Giannino: non si è capaci di abbassarele imposte sul lavoro e sul reddito
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Giannino: non si è capaci di abbassare
le imposte sul lavoro e sul reddito

“Si può uscire dalla crisi e tornare a crescere?” E’ questo il tema dell’incontro pubblico al quale parteciperà, giovedì sera, il giornalista Oscar Giannino. L’appuntamento, organizzato

“Si può uscire dalla crisi e tornare a crescere?” E’ questo il tema dell’incontro pubblico al quale parteciperà, giovedì sera, il giornalista Oscar Giannino. L’appuntamento, organizzato dall’associazione Gli Argonauti, si svolgerà a partire dalle 21 nell’ex sala consiliare del Comune di Asti, in piazza San Secondo 1. Quello che vede protagonista Giannino, già tra i fondatori di Fare per Fermare il Declino, vuole essere un momento di confronto sulla crisi economica italiana e proporre misure praticabili per un rilancio del paese, dell’occupazione e per un fisco più giusto che non colpisca sempre le fasce deboli e non strozzi il mondo del lavoro. Abbiamo chiesto a Giannino le proprie impressioni sull’attuale delicata situazione economica e politica dell’Italia.

La prova di forza del Pdl ha funzionato e l’IMU sulla prima casa è stata abolita. Non giudica la mossa azzardata considerato lo stato in cui versano le casse statali?
Il governo Letta ha subito in tutta la sua durezza la bandiera elettorale del Pdl. Poteva fare diversamente? Sono convinto di sì, su tre punti almeno. Primo, limitare l’abrogazione ai redditi più bassi, mentre quella totale è regressiva. Secondo, individuare tagli di spesa veri per coprirne i costi, invece di ricorrere a un gioco delle tre carte che abbatte a 6 milioni di italiani le detrazioni dall’Irpef per le polizze infortuni; ricorre a un condono nel settore dei giochi il cui incasso è tutto da vedere e che inoltre aggrava il prelievo per tutte le imprese tranne quelle agricole. Le imprese nel 2012 hanno pagato più di 11 miliardi dei 23,7 incassati dallo Stato con l’Irap, e l’anno prossimo si troveranno aumentato il moltiplicatore della rendita catastale degli immobili strumentali dell’azienda dal 60 al 65%, e una sovra aliquota concessa ai Comuni di un ulteriore 0,3%. Infine, terzo punto, la nuova service tax nel 2014 tutta ancora da scrivere ha il fortissimo rischio di diventare un enorme pasticcio. Voler tassare insieme elementi patrimoniali, reddituali a seconda che la casa sia sfitta o no, servizi indivisibili come l’illuminazione pubblica che vanno pagati uguali da parte di tutti, e infine servizi divisibili come la raccolta rifiuti che vanno invece pagati a seconda dell’uso, è qualcosa che non esiste in nessun altro paese avanzato.

Adesso lo sforzo del Governo è indirizzato a non aumentare di un punto percentuale l’IVA che graverebbe sui consumi causandone una nuova flessione. E’ credibile bloccare l’aumento dell’IVA senza andare a ritoccare le tasse da qualche altra parte?
Lo è al solo patto di mettere mano finalmente alla spesa pubblica. Che è aumentata di 270 miliardi dal 1997, mentre il totale delle entrate pubbliche da allora è salito di circa 240. Doveva essere una delle prime priorità del Governo, alla sua nascita. Invece solo ora Letta e Saccomanni annunciano nella legge di stabilità di ottobre una nuova task force e un nuovo commissario per tagliare la spesa.  Un metodo discutibile: i tagli alla spesa devono essere indicati dal premier e dal ministro dell’Economia e indicati con chiarezza al paese, se si continua a chiamare esterni come avvenne con Enrico Bondi sotto il precedente governo, i partiti di governo e opposizione e le Autonomie capiscono che il governo lascia un’area grigia, e tutti entrano nella breccia perché i tagli non lo riguardino.

Il sostegno all’occupazione contenuto nel Decreto del Fare può servire realmente a sbloccare lo stallo che grava sull’occupazione italiana? Cosa manca in questo decreto che, secondo lei, sarebbe stato prioritario inserire?
Si è insistito nell’idea che occorra premiare solo assunzioni e trasformazioni di precedenti contratti in rapporti a tempo indeterminato. Era già la filosofia dell’intervento sul mercato del lavoro varato dal ministro Fornero. Ma qual è stato il  risultato, dei maggiori oneri e gravami amministrativi sui rapporti atipici, apprendistato e tirocini? Che sono diminuiti, contribuendo a nuova disoccupazione aggiuntiva. La Germania prima, a metà anni Duemila, e la Spagna 2 anni fa con lo scorso governo e ancora con il governo Rajoy, hanno scelto un’altra strada. Incentivare e facilitare anche rapporti a tempo, abbassare radicalmente la pretesa contributiva e sul reddito di chi emergeva dal nero, incentivare i lavori autonomi invece di alzar loro i contributi come abbiamo fatto noi. Quello che continua a mancare è la capacità di abbassare le imposte sui lavoro e reddito: abbiamo un cuneo fiscale troppo alto, se ai contributi obbligatori per impresa e dipendente sommiamo Irap, Tfr e Inail, arriviamo al 53,5% della busta paga lorda, solo il Belgio ci batte col 55%.

L’indotto Fiat è ormai inesistente e la città di Asti tenta a fatica di riconvertire la propria vocazione da industriale a turistica/culturale seguendo la strada percorsa con successo a Torino. I Comuni, compreso quello di Asti, hanno le casse vuote e i trasferimenti statali sono insufficienti a garantire i servizi essenziali. Si arriverà ad allentare il cappio del patto di stabilità che impedisce gli investimenti sul territorio? L’Europa concederà una deroga?
Allentarlo è la promessa del governo Letta, che qualcosa ha già concesso a chi per esempio si è portato avanti in questi mesi iniziando a smaltire il pagamento dei debiti alle imprese accumulati negli anni. Ma che l’Europa ci conceda una deroga generale non si può immaginare. A Bruxelles sanno che nel nostro scassatissimo titolo V della Costituzione non abbiamo concesso a Comuni e Regioni l’autonomia finanziaria, di conseguenza una deroga generale può avere conseguenze pesanti sui saldi pubblici complessivi. Piero  Fassino, il presidente dell’ANCI, sarà chiamato a una trattativa dura, sulla legge di stabilità.

In un panorama così economicamente preoccupante l’Expo 2015 sarà un traino per l’economia delle regioni del nord o piuttosto rischia di essere l’orchestra che suona durante l’affondamento del Titanic?
Bisogna essere positivi. Ma di sicuro i ritardi sulle opere previste ci sono eccome, come sulle attività di promozione per attrarre visitatori da tutto il mondo. In una nazione che ha oltre 400 grandi e medie opere infrastrutturali – energetiche e di trasporto autostradale, portuale e aeroportuale – ritardate da anni di gravami concertativi, veti e incertezze di ritorno sui costi, Expo è una specie di scommessa sullo stellone italiano.
Se Berlusconi staccasse la spina al governo per l’economia sarebbe meglio l’incertezza del voto o tentare con un Letta bis?
Ai mercati non piacciono nuove elezioni con altri mesi di incertezza, e con una legge elettorale che non dà maggioranze coese nei due rami di un Parlamento i quali hanno entrambi gli stessi poteri. Non è il ricatto della grande finanza alla sovranità dell’Italia, come pensano alcuni. E’ oggettivamente insensato rivotare con il Porcellum. E ricordiamoci che a quel punto la legge di stabilità ce la scriverebbe Bruxelles.

Riccardo Santagati

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