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Gli infermieri nella loro “giornata”: «Siamo professionisti, non eroi»

Intervento di Alberto Campagnolo, presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Asti con le riflessioni su questi due mesi di emergenza sanitaria

Identikit dell’infermiere moderno

Ieri, 12 maggio, era la giornata internazionale dell’infermiere. Una ricorrenza che normalmente passa inosservata o sotto tono ai più che sono estranei al mondo della sanità, ma che quest’anno arriva invece in un momento in cui questa figura ha avuto modo di dimostrare tutta la sua professionalità e il suo ruolo centrale nella “filiera” delle cure.

Di seguito, meglio di chiunque altro, Alberto Campagnolo nella sua veste di presidente OPI di Asti (Ordine provinciale Professioni Infermieristiche) raccoglie le riflessioni di tutti gli infermieri sul campo che da due mesi, come scrive lui, contribuiscono ad arginare l’emergenza sanitaria in atto senza precedenti.

Il testo del suo intervento

«Quest’anno la ricorrenza, per diverse contingenze, veste gli abiti di vera e propria celebrazione: perché il 2020 è stato profeticamente dichiarato dall’OMS “Anno dell’infermiere”; per tutte le implicazioni legate all’emergenza covid (in primis, i disagi vissuti da chi continua a lavorare in condizioni rischiose e il dramma di chi quel rischio l’ha pagato più o meno dolorosamente); per il bicentenario della nascita di Florence Nightingale, fondatrice della disciplina infermieristica, donna caparbia e dall’indomabile determinazione che tanto ha amato l’Italia. Diverse sono le celebrazioni che erano state progettate per quest’ultimo motivo, sia a livello locale dall’OPI di Asti che a livello nazionale dalla Federazione.

«Ci è stato negato il piacere di assistervi»

Il coronavirus ci ha portato via anche il piacere di assistervi, ma allo stesso tempo ci ha dato la possibilità di riflettere come non mai sulla natura della professione, sull’importanza che riveste nella società, su come per decenni sia stata data colpevolmente per scontata, sottovalutata, trattata alla stregua di un servizio sì fondamentale, ma banale, ordinario: un qualcosa che paradossalmente, proprio perché deve sempre esserci, non si rivela granché importante. E invece importanti  e fondamentali lo siano eccome, e l’emergenza sanitaria ci ha permesso di dimostrarlo. Presenti, costanti, affidabili: gli infermieri si sono mostrati reattivi alle sfide poste. Da anni imprigionati in una nicchia intellettuale che ci considera colpevolmente “professionisti mestieranti”, abbiamo mostrato che siamo pronti ad affrontare la sfida della sanità del futuro, sia dal punto di vista dell’assistenza, che da quello della politica, che da quello della scienza.

«Siamo scienziati»

Sì, scienza. Perché, nonostante anni di sottovalutazione ci abbiano tristemente suggerito il contrario, l’infermieristica è una disciplina scientifica. Florence Nightingale ha buttato le basi di un’infermieristica basata sull’analisi dei dati, sull’elaborazione di realtà misurabili, sull’applicazione del problem solving e dell’information processing, su una professionalità che non passa per la mera esecuzione tecnica, ma che affronta intellettualmente tutte le sfaccettature dell’approccio alla salute dell’individuo. E proprio la scienza sta dimostrando, in questo periodo, tutta la sua disarmante pragmaticità: come nell’infermieristica, che ad essa afferisce, i risultati non appaiono per magia, non si ottengono informandosi su Google, non si acquisiscono bighellonando su YouTube; serve tempo, impegno, competenza, risorse e tanto, tantissimo rispetto per chi la pratica.

«Florence Nightingale sarebbe orgogliosa di noi»

Credo Florence sarebbe orgogliosa di noi. A duecento anni dalla sua nascita, l’infermiere è professionista, ricercatore, politico. Ma, non dimentichiamocelo, anche lavoratore, assieme agli altri attori della sanità. Infermieri, medici, OSS, professionisti sanitari: l’asse portante che sta arginando un’apocalisse a livello nazionale (talvolta a costo della propria vita: ad oggi più di 10mila contagiati e di 140 morti, una stage nella strage), è sorretto dalle figure sanitarie e socio-assistenziali, che negli anni hanno visto assottigliarsi drasticamente le risorse e il rispetto dedicatigli. Tutto questo senza retorica di stampo bellico (non è una guerra, non siamo soldati), senza stucchevole magniloquenza da spot pubblicitario.

«Ora siamo i vostri angeli, ma fino a due mesi fa non sapevate nulla di noi»

Rifuggo gli epiteti (pur lusinghieri ed apprezzatissimi) di carattere epico: siamo professionisti, non eroi. Parafrasando Pirandello: “E’ molto più facile essere un eroe che un professionista: eroi si può essere ogni tanto, professionisti sempre”. Ma se a furor di popolo dobbiamo essere proclamati tali, pretendo che ci venga riconosciuto che “eroi”  lo siamo sempre stati: sottopagati, con organici sottodimensionati, spesso in condizioni lavorative deplorevoli, eppure sempre lì; un esercito silenzioso, anche prima di avere i riflettori puntati. Perché, siamo sinceri: ora siamo i vostri angeli, ma fino a due mesi fa degli infermieri nessuno sapeva nulla. E allora, vi prego, ricordatevi di noi anche “dopo”. Quando emergenza e quarantena saranno un graffito del passato, quando tg e giornali non porteranno più in processione il nostro eroismo, pensate che della sanità  (e dei professionisti che la popolano e che definiscono il suo livello di efficienza) c’è sempre vitale bisogno. Buona festa, infermieri. Ora sanno chi siamo: tempi migliori, sono sicuro, arriveranno».

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