto”, come il reparto Covid alla ex clinica San Giuseppe, che allentino la pressione sugli ospedali ma consentano ai pazienti di concludere la convalescenza in sicurezza.

La Regione pensi anche al fronte contrattuale

C’è poi un altro aspetto che le cooperative chiedono alla Regione di considerare.

«Fra le voci che pesano sulle gestioni delle Rsa – spiega Sacco – c’è anche l’aumento del 6% di stipendio agli operatori che era stato sottoscritto al rinnovo del contratto di lavoro e che andava elargito proprio in questi mesi. Le cooperative non hanno chiesto stati di crisi e le tariffe delle Rsa sono ferme al 2013 quindi è necessario che la Regione si ricordi anche del personale delle Rsa e non solo quello sanitario pubblico quando stanzia dei fondi aggiuntivi di sostegno».

Ricordando che, senza nulla togliere all’eroicità del servizio di infermieri e medici del sistema sanitario pubblico, anche nelle Rsa si è assistito ad un altissimo numero di personale positivo al Covid e a tantissimi casi di Oss e infermiere che per settimane non hanno mai lasciato le strutture e non sono tornati a casa per timore di contagiare le famiglie e per poter continuare ad assistere gli anziani ospiti.

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